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Dal mondo

Arriva la web tax made in Ue
ma la strada è ancora in salita

Presentata dalla Commissione una proposta per la tassazione dei ricavi dei colossi dell’economia digitale

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Un’imposta del 3% sui ricavi provenienti dalla vendita di spazi pubblicitari, dalla cessione di dati e dalle attività di intermediazione tra utenti e business, da applicare alle società con un fatturato globale superiore a 750 milioni di euro e uno europeo superiore a 50 milioni.
È la proposta della Commissione Europea per iniziare a tassare i giganti del Web, almeno temporaneamente, fino a quando non verrà adottata una soluzione globale e condivisa per far pagare equamente le grandi aziende digitali che sfuggono al Fisco sfruttando l’assenza di una vera e propria localizzazione e una pianificazione fiscale aggressiva.
 
Una web tax per una tassazione più equa
L’obiettivo della nuova web tax è garantire che anche le aziende digitali contribuiscano a pagare la giusta quota di tasse, in modo da concorrere in maniera corretta con le altre aziende della “old economy”. Oggi 9 delle 20 società più importanti al mondo per capitalizzazione di mercato sono digitali, rispetto a dieci anni fa, quando ce n’era solo una su 20. Parallelamente, però, le imprese digitali sono soggette a un’aliquota fiscale media effettiva che è pari a circa la metà di quella applicata all’economia tradizionale nell’Ue.
L’intervento della Commissione arriva per evitare che i singoli Stati membri possano adottare soluzioni rapide e unilaterali per tassare le attività digitali, creando incertezza fiscale per le imprese a scapito del mercato unico europeo. Un approccio coordinato è, infatti, l’unico modo per garantire che l’economia digitale sia tassata in modo equo, sostenibile e favorevole alla crescita.
 
Le prima proposta a lungo termine
La prima proposta della Commissione punta a riformare le norme in materia di imposta sulle società, in modo che gli utili vengano registrati e tassati nel luogo in cui le imprese hanno un’interazione significativa con gli utenti attraverso i canali digitali. Si tratta della soluzione preferita dalla Commissione, che permetterebbe agli Stati membri di tassare gli utili generati sul loro territorio anche nel caso di società che non vi abbiano una presenza fisica. In questo modo le imprese online contribuirebbero alle finanze pubbliche allo stesso livello delle imprese tradizionali.
Ma come individuare una “presenza digitale tassabile”? Bruxelles ha ipotizzato tre criteri: il superamento di 7 milioni di euro di ricavi annuali in uno Stato membro, di 100mila utenti registrati in quello Stato oppure la presenza di più di 3mila contratti per servizi digitali a utenti business. Questa soluzione potrebbe integrarsi, un giorno, alla proposta di creare una base imponibile consolidata comune (CCCTB), l’iniziativa ferma da anni al Consiglio europeo che permetterebbe di ripartire gli utili delle grandi multinazionali in un modo da tenere maggiormente conto del luogo in cui il valore viene creato.
 
La seconda proposta più immediata
La seconda soluzione risponde, invece, alle richieste di diversi Stati membri di istituire un’imposta temporanea sulle principali attività digitali, che al momento sfuggono a qualsiasi tipo di imposizione nell’Unione. Questa imposta indiretta si applicherebbe ai ricavi generati da determinate attività digitali come i ricavi generati dalla vendita di spazi pubblicitari online, quelli da attività di intermediazione digitale che permettono agli utenti di interagire con altri utenti e che possono facilitare la vendita di beni e servizi tra di essi oppure i ricavi ottenuti dalla vendita di dati generati da informazioni fornite dagli utenti.
L’imposta dovrebbe essere riscossa dagli Stati membri in cui si trovano gli utenti e applicata solo alle imprese che presentano ricavi annui complessivi superiori ai 750 milioni di euro a livello mondiale e a 50 milioni di euro nell’Ue (in modo da esonerare dalla tassazione le start-up e le scale-up più piccole).
Secondo le stime, se venisse applicata a un’aliquota del 3%, l’imposta potrebbe portare ad un gettito aggiuntivo di circa 5 miliardi di euro all’anno.
Il commissario europeo agli affari economici, Pierre Moscovici, ricorda che non si tratta di una tassa Gafa (Google, Amazon, Facebook, Apple), né tantomeno una tassa anti-Usa, una rappresaglia contro i dazi Americani. Le aziende interessate sarebbero, infatti, circa 120-150 tra aziende europee, statunitensi, asiatiche e del resto del mondo e il progetto era già in agenda da diverso tempo.
 
Una strada in salita
Se da un lato ci sono Paesi come l’Italia, la Francia, la Germania e la Spagna (ma anche il Regno Unito) che stanno fortemente incoraggiando l’introduzione di una web tax, dall’altra Paesi come Olanda, Lussemburgo, Irlanda, Malta e Cipro non hanno accolto favorevolmente le proposte della Commissione e i tentativi che sono stati fatti verso questa direzione. Si tratta di Paesi che ospitano le sedi di alcune multinazionali importanti e che quindi sono avvantaggiate dall’attuale sistema fiscale.
 
Fumata nera in ambito Ocse per una web tax globalmente condivisa
Di web tax si è parlato anche nella riunione dei Paesi Ocse di qualche giorno fa, in vista del G20 in Argentina. In particolare, dal rapporto presentato a Parigi è emerso come, allo stato attuale, non è possibile trovare un’intesa a livello internazionale per tassare i colossi del web, in quanto esistono punti di vista troppo divergenti sul modo in cui l’economia digitale vada regolamentata su scala globale.
 
 
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