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Dal mondo

Accordo globale sulla corporate tax.
Dall’Africa un sì condizionato

Dal forum delle amministrazioni fiscali africane ok alla minimum tax ma al 20% non al 15% e più quote di utili da riallocare

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Dopo diversi anni di intense trattative, a inizio luglio ben 131 membri, dell'Inclusive Framework, già divenuti nel frattempo 132, hanno raggiunto l’accordo su una soluzione a “due pilastri” (vedi articolo “La corporate tax globale prende forma. Dall’Ocse accordo storico di 131 Paesi”) per affrontare le sfide fiscali derivanti dalla digitalizzazione dell'economia. Si tratta di Paesi e giurisdizioni che rappresentano oltre il 90% del Pil globale. In realtà, un piccolo gruppo inizialmente di 9 membri, ma poi ulteriormente ridotto con l’adesione del Perù e successivamente più recentemente di Saint Vincent e Grenadine, non ha ancora aderito. È questo il quadro generale a cui, nelle ultime settimane, si sono aggiunte diverse prese di posizione espresse ufficialmente dall’African Tax Adminstration Forum (Ataf), che riunisce le agenzie fiscali di 38 Paesi del continente africano. In sostanza, anche l’Africa vuole avere una sua voce, forte, nel processo di definizione di regole internazionali di tale rilievo che avranno effetti significativi anche sulle economie dei Paesi africani. Peraltro, i giudizi espressi dall’Ataf non sono di critica generica alle decisioni assunte in merito al nuovo pacchetto contenete le GloBe Rules, piuttosto si tratta di osservazioni tecniche e puntuali riferibili agli aspetti normativi, procedurali e regolamentativi. È corretto ricordare che l'imposta sul reddito delle società rappresenta una quota maggiore delle entrate fiscali e del Pil nei Paesi in via di sviluppo rispetto ai Paesi ricchi. I prelievi fiscali sulle imprese, infatti, sono più elevati nella maggior parte dei Paesi africani, in media il 16% del gettito fiscale totale, rispetto al 9% dei Paesi Ocse. Questo dato è utile a spiegare l’interesse espresso dai Paesi africani all’attuale trasformazione del diritto fiscale internazionale.

Favorevoli all’accordo ma con prospettive di miglioramento
In sostanza, l’Ataf accoglie con favore il raggiungimento di questo nuovo traguardo poiché un consenso globale sulle sfide fiscali derivanti dalla digitalizzazione dell'economia è di fondamentale importanza. Del resto, ora più che mai sono necessari cooperazione e multilateralismo nello sviluppo di soluzioni condivise che aiutino tutti i Paesi a ricostruire le rispettive economie in un ambiente post-Covid-19. Inoltre, l’Ataf riconosce come l’Inclusive Framework abbia adottato una serie di misure contenute nella proposta elaborata di concerto dalle Amministrazioni fiscali africane sia per semplificare le nuove regole del Primo Pilastro sia per garantire che nessuno Stato rischi di essere escluso dalla ricezione della sua quota di riallocazione dei profitti. In pratica, tali regole sono un passo nella giusta direzione per iniziare ad affrontare il problema dell'attuale squilibrio nella ripartizione dei diritti di tassazione tra Paesi di origine e/o residenza e le giurisdizioni di mercato dove i ricavi effettivamente si concretizzano. Tuttavia, secondo i rappresentanti dell’Ataf c'è ancora molto da fare per correggere ulteriormente questo squilibrio tant’è che, in collaborazione con l'Unione africana, le Amministrazioni finanziarie del continente chiedono espressamente all’Ocse di intraprendere ulteriori lavori sulla questione d’una più corretta ed equa riallocazione sia del gettito dell’imposta minima sia dei profitti extra delle multinazionali coinvolte.

Le criticità sottolineate Ataf
In pratica, restano diversi nodi da sciogliere. Innanzitutto, come spesso rilevato dall’Ataf, le soglie ancora indicative di allocazione d’una quota dell'utile extra rispetto ad un profitto di routine della multinazionale X del 10% e l'allocazione del 20% o del 30% dell'utile residuo, sembrano condurre ad un basso livello di riallocazione degli utili, in particolare, a sfavore dei Paesi con mercati più piccoli e/o limitati per carenza di risorse economiche, di flussi di denaro, di capitali nella disponibilità dei consumatori/clienti/utenti. Per questo, l’Ataf chiede di innalzare tale quota al 35% e propone, inoltre, che la riallocazione degli utili sia calcolata come una parte dei profitti totali delle multinazionali e non solo del profitto residuo. Il quantum da riallocare corrisponderebbe alla quota di profitti generata dalle vendite complessive di mercato da calcolare in base al margine operativo globale del gruppo multinazionale, per cui maggiore è il margine operativo globale dell'impresa multinazionale, maggiore è la riallocazione, ovvero, più gonfi sono i ricavi mondiali della multinazionale maggiore è la quota dei relativi profitti da ridistribuire a diversi Paesi.

Il duplice vantaggio di un simile approccio
Secondo l’Ataf, questo schema alternativo di ridefinizione delle somme da riallocare fornirebbe i seguenti vantaggi: in primo luogo, ridurrebbe la complessità nella determinazione degli utili attribuibili delle multinazionali; in secondo luogo, comporterebbe una maggiore parità di condizioni tra le imprese con un'attuale presenza imponibile nelle giurisdizioni di mercato e quelle che non hanno tale presenza, di fatto un riequilibrio della soglia di competitività strettamente fiscale tra colossi high tech e multinazionali dei settori tradizionali come il manifatturiero, delle costruzioni, o medico-sanitario.
Una ulteriore preoccupazione riguarda il fatto che il Quadro inclusivo ha accettato di prendere in considerazione solo la possibilità di disporre di un meccanismo di risoluzione delle controversie “vincolante” sia in merito ai prezzi di trasferimento sia sulla stabile organizzazione, ovvero sull’esistenza o meno del nexus. In realtà, per i Paesi africani ciò imporrebbe un meccanismo procedurale impegnativo e complesso. Sarebbe quindi auspicabile una maggiore flessibilità.

Le osservazioni sul secondo pilastro
L’Ataf accoglie con favore l'introduzione di un'aliquota fiscale minima globale che mira a garantire che tutti i profitti globali di una multinazionale siano tassati. Tuttavia, in sintonia con l'Unione africana, chiede che tale aliquota sia pari almeno 20%, in modo da essere efficace nel proteggere le basi imponibili africane e arginare i flussi finanziari illeciti (IFF) riducendo il trasferimento di profitto da parte delle multinazionali. Inoltre, Ataf ha affermato che una norma basata sulla fonte dovrebbe essere la norma principale nell'ambito del secondo pilastro per aiutare a correggere l'attuale squilibrio nell'allocazione dei diritti di imposizione tra le giurisdizioni di residenza e di origine e propone che venga rivista e ampliata l’estensione del meccanismo che riguarda gli interessi, le royalties e le eventuali plusvalenze.
Infine, i seguenti soggetti resterebbero fuori dalle GloBeRules: enti governativi, organizzazioni internazionali, organizzazioni senza scopo di lucro, fondi pensione o investimenti, fondi che sono Ultimate Parent Entities (UPE) di un gruppo multinazionale o qualsiasi veicolo di partecipazione utilizzato da tale società. E ancora, in un limbo sono le società che operano in due settori di grande richiamo per l’Africa, quello estrattivo e minerario.

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