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Attualità

Per il trasferimento di beni privati niente tributi

I giudici di Lussemburgo con la sentenza del 26 aprile 2007, si sono pronunciati sulla interpretazione della direttiva n. 83/193

Nel mirino le franchigie fiscali applicabili alle importazioni definitive di beni personali di privati provenienti da uno stato membro. Nella sentenza fornite alcune fondamentali precisazioni sui criteri determinanti per l’individuazione della cosiddetta "residenza normale". La controversia in esame ha preso il via da un ricorso presentato da un ufficiale dell’aeronautica militare greco che, dopo un trasferimento presso la sede Nato a Napoli, era tornato a casa, importando definitivamente un veicolo per uso privato. L’ufficio doganale aveva considerato la sua permanenza a Napoli come missione di servizio di durata determinata e, quindi, ai fini del pagamento della tassa di immatricolazione, le autorità elleniche lo ritenevano residente in Grecia. A seguito di ricorso presso il tribunale amministrativo di primo grado di Atene veniva parzialmente riformata la decisione e, in seguito, il militare provvedeva a impugnare la sentenza presso la Corte amministrativa d’Appello di Atene (il nostro Consiglio di Stato). Quest’ultima decideva di sospendere il procedimento e chiedeva alla Corte di Giustizia di chiarire la nozione di "residenza normale". Ciò era necessario per stabilire con certezza in quale Stato il militare doveva essere considerato residente, poiché se fosse stato considerato residente in Italia avrebbe potuto avvalersi delle franchigie previste nella direttiva n. 83/1993 del 28 marzo 1983, modificata dalla 89/604; in caso contrario l’imposizione dei diritti di accisa e la tassa speciale di immatricolazione, disposti dalle autorità nazionali, erano da considerarsi legittime.

La nozione di "residenza normale"
La Corte di Giustizia, interpretando l’articolo 6 della direttiva 83/1993, ha precisato quali sono i criteri da valutare ai fini della qualificazione della nozione di residenza normale, che prescinde dalla definizione degli ordinamenti interni. Secondo i giudici comunitari, infatti, la residenza normale "deve essere considerata come il luogo in cui l’interessato ha stabilito il centro permanente dei suoi interessi" (v. per analogia, sentenze Ryborg, punto 19, e Louloudakis, punto 51). Il criterio della permanenza è individuato nella stessa direttiva, che fissa una soglia minima di dimora di almeno 185 giorni l’anno. Tutti gli elementi di fatto rilevanti devono essere presi in considerazione, vale a dire: la presenza fisica della persona che invoca l’applicazione di franchigie, quella dei suoi familiari, la disponibilità di un’abitazione, il luogo in cui i figli vanno a scuola, quello dell’esercizio delle attività professionali, quello in cui vi sono gli interessi patrimoniali, dei legami amministrativi con le autorità pubbliche o gli organismi sociali. La Corte, però, sostiene che non è sufficiente il solo elemento di fatto, personale o professionale che sia, perché quest’ultimo deve coincidere con la volontà di risiedere in un determinato Stato. Inoltre la Corte stabilisce un criterio di priorità prevedendo che, qualora una valutazione globale dei legami professionali e personali, non sia sufficiente a individuare il centro permanente degli interessi di una persona, deve essere data preminenza ai legami personali.

L’applicazione di franchigie fiscali ai lavoratori

La direttiva comunitaria n. 83/183 del 28 marzo 1983, modificata dalla 89/604, recepita nell’ordinamento italiano con la legge n. 479 del 26 novembre 1992, si pone l’obiettivo di favorire la libera circolazione delle persone, eliminando ostacoli all’importazione di beni da parte di privati, fissando franchigie fiscali. Nel caso di specie la Corte di Giustizia ha chiarito che l’esclusione dal pagamento dei tributi per l’importazione di beni personali, nel caso di trasferimento di residenza, deve essere prevista anche laddove la direttiva n. 83/183 non sia applicabile. Questo è in linea con il trattato 39 Ce, che assicura il diritto alla libera circolazione del lavoratori. In ogni caso, toccherà al giudice nazionale verificare concretamente se il pagamento di tributi conduce ad una situazione svantaggiosa per il lavoratore che risiede in modo permanente in un Paese membro.
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