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Attualità

Stop all’anatocismo per i crediti tributari

Messa la parola fine a una questione su cui la stessa giurisprudenza di legittimità era stata non univoca

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Con il comma 50 dell'articolo 37 del decreto legge n. 223 del 4 luglio 2006, il legislatore pronuncia la parola "fine" in relazione alla vexata quaestio della debenza o meno degli interessi anatocistici sui crediti dei contribuenti nei confronti del Fisco.
In applicazione della nuova norma, gli interessi maturati sui tributi sono dovuti nella misura fissa stabilita dalla singola legge d'imposta e non sono cumulabili con quelli anatocistici, di cui all'articolo 1283 del Codice civile, che ne consente la capitalizzazione.

Nel diritto tributario non esisteva alcuna norma che prevedesse espressamente l'applicabilità dell'articolo 1283 del Codice civile o che tale applicabilità espressamente escludesse.
Sulla questione si erano registrati, nel corso del tempo, orientamenti di segno opposto all'interno della giurisprudenza di legittimità. In un primo momento, la Suprema corte aveva sostenuto l'inapplicabilità dell'articolo 1283 c.c. in ambito tributario (Cassazione, sentenza n. 6310/1996), argomentando che la norma in questione non poteva trovare applicazione nei confronti di crediti di natura tributaria, posta la prevalenza delle disposizioni speciali che regolano compiutamente la mora debendi tributaria.

Successivamente, però, la Cassazione ribaltava completamente il proprio indirizzo, riconoscendo ai contribuenti la possibilità di chiedere e ottenere gli interessi anatocistici anche nei confronti del Fisco, sulla base della considerazione che la presenza della Pubblica amministrazione in qualità di creditore o debitore non alterasse affatto la struttura del rapporto obbligatorio. L'applicabilità del più volte citato articolo 1283, pertanto, non poteva essere pregiudizialmente esclusa nel caso di obbligazioni tributarie, posto che le norme che regolano il rimborso delle imposte versate in eccesso nulla prevedevano a tal riguardo.

Seguendo tale orientamento, i giudici di legittimità, nelle pronunce più recenti, avevano affermato che gli interessi scaduti e dovuti almeno per sei mesi potevano essere capitalizzati, producendo ulteriori interessi (composti o anatocistici) dal giorno della domanda giudiziale (o per effetto di convenzione posteriore alla scadenza): "l'articolo 1283 c.c. costituisce una norma dettata in generale per le obbligazioni pecuniarie, e, come tale, idonea ad includervi, in difetto di ragioni d'incompatibilità o di difforme previsione, i debiti pecuniari che nascono dal rapporto tributario, dato che la genesi e la funzione pubblicistica del rapporto medesimo non toccano la paritarietà sostanziale delle posizioni di dare ed avere da esso costituite(1)".

Da rimarcare anche che la Corte di cassazione aveva chiarito più volte che la domanda rivolta a ottenere gli interessi anatocistici doveva essere espressamente e chiaramente formulata nel ricorso, non potendosi essa ritenere un accessorio del credito principale conseguente in via automatica dall'accoglimento della domanda di rimborso(2).

Come evidenziato anche nella circolare dell'Agenzia delle entrate n. 28/E del 4 agosto 2006, in assenza di specifiche disposizioni, la norma "chiarificatrice" entra in vigore il 4 luglio 2006, applicandosi agli interessi che maturano da tale data.
In sostanza, per i crediti già esistenti alla data di entrata in vigore del decreto, dovrà applicarsi un doppio sistema per il calcolo degli interessi: fino al 4 luglio 2006 il credito tributario produce interessi anatocistici, successivamente smette di produrne.

NOTE:
1) Ex multis: Cassazione, sentenze 30 maggio 2001, n. 7408; 19 aprile 2001, n. 5790; 11 agosto 2000, n. 10628; 3 settembre 1999, n. 9273; 22 gennaio 1999, n. 552.

2) Cassazione, sentenza n. 4935, depositata l'8 marzo 2006.

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