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Attualità

Le operazioni in valuta estera (1)

Dal diritto civile a quello tributario tutto ciò che c’è da sapere sulle novità che caratterizzano la materia a seguito dei recenti interventi legislativi
Uno dei problemi delle imprese che operano sui mercati esteri è la valorizzazione delle operazioni di acquisto e vendita espresse in valuta diversa da quella che ha corso legale nello Stato di appartenenza. A partire da questo numero FISCOnelmondo pubblica un contributo, suddiviso in quattro parti, che analizza l’argomento dal punto di vista civilistico e fiscale. In questa prima puntata l’attenzione si focalizza sulla disciplina del codice civile vigente sino al 31 dicembre 2003 e sui princìpi contabili nazionali.

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Premessa
Per le imprese che operano con l’estero si pone il problema della valorizzazione delle operazioni di acquisto e di vendita espresse in valuta diversa da quella avente corso legale nello Stato (in Italia, l’euro). Infatti, normalmente, l’operazione viene contabilizzata al tasso di cambio in vigore nel giorno in cui la stessa si è verificata (detto anche "cambio storico"). Un cambio che, non necessariamente, anzi quasi mai, coincide con quello di chiusura dell’esercizio. Al verificarsi di tale situazione si determinano alcune differenze (negative o positive) tra il cambio storico e quello di fine esercizio che producono, di conseguenza, componenti negativi di reddito (perdite su cambi) o positivi di reddito (utili su cambi). Pertanto per la valutazione dei crediti in moneta diversa da quella di conto devono essere affrontati, a fine esercizio, due problemi complementari:
- la valutazione del credito e la determinazione del cambio con cui iscrivere a fine esercizio il credito sorto in moneta estera, che sarà riscosso in esercizio successivo;
- la connessa rilevazione di eventuali utili o perdite sui cambi.

La disciplina civilistica sino al 31 dicembre 2003
Sino al 31 dicembre 2003 non erano previste specifiche regole per la conversione e la valutazione delle operazioni in moneta estera. Di conseguenza per la redazione, la rappresentazione e la valutazione delle operazioni espresse in moneta estera era sufficiente applicare i principi generali di chiarezza, veridicità e correttezza della situazione patrimoniale e finanziaria della società e del risultato economico dell’esercizio, disposti dall’articolo 2423, 2° comma, del codice civile. Si rendevano altresí applicabili i seguenti principi di redazione del bilancio, disposti dall’articolo 2423 bis, comma 1, del codice civile:
- la valutazione delle voci doveva essere fatta secondo prudenza e nella prospettiva della continuazione dell’attività;
- si potevano indicare esclusivamente gli utili realizzati alla data di chiusura dell’esercizio;
- si doveva tener conto dei proventi e degli oneri di competenza dell’esercizio, indipendentemente dalla data dell’incasso o del pagamento;
- si doveva tener conto dei rischi e delle perdite di competenza dell’esercizio, anche se conosciuti dopo la chiusura di questo;
- gli elementi eterogenei imputati nelle singole voci dovevano essere valutati separatamente;
- i criteri di valutazione non potevano essere modificati da un esercizio all’altro, salvo deroghe in casi eccezionali, accompagnate dalla motivazione e dalle indicazioni prescritte dall’articolo 2423 bis, ultimo comma, del codice civile.
I princìpi contabili nazionali
Delle operazioni in valuta estera si è occupato il principio contabile n. 26 emanato dai dottori commercialisti e dai ragionieri che, a tale proposito, evidenzia come il legislatore non abbia dettato specifiche disposizioni per la valutazione dei crediti in moneta estera. Secondo tale principio contabile, si rende comunque applicabile il criterio del presumibile valore di realizzo disposto, per i crediti in generale, dall’articolo 2426, comma 1, n. 8 del codice civile. E' opportuno ricordare che, con l’applicazione di tale criterio, si risolve soltanto uno dei problemi accennati in precedenza in quanto, per i crediti e i debiti in valuta, si pone l’ulteriore problema dell’aggiornamento monetario. E questo poiché il valore originariamente iscritto, sulla base del cambio storico, potrebbe non essere più attendibile. Ciò comporta la scelta, ai fini della conversione, del riferimento temporale, puntuale o di periodo, del cambio da applicare. La norma civilistica, pertanto, sino al 31 dicembre 2003, non dettava una disciplina specifica per la conversione dei valori non espressi all’origine in moneta avente corso legale nello Stato in quanto, il solo articolo 2427, comma 1, n. 1, del codice civile si limitava a richiedere l’illustrazione in nota integrativa dei criteri applicati nella conversione dei valori espressi all’origine in moneta avente corso legale nello Stato.
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