Articolo pubblicato su FiscoOggi (https://fiscooggi.it/)

Attualità

Le operazioni in valuta estera (3)

Dal diritto civile a quello tributario tutto ciò che c’è da sapere sulle novità che caratterizzano la materia a seguito dei recenti interventi legislativi
Le imprese che operano sui mercati esteri si trovano frequentemente di fronte al problema della valorizzazione delle operazioni di acquisto e vendita espresse in valuta diversa da quella che ha corso legale nello Stato di appartenenza. In questa terza puntata l’attenzione si focalizza sulla normativa fiscale alla luce delle disposizioni contenute nel Tuir in vigore sino al 31 dicembre 2003 e di quelle che, dal 1° gennaio 2004, hanno apportato alcune importanti variazioni all’argomento adeguando la disciplina tributaria al mutato quadro civilistico.

>> segue
Premessa
Le norme sulle determinazioni delle operazioni in valuta sono contenute nell’articolo 110 del Dpr n. 917/1986 che corrisponde al vecchio articolo 76 del Dpr n. 917/1986. L’intervento si è reso necessario per adeguare le norme fiscali al nuovo diritto societario. Infatti le norme di riforma del diritto societario hanno apportato modifiche anche ai criteri di valutazione di crediti e debiti in valuta. Per maggior precisione, va comunque ricordato che la disciplina fiscale delle operazioni in valuta è stata oggetto di un duplice intervento da parte del legislatore. In particolare, dapprima, con decorrenza dal 1° gennaio 2004, il decreto legislativo n. 344/2003 ha abrogato il vecchio articolo 72 e ha inserito la disciplina nei commi 3 e 4 dell’articolo 110. In seguito, con decorrenza dal 22 marzo 2005, il decreto legislativo n. 38/2005 ha riformulato il comma 3 e abrogato il comma 4 dell’articolo 110. Di seguito si riporta una breve analisi delle norme in materia partendo dalla situazione ante riforma sino ad arrivare all’attuale disciplina. L’obiettivo è di coglierne gli aspetti più significativi.

Disciplina fiscale ante riforma

In base alle norme del Tuir in vigore sino al 31 dicembre 2003, gli accantonamenti al fondo di copertura dei rischi di cambio erano deducibili nel limite rappresentato dalla differenza negativa tra:
- il saldo dei crediti e dei debiti in valuta estera risultanti in bilancio valutati secondo il cambio dell’ultimo mese dell’esercizio;
- il saldo degli stessi crediti e debiti valutati secondo il cambio del giorno in cui erano sorti o del giorno antecedente più prossimo e, in mancanza di tali cambi, secondo il cambio del mese in cui erano sorti.
La differenza si considerava negativa in caso di:
- riduzione del saldo attivo, vale a dire della differenza positiva tra crediti e debiti in valuta risultanti in bilancio;
- incremento del saldo passivo, vale a dire della differenza negativa tra crediti e debiti in valuta estera risultanti in bilancio.
Inoltre la deducibilità degli accantonamenti al fondo di copertura dei rischi di cambio doveva tener conto degli accantonamenti già dedotti in precedenti esercizi:
- se la differenza negativa deducibile era superiore al fondo risultante alla chiusura dell’esercizio precedente, l’eccedenza poteva essere dedotta come accantonamento per rischi di cambio;
- se la differenza negativa deducibile era pari o inferiore al fondo risultante alla chiusura dell’esercizio precedente, non era ammessa alcuna deduzione a titolo di accantonamento per rischi di cambio e l’eccedenza del fondo concorreva alla formazione del reddito imponibile.
Infine deve essere ricordato che le vecchie disposizioni disciplinavano anche due ulteriori aspetti e precisamente:
- la conversione dei saldi di conto delle stabili organizzazioni. Si trattava della conversione in euro dei saldi di conto delle stabili organizzazioni all’estero in base al cambio di chiusura dell’esercizio, escludendo la differenza rispetto ai saldi di conto dell’esercizio precedente.
- la contabilità plurimonetaria. Ciò riguardava la possibilità, per le imprese che intrattengono in modo sistematico rapporti in valuta estera, di tenere la contabilità plurimonetaria, applicando il cambio di fine esercizio ai saldi dei relativi conti.

