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Attualità

Partecipazioni non negoziate in mercati regolamentati L'omogeneizzazione dei patrimoni (2)

I bilanci dell'emittente: problemi di esistenza e comparabilità. Arsenico e vecchi merletti

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I bilanci dell'emittente: problemi di esistenza e comparabilità
La norma è molto rigida sulla fissazione dei due bilanci in base ai quali determinare il rapporto con cui può essere ridotto il valore della partecipazione:

  • primo elemento di confronto, "ultimo bilancio o, se successive, le deliberazioni di riduzione per perdite"
  • secondo elemento di confronto, "ultimo bilancio regolarmente approvato dalle società o enti emittenti anteriormente alla data in cui le azioni vennero acquistate".

Si può verificare comunemente l'inesistenza di uno di questi termini e tale inesistenza, secondo il tono letterale della norma, comporterebbe l'indeducibilità di eventuali minusvalori per il periodo interessato da questa mancanza.
Come è naturale, il caso più grave è l'inesistenza di un bilancio regolarmente approvato prima della data in cui le azioni sono state acquistate: in questo caso non si possono operare svalutazioni in senso assoluto, in quanto il rapporto è sempre carente di un termine in ogni esercizio successivo. Il problema si verifica quando la partecipazione è acquisita mediante sottoscrizione direttamente in sede di costituzione di una nuova società e, analogamente, quando viene sottoscritto capitale in seguito a un precedente azzeramento per effetto di perdite. In questi casi, il bilancio precedente l'acquisto o è inesistente o esprime un valore patrimoniale nullo o negativo. Al proposito, è intervenuta la risoluzione ministeriale del 9 aprile 1979, prot. 391, in cui si è affermato che "non sembra si possa porre in dubbio che, nella esemplificazione fatta, il secondo termine di raffronto sia costituito dal capitale sociale o dal patrimonio risultante dopo la ricostituzione del capitale sociale, così come suggerito dall'istante, rappresentando l'uno o l'altro, a seconda delle due indicate ipotesi, i valori patrimoniali di bilancio dell'ultimo esercizio anteriore all'acquisto dei titoli".
Tali interventi interpretativi del ministero sono in effetti indispensabili al fine di assicurare la deducibilità anche quando non sono presenti i rigidi presupposti richiesti dalla norma.

Il confronto tra i netti patrimoniali perde però di significato quando i patrimoni posti a confronto non sono comparabili.
Il fenomeno di incomparabilità del patrimonio iniziale e finale ricorre in maniera evidente quando nel periodo di tempo di detenzione della partecipazione si verificano degli aumenti di capitale sociale a pagamento. Il capitale, apportato medio tempore, aumenta il patrimonio della società emittente, ma non incide in alcuna misura sul patrimonio della società risalente al bilancio anteriore all'acquisto originario.
Si pensi all'acquisto di una quota per un costo di 100 e corrispondente a una quota di capitale netto, in base all'ultimo bilancio regolarmente approvato, pari a 100. In un esercizio successivo viene deliberato un aumento di capitale con un apporto pari a 1.000. Si ipotizza inoltre che la società chiuda sempre in pareggio, e a questo punto si stimano le perdite future che si dovranno conseguire per poter valutare a un minor valore la partecipazione.
I valori rilevanti ai sensi dell'articolo 61 sono i seguenti:

  • valore di costo della partecipazione ex articolo 61, 100
  • valore del patrimonio netto in base all'ultimo bilancio approvato prima dell'acquisto, 100
  • sottoscrizione aumento capitale sociale da ricomprendere nel valore unitario ex articolo 61, 1.000
  • valore del patrimonio netto in base all'ultimo bilancio dopo la sottoscrizione dell'aumento, 1.100.

Perché si possa registrare un minor valore fiscalmente deducibile in capo alla partecipazione, la società emittente dovrà accumulare una perdita che ne riduca il patrimonio netto a un valore inferiore al patrimonio netto originario pari a 100. Con una perdita patrimoniale nella partecipata da 0 a 1.000, la società non avrà titolo alla deduzione dei minori valori rilevati sulla partecipazione. Per una perdita superiore a 1.000, e quindi solo dopo aver consumato tutto l'aumento di capitale, la società potrà dedurre fiscalmente i minori valori registrati sulla partecipazione. Nel nostro caso, la svalutazione è deducibile solo quando la perdita patrimoniale della società supera un rapporto di 1.000/1.100, cioè quando il capitale della partecipata è eroso per più del 90 per cento.
Fino alla circolare del 2004, la questione non è mai stato oggetto di un intervento diretto di chiarificazione da parte dell'Amministrazione finanziaria. Vediamo, allora, come questo problema sia stato affrontato dalla dottrina.

