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Attualità

Nella Ue scendono le aliquote sui redditi d’impresa

A evidenziare il consolidato orientamento studi condotti da istituti internazionali di ricerca, analisi teoriche e iniziative parlamentari

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L’aliquota nominale complessiva nazionale e locale dell’imposta sul reddito delle società è diminuita da un valore medio pari al 46 per cento del 1980 al 40,2 per cento nel 1991 e al 34 per cento nel 2000. Nel 2007 l’aliquota media della corporate income tax nei 27 Paesi comunitari si attesta al 23,76 per cento. La fotografia scattata dall’indagine internazionale elaborata sui redditi d’impresa nei diversi Paesi del mondo dalla Kpmg, una delle principali società di consulenza manageriale, le analisi teoriche e gli studi empirici effettuati sull’argomento in esame nel corso di quest’ultimo anno hanno evidenziato il consolidato orientamento di una graduale riduzione delle aliquote fiscali sui redditi societari. Questa tendenza, nel mercato comunitario, è poi particolarmente accentuata dalla circostanza relativa all’adesione all’Unione europea dei nuovi Paesi membri, alla libera circolazione dei capitali e alla conseguente competizione tra gli Stati nell’attrarre investimenti transfrontalieri, oltre che per i processi di mera liberalizzazione economica in atto. L’analisi copre un campione di 88 Paesi, inclusi i 27 Stati dell’Unione europea e i 30 Paesi che aderiscono all’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (Ocse), nonché i principali Paesi dell’Asia/Pacifico e dell’America Latina.

Le aliquote europee
Il processo riformatore che ha investito l’Europa negli ultimi anni è stato caratterizzato da una marcata riduzione delle aliquote legali sulla tassazione delle imprese (accompagnata da ampliamenti delle basi imponibili). L’aliquota nominale complessiva (nazionale e locale) dell’imposta sul reddito delle società è diminuita da un valore medio pari al 46 per cento nel 1980 al 40,2 per cento nel 1991 e al 34 per cento nel 2000. La tendenza al ribasso ha subito una primo avvio alla fine degli anni Novanta e una successiva accelerazione a seguito dell’ingresso nell’Ue dei 12 nuovi Paesi membri, che presentano aliquote generalmente inferiori rispetto a quelle dell’Ue a 15. Nel 2007, l’aliquota media della corporate income tax nei 27 Paesi comunitari si attesta al 23,76 per cento. L’aliquota passa al 28,45 per cento se si tiene conto della sola Ue a 15, mentre scende al 19,08 per cento con riferimento ai soli 12 Paesi dell’enlargement.

Vecchi e nuovi Stati membri
Tuttavia, la discesa delle aliquote nominali europee ha interessato sia i vecchi che i nuovi Stati membri. Sotto il profilo statistico i Paesi che hanno recentemente ridotto le aliquote legali sono cinque: l’Estonia (-1 per cento dal 23 per cento; l’aliquota legale, altresì, sarà ridotta al 21 per cento dal 2008 e al 20 per cento dal 2009), la Francia (-1,1 per cento dal 34,43 per cento; per le Pmi l’aliquota è del 15 per cento), la Grecia (- 4 per cento dal 29 per cento), la Lituania (-1 per cento dal 19 per cento) e i Paesi Bassi (- 4,2 per cento dal 29,6 per cento). L’aliquota irlandese (del 12,5 per cento), diversamente, passa al 25 per cento nel caso di commercio estero e sui dividendi di fonte estera. L’ordinamento lussemburghese, in altro modo, prospetta l’aumento dell’aliquota (dal 22,88 per cento) al 23,10 per cento allo scopo di incrementare l’Impot de solidaritè. In alcuni sistemi, dove permangono, ancora, regimi preferenziali per specifici settori e tipologie di attività, le aliquote effettive possono risultare consistentemente inferiori rispetto a quelle legali. Ad esempio, il sistema fiscale maltese prevede talune agevolazioni per cui il carico fiscale per le attività esercitate da soggetti non residenti attraverso le International Trading Companies è ridotto dal 35 al 4,17 per cento e può essere addirittura azzerato con riferimento alle companies with foreign income. Per questi motivi la Commissione europea (con nota IP/06/363 del 23 marzo 2006) ha formalmente censurato la Repubblica di Malta che, il 12 maggio 2006, ha reso nota l’intenzione di procedere all’abolizione dei predetti regimi agevolativi. Peraltro, da una lettura comparativa, emerge il gap esistente all’interno dell’Unione europea tra i "nuovi" Paesi aderenti che fanno registrare una aliquota media del 19,08 per cento e i "vecchi" come Germania (38,26 per cento), Italia (37,25 per cento), Spagna (35 per cento), Francia (34,43 per cento), Belgio (33,99 per cento) e Regno Unito (30 per cento). Giova, tra l’altro, osservare che l’aliquota inglese della corporation tax diventa progressiva per i redditi superiori a 1.500mila sterline. I neo-membri come la Bulgaria e Cipro (10 per cento), la Lettonia (15 per cento), l’Ungheria e Romania (16 per cento), quindi, hanno utilizzato a pieno la forza attrattiva delle aliquote particolarmente favorevoli (inferiori al 20 per cento) accelerando la "gara" al ribasso.                                       

