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Dal mondo

Canada: un rifugio d’eccellenza
anche sotto il profilo fiscale

Il Paese dispone di Welfare e di educazione pubblica eccellenti. Il sistema fiscale è ineccepibile, all’apparenza

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La storia dei paradisi fiscali nascosti è antica più o meno come la scoperta dell’America, per altri si potrebbe viaggiare indietro tra le pagine di storia arrivando fin dentro l’antico Impero Romano. Comunque, restiamo sul presente. Iniziamo subito col dire che decine di milioni di persone in tutto il mondo, almeno così recitano le ricerche di settore effettuate nel corso del decennio passato, sono attratte dal Paese dei grandi laghi e dagli spazi sconfinati, il Canada, per la stabilità del suo clima politico, per la sicurezza, l’assistenza sanitaria che garantisce, per le ottime occasioni di lavoro che offre, per l’eccellenza dei servizi educativi e potremmo aggiungere per l’aria pulita e per una meritata soglia “alta” della qualità di vita che gli viene riconosciuta. Ciò detto, passiamo al fisco.
 
L’ibrido fiscale canadese – E subito abbiamo chiaro che se la vita è piuttosto ordinata e tranquilla, in fatto di fisco il quadro si capovolge fino a complicarsi.  Il Canada, infatti, utilizza un sistema fiscale eccezionalmente “ibrido", ovvero, frutto d’una combinazione tra tassazione territoriale e mondiale. In pratica, i due sistemi sono riprodotti in forma di mix. Di conseguenza, è importante capire le sfumature del regime fiscale che viene di volta in volta effettivamente applicato. E che si tratti d’una vera e propria impresa lo sanno bene anche i cittadini canadesi che generalmente si aspettano di essere tassati sul loro reddito mondiale, cioè indistintamente da dove è percepito, senza sapere che tra le norme si nasconde una infinità di clausole che possono condurre alla parziale o completa esenzione.
 
Il Paese dal beneficio fiscale smart - Per cominciare, si applicano i seguenti principi riguardo la tassazione: gli individui pagano le imposte dovute sulla base della loro residenza, non della cittadinanza. Un residente “permanente”, inoltre, può presentare domanda formale di cittadinanza canadese, incluso il passaporto, trascorsi almeno 3 o 4 anni, non prima; in secondo luogo, il Canada tassa i suoi residenti sul loro reddito mondiale, ma al contempo consente una quasi completa o totale esenzione per “i nuovi residenti permanenti” a patto che abbiano provveduto a convogliare patrimoni, redditi ed eventuali plusvalenze su degli appositi trust offshore registrati presso giurisdizioni a bassa tassazione; e ancora, i cittadini canadesi che non sono residenti in Canada non pagano alcuna tassa sul loro reddito mondiale, a condizione che sia percepito fuori dai confini canadesi ovviamente. Ma anche su questo punto non mancano sentenze di alte corti che, in materia tributaria e su casi singoli, hanno fornito interpretazioni delle norme eccezionalmente di favore rispetto ai richiedenti il giudizio; sul versante opposto, i non residenti pagano le tasse canadesi ma solo su determinati cespiti reddituali maturati grazie ad attività svolte in territorio canadese e lo stesso vale per le eventuali plusvalenze; e tanto per finire, non vi sono imposte di successione in Canada.
 
Come l’offshore esce dalla porta per rientrare dalla finestra - I “nuovi residenti permanenti” canadesi possono ridurre in modo significativo, o addirittura eliminare, le tasse dovute alle Entrate federali con una corretta pianificazione prima del loro arrivo. Tali soggetti, infatti, possono stabilire e registrare un trust offshore e correttamente strutturato per ospitare i redditi provenienti da fonti non canadesi, plusvalenze incluse, ma per un intervallo massimo di cinque anni dopo il loro arrivo in Canada. Durante questo periodo quinquennale l'individuo, generalmente un cittadino straniero con patrimoni cospicui, può anche scegliere di acquisire la cittadinanza canadese e, al contempo, optare per lo status di non residente ai fini fiscali canadesi. In questo modo, i guadagni concentrati nel trust offshore non corrono nessun rischio di essere sottoposti a tassazione da parte del fisco canadese anche estinto il periodo tax free di 5 anni. E tutto questo accade da anni, all’incirca un decennio, nonostante sul versante opposto i governi che si sono succeduti hanno sempre manifestato una netta opposizione all’evasione fiscale, in particolare a quella targata offshore. Un impegno serio, visto che il budget stanziato per il fisco è aumentato di più di mezzo miliardo di dollari canadesi nel triennio passato. Eppure, le finestre offshore creano forti correnti non di vento ma di capitali in entrata e soprattutto in uscita dal Paese.
 