Arsenico e vecchi merletti
Con riferimento al problema della comparabilità dei netti patrimoniali, è stato affermato che lo scopo della norma di cui all'articolo 61 del Testo unico in vigore al 31/12/2003 è quello di dare rilevanza economica alle perdite patrimoniali subite dalla società partecipata. Quindi, "per rendere concretamente operante la disposizione legislativa è necessario rendere comparabili i netti patrimoniali mediante procedimenti di omogeneizzazione che rendano ininfluenti le operazioni sul capitale intervenute nel periodo considerato" ("Valutazione fiscale delle azioni non quotate in borsa. Procedimenti per la comparabilità dei bilanci da confrontare", Natale Girolamo, Boll. Trib. Inf., 1983, pagg. 1748-1761). A ben vedere, un procedimento di omogeneizzazione, che varia i patrimoni netti di riferimento, non è affatto contemplato dalla normativa tributaria contenuta nell'articolo 61. La legittimità del ricorso all'omogeneizzazione dei patrimoni viene tuttavia fatta discendere da due interpretazioni ministeriali già citate:

  • la risoluzione ministeriale del 9 aprile 1979, prot. 391, che definisce il patrimonio netto iniziale in maniera originale rispetto alla norma e che, a parere dell'Autore, rappresenta il riconoscimento ufficiale che, per rendere operante la norma, bisogna rendere comparabili i patrimoni da confrontare
  • la circolare n. 350860 del 1957, inoltre, indica che, al fine di determinare il patrimonio netto, il capitale sottoscritto e versato deve essere assunto "tenuto conto delle variazioni intervenute nel numero o nel valore nominale delle azioni"; da ciò, il citato Autore desume il principio in base al quale non si può operare il confronto per valori assoluti ed è necessario rendere omogenei i termini del confronto.

A questa precisa impostazione si conforma tutta una dottrina successiva.

La Libera associazione dei dottori commercialisti, con la "Norma di comportamento in materia tributaria n. 87" del 1986, afferma che lo spirito della norma è quello di consentire diminuzioni patrimoniali conseguenti a perdite subite dalla società partecipata. Dunque devono "essere neutralizzate tutte le variazioni verificatesi in dipendenza di pure e semplici operazioni sul capitale o di altra natura che non interessano il conto economico dell'impresa. Conseguentemente occorre procedere, per i nuovi versamenti eseguiti nel periodo temporale di riferimento, ad una omogeneizzazione dei valori". Questa tesi discende dalla generalizzazione del metodo di individuazione del patrimonio netto iniziale (secondo elemento di confronto) indicato nella citata risoluzione prot. 391 del 1979: vista la soluzione delineata dal ministero nei casi ricordati in precedenza, "non dissimile deve essere quindi il trattamento da applicare in presenza di aumenti di capitale sociale, in tale situazione il secondo elemento di confronto deve essere rettificato in relazione all'entità dell'aumento del capitale sociale eseguito".
Si consolida la necessità di ricorrere alla cosiddetta omogeneizzazione dei netti patrimoniali confrontati: "se la società partecipata aumenta il capitale sociale in data successiva all'acquisto della partecipazione, il netto patrimoniale di riferimento deve essere incrementato di un importo pari all'aumento di capitale eseguito" (Francesco Mazzarelli, Italia Oggi, 23/07/1987). Il principio si ritiene conforme a quanto contenuto nella risoluzione del 1979, altrimenti il netto patrimoniale non potrebbe consentire la svalutazione finché non si verificasse una perdita di importo pari all'aumento di capitale sociale.

L'impostazione viene assunta in maniera sostanzialmente acritica in "Le imposte sui redditi nel testo unico" (M. Leo - F. Monacchi - M. Schiavo, Giuffrè Editore, Milano, 1999): "è da rilevare che l'anzidetta differenza [la diminuzione patrimoniale derivante dal confronto tra i due bilanci] ai fini della valutazione della partecipazione non va assunta nella sua accezione letterale, in quanto essa presuppone che sia rimasto invariato il capitale sociale , sia con riguardo al valore nominale che con riguardo al numero delle azioni". Ciò trova giustificazione nel citato passo della circolare n. 350860 del 1957, altrimenti "resterebbe preclusa la possibilità di svalutare la partecipazione pur in presenza di perdite, dato che il patrimonio netto può registrare formalmente un incremento superiore alle perdite stesse, come nel caso di aumento di capitale per un ammontare superiore a quello dello perdite" (ibidem, pag. 909). Il collegamento con la circolare del 1957 è in questo caso ancora più oscuro. A supporto della tesi per cui non si deve considerare l'incremento patrimoniale derivante da un aumento a pagamento, viene addotto il comma 5 dell'articolo 61 nella parte in cui prevede che per determinare il valore minimo dei titoli non quotati "non si tiene conto dei versamenti e delle remissioni di debiti fatti a copertura di perdite dell'emittente". Secondo il metodo di omogeneizzazione prescelto dagli Autori "occorrerà calcolare i patrimoni netti (iniziale e finale) riferibili alla quota di partecipazione di ciascun periodo per 'neutralizzare', ad esempio, gli effetti prodotti da un aumento a pagamento - non sottoscritto - del numero delle azioni" (ibidem, pag. 910).

