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Dal mondo

Brasile, lotta senza quartiere
alla piaga dell'evasione fiscale

L'Agenzia delle Entrate del gigante sudamericano nel 2011 ha scovato oltre 43 miliardi di euro di imposte non pagate

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C'è una nuova specie di leone che si aggira per le lande brasiliane, seminando il panico e incutendo paura e rispetto tra gli evasori. È la Receita Federal do Brasil, l'Amministrazione che si occupa della gestione dei tributi nel grande Paese sudamericano. Nota come “O Leao” – “il Leone” – per i suoi metodi di ferro e per nulla politically correct, l'Agenzia delle Entrate carioca è il vero e proprio braccio armato del ministero dell'Economia, una macchina da guerra che l'anno scorso ha riportato nelle casse dell'Erario 109 miliardi di real, oltre 43 miliardi di euro, facendo lievitare le entrate fiscali del 10,1 per cento rispetto al 2010, a fronte di una crescita globale dell'economia pari appena al 2,7 per cento. A certificare i numeri di questo interessante successo è l'agenzia di stampa internazionale Reuters che, di recente, ha dedicato uno speciale alle strategie e ai risultati del Fisco brasiliano.

L'armata del Fisco – Gli 007 della Receita Federal sono i protagonisti dell'implacabile battaglia ingaggiata dalle autorità brasiliane contro l'evasione fiscale. Un esercito forte di ben dodicimila uomini che, nel corso del tempo, si sono conquistati sul campo la fama di cacciatori spietati e incorruttibili di furbetti ed evasori di ogni genere e razza. Squadre di agenti si spostano per gli sterminati territori del Paese in elicottero, controllando dall'alto che gli immobili di lusso dei milionari corrispondano a dichiarazioni dei redditi altrettanto “ricche”, girano spesso armate e si cimentano in operazioni di stampo militare e dai nomi poco rassicuranti come “Delta” e “Pantera nera”, suscitando proteste e polemiche nella popolazione per i metodi spicci e poco ortodossi adottati.

Finanze pubbliche in salsa carioca – Dietro questo assalto fiscale all'arma bianca c'è un piano preciso del governo: raggiungere un avanzo primario di 139 miliardi di real nel 2012. Un obiettivo ambizioso e tenuto costantemente sotto controllo dagli investitori internazionali, perché, oltre che essere un importante indicatore dello stato di salute dei conti pubblici, segnala se l'amministrazione brasiliana sta pompando troppo denaro sonante nell'economia oppure no. Fallire questo traguardo – scrive la Reuters – potrebbe aprire le porte a un aumento dell'inflazione e questo a cascata potrebbe influenzare tutta l'agenda politica della presidente Dilma Rousseff, compresa la sua lotta per ottenere tassi di interesse più bassi. Per evitare questo scenario l'erede di Lula, in carica dal gennaio del 2011, ha davanti due strade: ridurre la spesa pubblica, con il rischio che i tagli abbiano un effetto recessivo su un'economia che mostra segni di frenata già dalla metà dell'anno scorso, oppure puntare su un aumento a doppia cifra delle entrate tributarie. Ed è quest'ultima, in effetti, la via che la presidente ha deciso di percorrere, puntando su una performance ad alti livelli degli agenti del Fisco federale.

Il successo della missione antievasione – Finora la ricetta di Dilma Roussef ha dato gli esiti sperati. Nel primo trimestre dell'anno, infatti, il governo brasiliano ha conseguito quasi un terzo dell'avanzo primario previsto per tutto l'anno, grazie a un balzo in avanti del gettito fiscale pari al 7 per cento rispetto allo stesso periodo del 2011. Un risultato che sta facendo scuola: le autorità cilene, tanzanesi e persino cinesi sono andate in Brasile per studiare le innovative strategie fiscali messe in campo nel Paese, dove tra il 2000 e il 2009 il tasso medio di evasione – secondo le statistiche internazionali – è rimasto al di sotto di quello registrato in Cina, Sudafrica, India e Russia, ossia nel gruppo delle nazioni emergenti più noto con l'acronimo di Brics. Attualmente nello Stato carioca si stima un tasso di evasione fiscale pari al 16 per cento delle entrate potenziali, molto più basso di quello registrato in altri Stati del Sud America come il Messico e il Paraguay, dove oltre la metà del gettito sfugge ancora alle casse pubbliche.

Panoramica sul sistema – Il 2 maggio scorso la Receita Federal ha comunicato che i brasiliani quest'anno hanno presentato oltre 25 milioni di dichiarazioni dei redditi. Questo quadro rappresenta circa un quarto della popolazione attiva, mentre i restanti tre quarti sono costituiti da cittadini che guadagnano meno di 18mila real all'anno, circa 7mila euro. I redditi sotto questa soglia minima, infatti, non sono tassati. La metà delle entrate proviene dalle imprese, soggette a un monitoraggio severo e sistematico dei loro bilanci e delle loro attività. Una prassi che si accompagna a un'altra tattica antievasione sul versante delle persone fisiche: il contrasto di interessi. Da qualche tempo, infatti, il Fisco brasiliano garantisce ai clienti dei negozi un rimborso dell'Icms (corrispondente grossomodo alla nostra Iva) se, al momento dell'acquisto, comunicano il loro codice fiscale all'esercente. In questo modo è più facile tenere sotto controllo i movimenti commerciali delle imprese tagliando le gambe ai possibili evasori.
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