Un sunto - Questo tipo di flessibilità regala ai canadesi un vantaggio che i cittadini residenti in altri Paesi neanche si sognano. Ma come ci si può candidare per lo status di “non residente”? La cosa importante è conoscere le regole dato che è proprio la residenza al centro della qualificazione di cittadino comunque esentato da qualunque imposizione fiscale federale. In genere, le Commissioni tributarie canadesi così dettagliano e misurano la sussistenza o meno del criterio di residenza: dove lavori, dove si vive la maggior parte del tempo, dove si riceve la posta, dove risiede la vostra di famiglia e dove esiste la vostra effettiva vita sociale e relazionale.
D’altra parte, l’individuo è ritenuto essere un “non residente ai fini fiscali” se: normalmente, abitualmente o per routine vive in un altro Paese; non ha legami residenziali significativi in ​​Canada; vive fuori dai confini canadesi durante l'anno fiscale, oppure, risiede in Canada per meno di 183 giorni nel corso dell'anno fiscale.
 
Dalla finestra passiamo all’autostrada offshore made in Canada – Facciamo degli esempi, immediati. Sede a Montreal, settore abbigliamento, produttore, la società X ha dichiarato 396 milioni di dollari di profitti nel 2015, ma ha pagato poco più di 6 milioni di dollari in tasse, un mero 2% come aliquota. Lo stesso vale per decine, centinaia di altri grandi aziende canadesi, multinazionali, le cui performance sono state studiate sia dall’Ufficio statistico canadese sia dalle Entrate federali. Lo schema è il medesimo tanto da sembrare una “fantasia fiscale” per i contribuenti canadesi che, in buon numero, possono arrivare a pagare aliquote sui loro redditi pari anche al 54%. Chiariamo subito che tratta d’uno schema perfettamente legale in quanto espressamente dettato dalla norma vigente. Ecco come.
 
Gli accordi sullo scambio d’informazioni e sulle doppie imposizioni siglati con i paradisi fiscali caraibici – Per sciogliere l’arcano del meccanismo fiscale partiamo da lontano. Originariamente progettati dall'Organizzazione per la Cooperazione Economica e lo Sviluppo, l'Ocse, per contribuire a rendere i paradisi fiscali più trasparenti, i cosiddetti TIEA, cioè gli accordi sullo scambio d’informazioni, sono patti che vedono i Paesi contraenti impegnarsi a rivelare dati bancari e altri dettagli finanziari ricevutane richiesta dall’altro Stato firmatario, naturalmente al fine di sollevare il velo su chi evade il fisco. Cosa ha inventato il governo canadese? In pratica, Ottawa ha aggiunto un tocco speciale: le autorità, anni or sono, hanno modificato le norme fiscali offrendo alle aziende il diritto di avviare attività in ogni Paese con cui avevano contratto un accordo modello TIEA e, contestualmente, riconoscendo loro che gli eventuali profitti o guadagni avrebbero goduto, di fatto, d’una esenzione pressoché totale. Ora, il problema non sussite se l’azienda X avvia le sue attività mettiamo….in Germania o negli Usa. Ma dal 2009, il Canada ha firmato ben 23 accordi di scambio di informazioni fiscali, o TIEA, con tutti i paradisi fiscali caraibici, da Aruba a Turks e Caicos. Ciò ha implicato, per le multinazionali canadesi, la chance di poter registrare società scudo o anche semplici controllate presso tali giurisdizioni e di orientare su di loro il controllo formale delle operazioni concentrandovi anche i guadagni. In tal modo garantendosi il quasi totale abbattimento dell’imposta sui profitti, come si evince chiaramente dallo schema-tipo elaborato dall’Ufficio statistica e dalle Entrate canadesi.

Tutto iniziò con le Barbados – L’esordio di questa dottrina, ribattezzata “flessibilità offshore”, ha avuto origine con la sottoscrizione d’un trattato di natura fiscale con le Barbados risalente al 1980. Il patto consentiva, e consente tutt’ora, alle aziende canadesi con filiali alle Barbados, ad oggi sono all’incirca 1.500, con uffici e spazi appositi, di rimpatriare i loro profitti offshore a casa applicando soltanto la bassa aliquota sui profitti in vigore alle Barbados, un mero 2,5%. Ora il meccanismo s’è moltiplicato fino a interessare tutti i Paesi caraibici con bassa tassazione. Il risultato è che quasi la totalità delle multinazionali o delle grandi aziende canadesi ha una miriade di società controllate presso tali giurisdizioni il cui scopo è attrarre e concentrare i profitti e i guadagni realizzati fuori dai confini canadesi, ma spesso anche quelli realizzati all’interno del territorio nazionale, per poi riutilizzarli pagando un’aliquota del 2,5%, in alcuni casi zero, per investimenti fuori dal Canada o sull’economia interna. Questo spiega 3 cose: perché molte grandi multinazionali estere scelgono il Canada come loro nuova patria fiscale d’adozione; come è potuto accadere che i miliardi offshore canadesi siano balzati nel corso degli ultimi cinque anni da 60 a 120 e, per ultimo, il perché il mercato dei capitali offshore nei caraibi per il 60% passi attraverso gli sportelli delle banche canadesi e non Usa e tantomeno britanniche. 
 
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