A questo punto la dottrina può definirsi schiacciante a favore dell'omogeneizzazione dei patrimoni in base a una pluralità di metodi contabili. Questi metodi, che verranno analizzati in seguito, consentono di pervenire a una comparabilità dei bilanci di riferimento attraverso un'alterazione dei netti patrimoniali contabili.
Tale punto di vista viene rafforzato dalla inesistenza di ogni autorevole posizione contraria ed è presumibilmente fatto proprio da gran parte delle società detentrici di partecipazioni non quotate. Le posizioni contrarie dell'Amministrazione finanziaria sembrano aver avuto poca risonanza a livello nazionale e, nella letteratura di commento a pronunce giurisprudenziali, non si trovano citazioni relative a sentenze della giustizia tributaria circa contenziosi collegati all'argomento in discussione.
In via generale si può dire che, se di un certo argomento viene dato per scontato un orientamento univoco, difficilmente chi è chiamato a giudicare potrà andare contro a una prassi che sembra consolidata. Si può in questo senso annotare la decisione n. 145/1/92 del 9 ottobre 1992 della Commissione tributaria di secondo grado di Trieste. Nella questione esaminata, il contribuente aveva effettuato la valutazione delle azioni dividendo il patrimonio netto per il numero delle stesse e aveva operato il confronto tra valori unitari di patrimonio netto attribuibili a ogni singola azione posseduta con riferimento al bilancio iniziale e con riferimento al bilancio finale. Essendo intervenuto, nel periodo intercorso, un aumento di capitale sociale con emissione di nuove azioni, il confronto tra i valori unitari così determinati teneva necessariamente conto dell'aumento di capitale sociale. Si vuole sottolineare che il metodo è un'applicazione particolare dell'omogeneizzazione dei patrimoni netti e non avrebbe portato a rettifiche qualora il numero delle partecipazioni non fosse variato. Il metodo considerato, inoltre, non prevede una variazione del patrimonio netto iniziale o finale in misura corrispondente alle variazioni di capitale sociale in senso assoluto, ma solo in maniera mediata rispetto all'incremento del numero di azioni.
A ogni modo viene affermato che l'interpretazione letterale delle norme "che stabiliscono i due termini di raffronto porta a risultati logici, solo allorché il capitale sociale e il numero delle azioni rimangono invariati, ma è fonte di distorsioni qualora sul capitale siano state effettuate operazioni che determinino un suo aumento superiore alle perdite, dal che deriverebbe l'impossibilità di una svalutazione delle azioni". Da queste affermazioni, aldilà del caso specifico, viene comunque enunciata, nella sua nozione più estesa, la facoltà di armonizzare i due patrimoni secondo il ricordato procedimento di omogeneizzazione.
Più avanti si focalizza il punto, affermando che "(...) la dottrina, anche richiamandosi alla circolare n. 350860 in data 15.04.1957 del Ministero delle Finanze - ove si afferma che nella determinazione del patrimonio netto il capitale sottoscritto e versato deve essere assunto tenendo conto delle variazioni intervenute nel numero e nel valore nominale delle azioni - ha ritenuto implicita nelle disposizioni di legge la possibilità di omogeneizzare i termini di raffronto, cioè di determinare previamente il valore unitario dei titoli, così ottenendo una sicura indicazione circa l'eventuale deprezzamento dei medesimi". E quindi sembra "che tale metodo non contrasti con il reale intendimento della legge la quale, d'altronde, sembra più esplicita con l'art. 61, 3° comma, del vigente T.U.I.R., laddove dice che ai fini dell'applicazione del quarto comma dell'articolo 59 il valore minimo è determinato (...) riducendo il valore unitario medio (...)".
Non risultano esserci stati ulteriori gradi di giudizio.

2 - continua

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