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L’Italia tra federalismo e sostenibilità fiscale

Sono queste le due principali indicazioni contenute nel recente studio economico realizzato dall’Ocse

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Dare più poteri ai governi locali significa renderli responsabili verso i cittadini per l’utilizzo dei proventi delle imposte. Il federalismo fiscale, si legge nel documento, può essere un complemento importante per il consolidamento del budget. Una Pubblica Amministrazione efficiente, moderna e non pervasiva, un federalismo fiscale complemento importante per le riforme strutturali e il consolidamento del budget, un indebitamento pubblico più contenuto e, al momento giusto, un regime fiscale competitivo, sono elementi necessari per consentire all’economia italiana di realizzare il suo pieno potenziale. Sono queste le principali indicazioni emerse dal recente studio economico realizzato dall’ Ocse e presentato ai primi di giugno a Roma dal Segretario generale dell’Organizzazione, Angel Gurría.

Federalismo fiscale e riforme strutturali
Il federalismo fiscale, si legge nello studio, può essere un complemento importante per le riforme strutturali e il consolidamento del budget. Dare più poteri ai governi locali significa renderli responsabili verso i cittadini per l’utilizzo dei proventi delle imposte. In questo modo si potrebbe migliorare la gestione delle risorse pubbliche e promuovere la crescita delle regioni meno sviluppate. L’Italia, prosegue lo studio Ocse, ha iniziato il cammino verso il federalismo negli ultimi anni Novanta, decentrando la spesa, la legislazione e il potere impositivo, rafforzando il ruolo dei poteri locali con la riforma costituzionale del 2001. Ma la costituzione deve ancora essere realizzata completamente e il governo ha indicato la sua intenzione di farlo.

Responsabilità di spesa e potere impositivo
Una maggiore attenzione dovrebbe essere posta sul fronte finanziario cercando di stabilire una maggiore armonia fra le responsabilità di spesa e il potere impositivo, sì da far crescere le autonomie e le responsabilità locali nella prospettiva delle riforme federaliste. Contestualmente occorre ripensare i meccanismi di redistribuzione per migliorare lo sforzo fiscale e l’Italia deve decidere in quel contesto fino a che punto è in grado di garantire livelli di servizio uniformi in tutto il Paese e, viceversa, quanta differenziazione a livello regionale è disposta a tollerare nell’erogazione dei servizi in nome di una maggiore efficienza. Le condizioni di contorno devono essere rafforzate, ad iniziare dagli standard contabili, che devono essere aggiornati e standardizzati. Nell’ambito del Patto interno di stabilità, la disciplina fiscale dovrebbe essere rafforzata, facendo leva su un miglior coordinamento preventivo e maggiori sanzioni a posteriori.

Sostenibilità fiscale e disavanzo primario
Altro capitolo interessante a cui lo studio dell’Ocse dedica attenzione è quello della sostenibilità fiscale. Nel rapporto si legge che il deficit pubblico dell’Italia ha iniziato a contrarsi a partire dallo scorso anno e ulteriori miglioramenti sono attesi dai risultati del 2007. Si tratta di uno sviluppo bene accolto, frutto sia di un inaspettato incremento delle entrate fiscali che di un maggior controllo sulla spesa. Tuttavia lo studio rileva anche che lo stato delle finanze pubbliche continua a rimanere problematico. In particolare il rapporto di debito pubblico è al secondo posto fra i paesi dell’Ocse, con nessun segno significativo verso una sua riduzione. Questo espone il bilancio dello Stato a un vulnerabilità da parte di improvvisi aumenti dei tassi di interesse e di oscillazioni della sensibilità dei mercati. Ad alleviare in qualche misura il rischio legato alla sostenibilità fiscale contribuisce la moderata pressione sui costi determinata dall’invecchiamento della popolazione ma questo richiede ancora la piena realizzazione delle misure per rimodulare i benefici pensionistici che sono state approvate ma non ancora completamente messe in atto.

Il controllo della spesa
La pressione fiscale è elevata se paragonata a quella di altri Paesi, per cui un consolidamento della situazione dovrà derivare non da nuovi aumenti impositivi ma da un migliore controllo sulla spesa. Il Rapporto evidenzia che, in questo contesto, non rimane altra scelta se non quella di perseguire un deciso consolidamento del budget. L’obiettivo delle autorità di riportare il disavanzo primario al livello registrato al momento dell’ingresso nell’Unione monetaria europea, pari al 5 per cento del Pil, è da accogliere con favore. E se da un lato si pensa di raggiungere questo obiettivo entro il 2011, sarebbe auspicabile, considerate le ingenti entrate fiscali, che questo risultato sia raggiunto anche prima di questa data. I primi segni di miglioramento, registrati lo scorso anno e attesi per quello in corso, sono incoraggianti ma il futuro rimane una sfida.
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