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Dal mondo

2011, l’anno che segna la “moda”
della trasparenza fiscal-finanziaria

La crisi mette il turbo alle intese sullo scambio d’informazioni, anche se molti accordi sollevano “ombre”

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Sul pianeta globale del Fisco nel 2011 impazza una nuova moda senza confini, né precedenti. È la febbre dei TIEAs, ovvero, degli accordi sullo scambio d’informazioni a fini fiscali tra due distinte giurisdizioni. In pratica, mentre nel 2000, anno d’esordio che ha segnato l’ingresso nel nuovo millennio, gli accordi fiscali sottoscritti tra i Paesi in funzione della trasparenza erano siglati al ritmo di uno l’anno, ora invece si è balzati sul tetto dei 500. In realtà, analisti, esperti, e responsabili di diverse organizzazioni internazionali, inclusi l’International Monetary Fund e la World Bank, non mostrano nessun particolare segno di soddisfazione, nonostante almeno sulla carta l’escalation delle nuove intese dovrebbe comunque aver prodotto una ritirata del muro di riservatezza, un vero e proprio limes contabile ad oggi quasi invalicabile, che da almeno mezzo secolo impedisce d’investigare in modo accurato sui flussi finanziari e sulle fortune, in migliaia di miliardi di euro, alloggiate in decine di paradisi fiscali e di centri finanziari offshore. Ebbene, alla luce delle aperture di massa sulla questione del reciproco scambio d’informazioni, la convinzione che ci si trovi in prossimità d’un collasso della riservatezza assoluta non sfiora nessuna delle riflessioni dei maggiore esperti in materia i quali, ripetutamente e in ogni occasione, si mostrano scettici se non pessimisti sul futuro incontro possibile tra finanza e trasparenza.   Un Pianeta di scambisti di dati e di notizie fiscal-finanziarie – Osservando l’impennarsi della curva relativa ai numeri sulle intese sullo scambio d’informazioni che nascono ogni giorno, è sufficiente partire proprio dal 2000. In quell’anno, si parlò d’un solo, solitario accordo. Nel 2001, invece, si raddoppiò il passo, e le intese furono 2, quindi, 8 nel 2002, 9 nel 2003, e ancora 9 nel 2004, 11 nel 2005, bis nel 2006, 23 nel 2007 e prima decisa accelerazione nel 2008, quando si salì a 50. A seguire, 250 intese nel 2009, 459 nel 2010 e già 500 nel 2011. Insomma, un vera moda senza precedenti. In realtà, i primi dubbi derivano subito dal fatto che una quota di rilevo delle intese sottoscritte vede le giurisdizioni offshore siglare accordi con Paesi come Indonesia, Messico, Repubblica Ceca che difficilmente ufficializzarono, almeno non in modo continuativo, richieste d’informazioni significative. Sembrano, quindi, a tutti gli effetti accordi semplicemente di comodo.   Finanza e trasparenza, un matrimonio che “non s’ha da fare” – La ragione di questo diffuso scetticismo è dovuta alle condizioni che hanno condotto all’escalation. La prima riguarda l’entrata in scena della crisi mondiale, dei mercati e della finanza, con il suo impatto immediato sulle economie reali e la crisi dei singoli Stati. Una crisi più lunga di quanto previsto e che ha finito per forzare la maggior parte dei Paesi in una pressione congiunta esercitata sulle giurisdizione meno collaborative sul versante dello scambio dei dati. Pressione però dovuta al momento, alla sua eccezionalità, non a una scelta di lungo periodo o, ancor meglio, di generale ristrutturazione delle fondamenta poste alla base del sistema relazionale internazionale in materia di scambi e di cooperazione anche sui versanti fiscal-finanziario. La seconda motivazione alla base dello scetticismo trova invece spunto dall’assenza d’un rigoroso e ampiamente condiviso modello generale di riassetto delle microaree consacrate all’offshore. In questo ambito, infatti, gli interessi dei singoli Stati nazionali giocano un ruolo che ancor oggi, alla luce del disastro post-crisi, si mostra insormontabile. Un caso su tutti, quello cinese. Chiedere oggi a Pechino di aprire il velo sui conti e sulle transazioni oscure che hanno come direttrice e ispiratrice la cittadella finanziaria di Macao è forse più arduo che chiedere alla Cina di rivedere la sua adesione ai diritti e alle libertà su modello internazionale. Naturalmente, il caso cinese non è affatto isolato. È sufficiente spostarsi a Panama per interrogarsi sul perché gli Usa, la maggiore delle potenze oggi sullo scacchiere, non abbia mai esercitato pressioni d’una certa entità su quel Paese nonostante la sua dubbia posizione come luogo di transazioni che a conti fatti danneggiano anche le entrate fiscali statunitensi. Ecco, questo quadro, sic stantibus, non sembra promettere nessun passo avanti reale, se non decine di piccoli passi ma esclusivamente formali, come quelli legati all’intensificarsi degli scambi d’informazione in materia fiscale.
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