… e nel resto del mondo
L’Ue a 27 con aliquota media del 23,76 per cento, tuttavia, si posiziona come l’area economica con le aliquote sui redditi più conveniente, rispetto a quella media dei Paesi dell’Ocse uguale al 28,16 per cento, dei Paesi dell’America Latina pari al 28,25 per cento e dell’Asia Pacifico equivalente al 30 per cento. Le aliquote più elevate del mondo appartengono al Giappone (40,69 per cento) e agli Usa (40 per cento). Tra i tax haven, le Isole Cayman si confermano come vero e proprio tax haven per le imprese con l’aliquota dello 0 per cento. Le società elvetiche, invece, sono soggette ad aliquote variabili, a seconda della loro attività e ubicazione (Cantoni) per cui, in certe circostanze, possono pagare tasse molto basse, in genere nella misura flat del 9 per cento del reddito. Nella Repubblica di San Marino l’imposta generale è ottenuta applicando l’aliquota proporzionale del 19 per cento sul reddito d’impresa. Fra i Paesi che hanno maggiormente ridotto le aliquote sulle imprese si segnalano l’Albania (-3 per cento dal 23 per cento) e Israele (-3 per cento dal 34 per cento); fra quelli che, diversamente, hanno registrato i maggiori incrementi la Repubblica Dominicana (+ 5 per cento dal 25 per cento) e le Filippine (+ 3 per cento dal 32 per cento). Tra le potenze economiche emergenti è significativa la riduzione operata dall’India (- 2,9 per cento dal 36,5 per cento) mentre per il Brasile e la Repubblica popolare cinese le aliquote rimangono stabili nella rispettiva misura del 34 per cento e del 33 per cento. L’Argentina, e il Pakistan si attestano al 35 per cento mentre il Sud Africa al 36,9 per cento.

L’impresa italiana e le influenze fiscali
L’impresa, a ben guardare, costituisce il perno centrale attorno a cui ruota l’organizzazione economica (fondata sul capitalismo) dei Paesi maggiormente industrializzati. Non a caso anche la nostra Costituzione garantisce, con l’articolo 41, la libertà di iniziativa economica privata, la cui massima espressione si identifica proprio nell’impresa. Quest’ultima, può definirsi come l’attività economica organizzata, esercitata professionalmente dall’imprenditore, diretta alla produzione o allo scambio di beni e servizi. Mancando, nel codice civile, una definizione autonoma di impresa, la si deduce, seppur implicitamente, dall’articolo 2082 del codice civile che delinea la figura dell’imprenditore. Pertanto, tramite l’impresa l’imprenditore svolge un servizio a sostegno dell’intera collettività, assolvendo a una funzione di raccordo tra capitale-lavoro e consumatori. E nell’avvio di un’attività economica l’imprenditore, generalmente, svolge tutta una serie di valutazioni (talvolta contrastanti) tra le quali emerge l’aspetto relativo all’imposizione tributaria che grava sul reddito d’impresa. In verità, l’incidenza della tassazione sul reddito societario, frequentemente, genera la diffusa percezione che gran parte delle scelte in capo all’imprenditore siano fortemente condizionate dal peso dei fattori di carattere tributario. In questo ambito, anche le complesse decisioni manageriali sono, non di rado, ricondotte ai vincoli esercitati sulla dinamica d’impresa dai "costi" fiscali. In altri termini, gli "agenti" fiscali possono essere considerati come quella parte di normativa che influenza le decisioni ed i comportamenti dei vertici aziendali di fronte alle possibili scelte di natura commerciale.

