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Dal mondo

Cina, entrate tributarie da record.
Balzo in avanti della corporate tax

Quasi 600 miliardi di dollari riscossi in soli due mesi tra gennaio e febbraio di quest’anno

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L'economia cinese si assesterà nell’anno in corso intorno al 6,5%, come tasso di crescita tendenziale, al di sotto del 7% inizialmente previsto, almeno questa la visione che emerge confrontando le stime Ocse, Fondo monetario internazionale e Banca Mondiale. Questo rallentamento della crescita è il duplice effetto della "guerra dei dazi" innescata dagli Usa e del rallentamento generale dell'economia mondiale. Tuttavia, il trend del gettito delle entrate tributarie non accenna affatto a rallentare, anzi continua a crescere. L'ultimo bollettino diffuso dal Ministero delle Finanze ha fatto segnare, infatti, l'ennesimo primato di Pechino in materia di entrate.

Primo bimestre 2019 da record per il fisco
In sostanza, nei mesi di gennaio e febbraio l’Amministrazione finanziaria cinese è stata in grado di assicurare ai responsabili dell'Economia incassi di quasi 600 miliardi di dollari, 582,6 per l'esattezza, in soli 60 giorni di riscossioni, controlli, trasferimenti di versamenti spontanei e di flussi, anche derivanti dai servizi doganali, nonché dalle raccolte effettuate dalle autorità locali e, in ultimo, dalla tassazione degli imponibili registrati e certificati da centinaia di società. Risorse ingenti e di dimensione superiore ad ogni aspettativa, anche perché di recente sono entrati in vigore otto dei principali tagli fiscali previsti dal Governo per riattivare e stimolare i consumi interni e gli investimenti. Eppure, nonostante l'effetto congiunto degli incentivi e della frenata dell'economia, il gettito delle entrate continua a crescere. Perché?

Singolarità cinesi in materia di fisco
Innanzitutto, la somma raccolta dall'erario cinese in soli 2 mesi è pari, più o meno, a quanto l'Italia, ma anche altri Paesi come la Spagna e la stessa Francia, solitamente raccolgono nel corso di un intero anno. Il boom del gettito cinese, che continua da almeno un decennio, è in realtà spiegabile, e per lo più correlato, a due fattori chiave. Il primo riguarda l'aumento della ricchezza media dei lavoratori cinesi e delle famiglie e, conseguentemente l'incremento dei consumi. Al riguardo, è da notare come la relazione tra maggiori consumi e più gettito si sia innescata e consolidata soltanto con il passaggio graduale, prima in fase sperimentale poi a regime, dalla riscossione di varie imposte indirette ad una sola forma di riscossione dell’Iva modello europeo. Con il radicarsi dell'imposta sul valore aggiunto, i maggiori consumi sono stati finalmente in grado di regalare risorse concrete e aggiuntive calcolabili in termini di gettito, non soltanto di puri e semplici acquisti. Una seconda ragione, invece, ha come punto di riferimento e di svolta la tassazione dei profitti delle società.

Il boom del gettito derivante dalla tassazione dei profitti
In pratica, dal 2000 al 2017, come certificato dal NBSC, equivalente cinese dell’Istat italiana, il gettito dell’imposta sui profitti è salito da quasi 100 miliardi a più di 3.200 miliardi di yuan. In sostanza, un balzo in avanti di 32 volte del peso della tassazione dei profitti nel quadro della finanza generale e delle risorse disponibili annualmente.  Fino al 2004, un numero significativo di aziende presentava bilanci in perdita, in pareggio o con lievi avanzi marginali. Perché? Grazie ad un abuso massivo delle regole sul transfer pricing e questo per un semplice fatto, l'inesperienza delle autorità cinesi nell'applicarle, la scarsa conoscenza dei diversi processi elusivi che viaggiano in compagnia delle norme sul TP, ed un isolamento tecnico della macchina fiscale dalle Amministrazioni consorelle di altri Paesi, per esempio, degli Stati membri dell'Ocse. E così, proprio a partire dal 2004, prima Pechino è entrata a far parte, come osservatore esterno, dell'Ocse e successivamente ha iniziato a condividerne a pieno il know how fiscale. In particolare oggi la Cina opera sul medesimo piano delle altre Amministrazioni finanziarie, anzi, la normativa impone clausole ancor più stringenti, ad esempio, rendendo la tassazione comunque automatica in caso si registrino spostamenti ingenti di capitali da una società ad una sua controllata in giurisdizioni a bassa tassazione, cioè con aliquote sui profitti inferiori al 12%. Inoltre, le regole sui prezzi di trasferimento sono ora vagliate, controllate e sottoposte a verifica ogniqualvolta evidenzino squilibri distributivi. E ancora, in termini di sfruttamenti di brevetti e copy-right, e di interessi, di guadagni e royalty che ne derivano, tutte queste somme sono comunque ricondotte entro l'area impositiva di spettanza cinese qualora l'azienda in questione non sia in grado di offrire evidenze concrete, significative, sull'effettiva origine di tali profitti e sul perché della loro apparente redistribuzione e reindirizzo verso Paesi all'apparenza al di fuori della filiera produttiva o di attività della società cinese. In breve, questi mutamenti sono la causa principale del perché oggi il gettito dell'imposta sui profitti è in continua ed esponenziale crescita, tanto da aver raggiunto all’incirca i 420 miliardi di dollari l'anno nel 2015, ovvero il 21% delle entrate totali, come risulta dalle statistiche pubblicate sul sito delle Entrate cinesi. Dalle stesse tavole si evidenzia la crescita continua da primato delle entrate tributarie dal 2000 in avanti. Nel 2018, il Fondo Monetario, in un suo recente rapporto sulla Cina, ha indicato in circa 2.600 miliardi di dollari il tetto raggiunto dalle entrate cinesi dal 2017 in avanti. Scorporando quelle non propriamente fiscali, poco meno del 10%, si arriverebbe a più 2.300 miliardi di dollari di entrate tributarie effettive. Un volume considerevole che colloca il fisco di Pechino sulla scia Usa e dell’Ue. C’è inoltre da aggiungere che il Fondo Monetario fissa nel 3,8% il rapporto tra il gettito dell’imposta sui profitti cinese rispetto al Pil prodotto annualmente dal Paese. Questi dati ci aiutano nell’elaborazione di una stima prossima al dato fattuale del valore assoluto dell’imposta sui profitti riscossa in Cina. Infatti, considerando che il Pil cinese nell’anno passato si è assestato sui 13.400 miliardi di dollari, sempre secondo i dati IMF estrapolati dal database costruito negli anni dal Fondo e noto come WEO, per il 2018 il gettito dell’imposta sui profitti avrebbe superato i 500 miliardi di dollari, ovvero, il 3,8% del Pil. Di fatto, la Cina è oggi il Paese nel cui erario le grandi aziende transnazionali riversano le quote maggiori dell'imposta sui profitti che annualmente sono tenute a pagare.

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