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Attualità

Proventi da prostituzione non tassabili

L'attività di meretricio, immorale ma non illecita, non rientra tra le tipologie di reddito previste dal Tuir

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Se l'Amministrazione finanziaria accerta in via presuntiva la disponibilità di un reddito deducendolo indirettamente dai notevoli investimenti effettuati da parte del contribuente, questi è ammesso a provare che tale reddito non è soggetto a imposta. Nello specifico, i proventi che un soggetto ricavi dall'esercizio della prostituzione non sono soggetti a imposizione tributaria, in quanto non ascrivibili ad alcuna delle categorie di reddito indicate nell'articolo 6 del Dpr n. 917/1986, né possono essere considerati proventi di reato tassabili ai sensi dell'articolo 14, comma 4, della legge n. 537/1993.

Questo è l'interessante principio giuridico in virtù del quale i giudici tributari milanesi - sentenza n. 272/47/2005 depositata il 22 dicembre 2005 - hanno accolto le doglianze di una contribuente e, per l'effetto, annullato l'atto impositivo emesso dall'ufficio finanziario.
La sentenza in commento, sebbene costituisca soltanto il primo grado del giudizio, assume rilievo non solo per la singolare vicenda oggetto del giudizio ma soprattutto per le conclusioni - che si potranno condividere o meno - cui giunge.

Ma raccontiamo i fatti.
L'ufficio finanziario procede, nei confronti di una contribuente, alla determinazione sintetica del reddito complessivo ai sensi dell'articolo 38, comma 4, del Dpr n. 600/1973 ("redditometro") sulla scorta della capacità di spesa dimostrata con l'acquisto di beni mobili e immobili.
Il "redditometro" è uno strumento che permette all'Amministrazione finanziaria di determinare presuntivamente il reddito del contribuente sulla base di parametri che, alla luce di consolidate massime d'esperienza, sono indici rivelatori di reddito del contribuente, e demanda a un regolamento del ministro delle Finanze la determinazione dei parametri in base ai quali determinare presuntivamente il reddito.

Il potere accertativo conferito dal legislatore agli uffici finanziari attraverso il richiamato articolo 38, pur se fondato su presunzioni iuris tantum e non iuris et de iure, è conforme al disposto dell'articolo 53 della Costituzione, in quanto lega l'accertamento tributario a elementi che debbono essere rigorosamente dimostrati e sono idonei a costituire fonte sicura di rilevamento della capacità contributiva (in tal senso, si è espressa la Corte costituzionale, con l'ordinanza n. 297 del 28 luglio 2004, con la quale ha rigettato la questione di legittimità costituzionale dell'articolo 38, comma 4, del Dpr accertamento).
Per pacifica giurisprudenza, infatti, l'utilizzo dei parametri contenuti nei cosiddetti "redditometri" esonera l'Amministrazione da qualunque ulteriore prova e le consente di emettere un valido avviso di accertamento ricorrendo a un mero calcolo matematico; resta onere del contribuente fornire in sede giudiziaria la prova contraria a quanto dedotto attraverso il "redditometro" (cfr. ex multis, Cass. sentenza n. 328 dell'11 gennaio 2006, n. 19403 del 5 ottobre 2005).

Ritornando alla fattispecie in esame, la contribuente impugna l'atto impositivo sostenendo che sono state riprese a tassazione delle somme derivanti da investimenti immobiliari senza che l'ufficio, di tali somme, abbia in alcun modo indicato la definizione tributaria, ossia la tipologia di reddito, di cui all'articolo 6 del Dpr n. 917/1986, alla quale ascrivere le riprese.
I giudici milanesi di prime cure ritengono che la decisione della controversia non possa prescindere dalla esatta qualificazione giuridico-tributaria delle somme utilizzate dalla ricorrente per gli investimenti oggetto degli avvisi di accertamento impugnati, che hanno dato luogo alla determinazione sintetica dei reddito.
Innanzitutto, la commissione lombarda precisa che "il potere accertativo dell'Amministrazione finanziaria, in qualsiasi caso, ed a maggior ragione nel caso di determinazione sintetica del reddito, deve essere subordinato ai criteri della chiarezza e riconoscibilità del proprio operato; elementi che devono, geneticamente, essere inclusi nelle motivazioni dell'atto impositivo".
In conformità a tale principio, l'ufficio, nel caso in esame, avrebbe dovuto almeno indicare negli avvisi di accertamento a quale categoria di reddito andava ricondotta la capacità reddituale della ricorrente.
Ciò è avvenuto soltanto nelle deduzioni, con le quali l'ufficio convenuto, costituendosi in giudizio, ha qualificato il reddito accertato in capo alla ricorrente, come frutto di attività illecita, consistente (come dichiarato e debitamente provato dalla ricorrente stessa in sede processuale) nell'esercizio abituale del meretricio.

La disciplina del "redditometro" - in particolare l'articolo 38, comma 6, del Dpr n. 600/1973 - attribuisce al contribuente che riceve un accertamento sintetico, la facoltà di dimostrare che il maggior reddito determinato è costituito in tutto o in parte da redditi esenti o da redditi soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d'imposta.
Tali argomentazioni difensive, basate sulla circostanza della non tassabilità dei redditi perché provento dell'attività di prostituta e perciò non ascrivibili a nessuna categoria di reddito, hanno indotto la Commissione tributaria a ritenere invalida la pretesa erariale.

Per la Commissione di primo grado, la qualificazione giuridica operata dall'ufficio finanziario non trova riscontro nel nostro ordinamento, in quanto, oramai da tempo, la prostituzione non costituisce più ipotesi di reato (n.d.a. costituiscono ipotesi di reato soltanto l'induzione e lo sfruttamento della prostituzione, ma non l'attività in sé), per cui risulta inapplicabile la previsione dell'articolo 14, comma 4, della legge n. 537/1993, in base al quale "nelle categorie di reddito di cui all'art. 6, comma 1, del testo unico delle imposte sui redditi ... devono intendersi ricompresi, se in esse classificabili, i proventi derivanti da fatti, atti o attività qualificabili come illecito civile, penale o amministrativo...".
Inoltre, tale attività non rientra in nessuna delle ulteriori ipotesi di cui all'articolo 6 del Dpr n. 917/1986, che suddivide i redditi in fondiari, di capitale, di lavoro dipendente, di lavoro autonomo, di impresa e diversi.

Del resto, alle stesse conclusioni è giunta la Corte suprema allorquando, già nel lontano 1986 (sentenza n. 4927), ebbe modo di affermare che "la prostituzione è attività contraria al buon costume, in quanto avvertita dalla generalità delle persone come violatrice di quella morale corrente che rifiuta, sulla scorta delle norme etiche che rappresentano il patrimonio della civiltà attuale, il commercio per danaro che una donna faccia del proprio corpo, il guadagno conseguito dalla prostituta a seguito della sua attività non può considerarsi reddito di lavoro autonomo o dipendente", né costituisce, possiamo aggiungere, fatto illecito perché non penalmente sanzionato, con la conseguenza che i proventi di tale attività non possono essere ripresi a tassazione.

In conclusione, continuano i giudici meneghini, fino a quando il legislatore non interverrà per disciplinare specificamente le fattispecie che comportano la vendita del proprio corpo, i proventi della prostituzione non possono essere considerati redditi in "senso tecnico", per cui non possono essere assoggettati a imposta.
Senza nulla togliere al principio giuridico contenuto nella sentenza in commento, ricordiamo che si tratta solo del primo grado di giudizio e quindi, considerata la rilevanza tributaria della fattispecie esaminata, sono auspicabili, quanto prima, interventi di magistrature superiori.

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