L’influenza dell’aliquota
Da sempre, l’aliquota delle imposte sui redditi rappresenta l’indice di lettura più rapida per stabilire la "gravosità" delle imposte stesse, perché fornisce una immediata verifica in misura "percentuale" della parte del proprio reddito che deve essere versata nelle casse pubbliche. Tuttavia, si tratta di una verifica in larga parte fittizia perché incompleta a rendere una rappresentazione fedele della reale tassazione subita: il concorso, infatti, di ulteriori fattori, quali detrazioni, deduzioni, crediti di imposta, ritenute, oltre alla previsione di regimi speciali che riducono la stessa aliquota o creano "potenziali" componenti negativi, abbattendo l’imponibile, sono in grado di ridurre l’effettivo carico tributario. È pur vero, comunque, che diversi studi confermano una sensibilità degli investimenti diretti esteri ai differenziali di tassazione. Per tali motivi, il rischio di localizzare gli investimenti in quei territori dove la tassazione è più conveniente risulta maggiormente elevato per quei settori di attività (come quello finanziario) che non richiedono particolari investimenti. Alcuni autori, infatti, hanno osservato che le imprese che operano in ambito internazionale dispongono di sofisticati strumenti attraverso cui, ferma restando la localizzazione dell’attività economica effettiva, spostano le proprie basi imponibili in quei luoghi che offrono le migliori obbligazioni tributarie. Lo spostamento degli utili nei Paesi a più bassa tassazione e dei costi in quelli a tassazione più elevata (cd. profit shifting), conseguentemente, può gravemente ripercuotersi sul livello delle entrate fiscali degli Stati a più alta tassazione. L’aliquota, generalmente espressa sotto forma di percentuale, che si applica alla base imponibile per calcolare il tributo, in tal modo diviene il motore dominante dell’imposta. Questo spiega il maggiore appeal che certi Paesi con più bassi tassi societari esercitano sulle scelte di localizzazione all’estero delle multinazionali.

L’aliquota Ires
L’articolo 77 del Tuir (Dpr n. 917 del 1986), modificato alla luce delle disposizioni contenute nel principio posto dal comma 2, dell’articolo 4 della legge delega n. 80 del 2003, stabilisce che l’Ires è commisurata al reddito complessivo netto con l’aliquota del 33 per cento. Tale misura percentuale (corrispondente alla media europea) mira ad armonizzare il sistema fiscale italiano con quello degli altri Paesi industrializzati, reso ormai indifferibile dal fenomeno della globalizzazione, nonché dalla necessità di attenuare il carico impositivo. Nella relazione al progetto di legge n. 2144 della XIV Legislatura è stato sostenuto, infatti, che "da tempo, il movimento che si manifesta nel "benchmark" di riferimento (costituito essenzialmente dal modello fiscale europeo) è espresso nel senso della riduzione del prelievo sull’impresa, simbolizzato dalla progressiva riduzione dell’aliquota d’imposta". Gli indirizzi di politica tributaria dei governi che si sono succeduti prima della riforma fiscale del 2003 già si dirigevano nella direzione di una progressiva attenuazione dell’imposta societaria. A tal proposito, occorre rammentare che l’articolo 4, comma 1, lett. b), della legge n. 388 del 2000 (Legge Finanziaria 2001) aveva ridotto l’aliquota Irpeg, dall’originario 37 per cento, dapprima al 36 per cento (a decorrere dal periodo d’imposta in corso al 1° gennaio 2001), e quindi al 35 per cento (a decorrere dal periodo d’imposta in corso al 1° gennaio 2003) e ancora l’articolo 4, comma 1, lett. b), della legge n. 289/2002 (Legge Finanziaria 2003) aveva rettificato la riduzione dell’aliquota decorrente dal periodo d’imposta 2003, nella minor misura percentuale del 34 per cento. Giova osservare, infine, che nell’ordinamento domestico, la tassazione del reddito d’impresa è differenziata in base alla natura giuridica assunta dall’attività economica svolta. Le imprese individuali e le società di persone, come noto, rientrano nel campo di applicazione dell’Irpef, ad aliquota variabile (23-43 per cento) e progressiva (ex art. 53 Cost.), mentre le società di capitali, oltre agli enti pubblici e privati, commerciali e non, sono soggette all’Ires, ad aliquota proporzionale fissa. Tutte le imprese, poi, indipendentemente dalla natura giuridica, sono tenute a corrispondere alla Regione nel cui territorio avviene l’esercizio abituale dell’attività produttiva l’Irap stabilita nella misura del 4,25 per cento. In Italia, quindi, l’aliquota complessiva di tassazione societaria ammonta all’attuale 37,25 per cento (comprensivo di Ires e Irap). In tale contesto, la riforma fiscale, mira(va) ad omogeneizzare l’aliquota del prelievo societario (prevedendo la progressiva abolizione dell’Irap) e stabilendo la massima aliquota dell’Ires con quella relativa allo scaglione superiore dell’imposta sui redditi (Ire) e cioè al 33 per cento.

Conclusioni
Le modalità tecniche e l’individuazione dei soggetti destinatari degli interventi di natura fiscale sono, oggi come non mai, al centro del dibattito politico. Una delle sfide principali dei prossimi anni consiste nel favorire la crescita economica e la creazione di occupazione in una società in grande trasformazione. La competitività del sistema Paese, pertanto, richiede una politica tributaria che produca risultati apprezzabili in termini di competizione fiscale. Per tali ragioni un elevato differenziale (nelle aliquote) costituisce un sensibile svantaggio rispetto alle scelte di investimento delle imprese multinazionali che, a parità di condizioni, trovano più conveniente localizzarsi altrove (piuttosto che in Italia o in Europa).
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