Disciplina fiscale post riforma

A partire dal 1° gennaio 2004, con il decreto legislativo n. 344/2003, da un lato è stato abrogato l’articolo 72 del Dpr n. 917/1986, e dall’altro sono stati inseriti due nuovi commi (precisamente il comma 3 e 4) nell’articolo 110 per adeguare la disciplina fiscale al mutato quadro civilistico. Le uniche disposizioni rimaste immutate nel nuovo Tuir, e che pertanto sono ancora valide, riguardano:
- la conversione dei saldi di conto delle stabili organizzazioni (articolo 110, comma 2, secondo periodo);
- la contabilità plurimonetaria (articolo 110, comma 2, secondo periodo). Dal punto di vista operativo, con l’abrogazione dell’articolo 72 del Tuir, nel primo esercizio in cui si applicano le nuove disposizioni civilistiche in tema di bilancio, le imprese devono annullare l’eventuale saldo ancora esistente del fondo rischi su cambio, mediante sua girocontazione al C.E. ovvero al conto economico (precisamente utilizzando la voce C.17 bis – utili e perdite su cambi) e conseguente concorrenza dello stesso alla formazione del reddito complessivo.
Inoltre, per quanto riguarda la valorizzazione dei ricavi e dei costi in valuta estera, si deve applicare il combinato disposto dell’articolo 9, comma 2 e dell’articolo 110, comma 2 del Tuir secondo cui i corrispettivi, i proventi, le spese e gli oneri in valuta estera sono valutati secondo il cambio del giorno in cui sono stati conseguiti o sostenuti o, in mancanza, secondo il cambio del giorno antecedente più prossimo.
Crediti e debiti immobilizzati e non
La nuova norma, poi, fa una netta distinzione tra:
-  crediti e debiti non immobilizzati;
-  crediti e debiti immobilizzati.
In particolare il comma 3 dell’articolo 110 ha previsto che i crediti e i debiti in valuta ancora in essere alla data di chiusura dell’esercizio, non iscritti tra le immobilizzazioni, devono essere convertiti al cambio alla data di chiusura dell’esercizio. Da questa conversione emergono utili o perdite su cambi che concorrono alla formazione del reddito complessivo, coincidendo, la norma, con quanto previsto a livello civilistico.
Da quanto detto, sono comunque esclusi:
- i crediti iscritti tra le immobilizzazioni finanziarie, anche se esigibili entro l’esercizio successivo;
- i crediti e i debiti per i quali il rischio di cambio è coperto qualora i contratti di copertura non siano anch’essi valutati in modo coerente secondo il cambio di chiusura dell’esercizio.
Per i crediti e i debiti iscritti tra le immobilizzazioni, il comma 4 dell’articolo 110 (nella versione ante abrogazione) prevede lo stesso trattamento dei crediti e dei debiti non immobilizzati. A differenza di quanto previsto a livello civilistico, il contribuente ha libertà di scelta in quanto non è previsto l’obbligo della loro conversione al cambio alla data di chiusura dell’esercizio per la totalità degli stessi. Se si sceglie si convertire al cambio alla data di chiusura dell’esercizio, è deducibile l’eventuale perdita su cambi (minusvalenza) ma per un importo non superiore alla differenza tra la valutazione di ciascun credito e di ciascun debito secondo il cambio alla data di chiusura dell'esercizio e la valutazione dello stesso debito o credito secondo il cambio del giorno in cui è sorto o del giorno antecedente più prossimo e, in mancanza, secondo il cambio del mese in cui è sorto.
La deducibilità delle perdite
Lo stesso comma 4 prevede che le perdite sono deducibili fino a un ammontare pari alla differenza tra:
- la valutazione di ciascun credito e di ciascun debito secondo il cambio alla data di chiusura dell’esercizio;
- la valutazione dello stesso debito o credito secondo il cambio del giorno in cui è sorto o del giorno antecedente più prossimo e, in mancanza, secondo il cambio del mese in cui è sorto. E’ previsto, inoltre, l’obbligo di recupero delle valutazioni originarie laddove non esistano più le condizioni che, in passato, avevano giustificato la rilevanza della perdita su cambi. A tal fine la minusvalenza dedotta concorre alla formazione del reddito imponibile quando per due esercizi consecutivi il cambio medio risulta più favorevole di quello utilizzato per la determinazione della minusvalenza dedotta. In tal caso occorre recuperare a tassazione la precedente svalutazione del credito in valuta estera o la precedente rivalutazione del debito in valuta estera. Per determinare l’importo da assoggettare a tassazione si tiene conto del cambio meno favorevole rilevato alla fine dei due esercizi considerati.
Infine deve essere ricordato che il "cambio medio favorevole" si verifica quando:
- relativamente ai crediti, l’euro si svaluta rispetto alla valuta estera di riferimento;
- relativamente ai debiti, l’euro si rivaluta rispetto alla valuta estera di riferimento.
In presenza di tali condizioni occorre recuperare la precedente svalutazione del credito in valuta estera o la precedente rivalutazione del debito in valuta estera.

>> segue
URL: https://www.fiscooggi.it/rubrica/attualita/articolo/operazioni-valuta-estera-3