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Dal mondo

Ataf, un modello di Digital tax
per le amministrazioni africane

La bozza lascia ai 38 Stati membri molto spazio di manovra

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Stati Uniti ed Europa, nonostante la mediazione dell’Ocse, sono ancora lontani dal trovare una soluzione condivisa riguardo la tassazione dei ricavi dei colossi del web e, più in generale, delle grandi aziende e dei gruppi transnazionali. In questo quadro, una sorpresa giunge dalle amministrazioni finanziarie africane. Infatti, proprio di recente, l’African Tax Adminstration Forum (ATAF), che riunisce le agenzie fiscali di 38 Paesi del continente, dopo aver preso atto dell’impossibilità d’un accordo internazionale entro il 2020, ha pubblicato un modello alternativo di legislazione fiscale sulla tassazione dell’economia digitale, incluse le compravendite e gli affitti di beni online, ad uso dei Paesi membri.

La soluzione africana alla digital tax, dal cloud computing ai social network
La normativa proposta indica una forbice tra l'1% e il 3% per l’aliquota da applicare ai ricavi delle multinazionali operanti nell’economia digitale. In particolare, la tassazione interesserebbe un ampio spettro di servizi forniti su internet o tramite una rete elettronica. Oltre all’interfaccia o agli strumenti utilizzati, l’elenco dei servizi da sottoporre a tassazione è ben specificato. S’inizia con la pubblicità online, la raccolta, la conservazione e lo scambio di dati, i servizi forniti tramite una piattaforma di intermediazione, compreso, ad esempio, un mercato online di alloggi, affitti o per il noleggio di veicoli e, più in generale, per il trasporto. Spazio anche alla tassazione dei servizi con contenuti digitali specifici, tra cui possono rientrare l’accesso e il download di contenuti digitali, i giochi online e il cloud computing. Nell'elenco anche i servizi forniti tramite una piattaforma di social media e quelli originati potenzialmente dall’uso d’un motore di ricerca internet. Inoltre, la normativa proposta lascia ad ogni singolo Paese la libera scelta se imporre o meno la nuova tassa solo alle società che superano una soglia di fatturato annuo in tutto il mondo e che registrano, nella medesima annualità, un predeterminato livello di ricavi derivanti in via esclusiva dalle vendite realizzate sul territorio nazionale.

La via africana alla digital tax
Nell’ambito dell’attuale quadro fiscale internazionale, i colossi del web, come in genere le grandi multinazionali, sfuggono in Africa alla tassazione relativa all’imposta sui profitti. Inoltre, il diffondersi dell’attuale pandemia da coronavirus ha consentito alle piattaforme online di aumentare ulteriormente i rispettivi profitti lordi poiché una quota crescente di persone si sono trovate nella necessità di optare per le transazioni e/o compravendite di beni e servizi online. Un flusso crescente di ricchezza che i Paesi africani non sono sempre in grado d’intercettare . Lo stato attuale del dialogo in seno a Ocse e G20 mostra che è improbabile che una soluzione globale venga raggiunta a breve. Questo ritardo potrebbe costare ai Paesi africani centinaia di milioni di dollari di tasse necessari oggi, adesso, per risolvere i problemi dei singoli Stati, non rinviabili a data da destinare. Alcuni dati: secondo la Commissione dell'Unione Africana, la crescita del Pil dell'Africa dovrebbe contrarsi tra il -4,9% e il -2,1% nel 2020, il che porterebbe a una riduzione compresa tra 135 e i 204 miliardi di dollari. La crisi inoltre, ha già aumentato la povertà. Al riguardo, la Banca africana per lo sviluppo stima che la pandemia risospingerà tra i 28,2 e i 49,2 milioni di africani in stato di povertà estrema. Una carenza drammatica di risorse che sarà accentuata dalla riduzione significativa delle quote destinate dai Paesi ricchi all'assistenza allo sviluppo all'estero, poiché gli Stati-donatori dovranno affrontare la propria stretta di cassa nel mezzo delle turbolenze economiche.

Le forme di tassazione sulla digital economy in Africa oggi
Nel frattempo, alcuni Stati africani hanno già introdotto norme specifiche in materia di tassazione di servizi e contenuti digitali. Il Camerun, ad esempio, ha esteso alle imprese non residenti l'obbligo di addebitare e riscuotere l'Iva sulla fornitura di beni fisici e servizi elettronici ai propri consumatori e imprese. La Nigeria ha introdotto l'Iva al 7,5% sulle transazioni online per i fornitori stranieri i cui servizi resi superano la soglia di 25 milioni, in moneta locale. E ancora, l'Uganda ha dato via libera all'Iva al 18% su tutte le transazioni online, senza alcuna soglia e quindi dalla prima vendita e/o transazione registrata entro i confini nazionali. Lo stesso per l’Angola, dove però l’aliquota dell’Iva è pari al 14% e dove è stata introdotta prima del 2020. E chiudiamo con il Sud Africa, che ha introdotto le proprie regole Iva per i fornitori di servizi digitali nel luglio del 2014. In particolare,  il Sudafrica non fa distinzione tra vendite B2C e B2B, in quanto tutte indistintamente soggette al loro addebito Iva del 14%. In tal modo, qualsiasi tipo di servizio digitale rientra nell'ambito applicativo dell’imposta sui consumi sudafricana senza eccezioni.

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