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Dal mondo

Cina, una nuova imposta green
per combattere l’inquinamento

Il primo gennaio è scattato l”Environmental protection tax law”, che colpisce il rilascio di sostanze inquinanti

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Con il nuovo anno è entrata in vigore in Cina l’imposta di protezione ambientale, un tributo che si applica direttamente alle emissioni rilasciate nell’aria e in acqua, all’inquinamento del suolo e a quello acustico prodotti da imprese e istituzioni pubbliche. La misura è stata introdotta dall’Environmental protection tax law, una legge con cui la Cina ha inteso affrontare anche dal punto di vista fiscale la gravissima piaga  dell’inquinamento, che non a caso è stato recentemente definito come “una delle tre dure battaglie” che il Paese dovrà combattere nei prossimi tre anni.

Agire sul fisco per tutelare l’ambiente
L’imposta per la protezione ambientale, che sostituisce la vecchia tassa sugli scarichi inquinanti risalente al 1979, dovrebbe portare a regime un gettito annuale di oltre 50 miliardi di yuan (circa 6,5 miliardi di euro). L’obiettivo è quello di migliorare la protezione dell’ambiente a 360 gradi, agendo con uno specifico carico fiscale sulle diverse tipologie di inquinamento esistenti (sostanze nocive rilasciate nell’aria, inquinamento dell’acqua, scarico di rifiuti solidi nei terreni e inquinamento acustico). Inoltre, il sistema di riscossione e monitoraggio delle emissioni sarà fortemente integrato tra il Fisco, le autorità locali e il ministero della protezione ambientale.

Come funziona l’imposta “green” 
Imprese e istituzioni pubbliche dovranno pagare per quanto e per come inquinano. Sono previste riduzioni per chi investe in tecnologie utili alla riduzione degli agenti inquinanti, mentre sono completamente esclusi i semplici cittadini. Per le dismissioni nocive nell’atmosfera e nelle acque, la base imponibile si determina “spacchettando” l’emissione prodotta nelle diverse sostanze inquinanti di cui si compone. Una tabella contenuta nella legge “converte” le diverse componenti rilasciate nell’atmosfera e nell’acqua in una  “quantità di inquinamento equivalente” che viene poi sottoposta a tassazione. Per esempio, si pagheranno da 1,2 a 12 yuan per 950 grammi di anidride solforosa rilasciata nell’aria, ma lo stesso importo si pagherà per soli 50 grammi di benzene. Analogo meccanismo per l’inquinamento dell’acqua, per cui sono previsti da 1,4 a 14 yuan per unità di emissione inquinante. Per il rilascio di rifiuti nel suolo a cambiare è l’importo dovuto per ogni tonnellata di scarto: per esempio saranno dovuti 5 yuan per una tonnellata di carbone dismesso e 1.000 yuan per ogni tonnellata di rifiuti pericolosi. Infine, per l’inquinamento acustico, le industrie dovranno pagare mensilmente una quota relativa ai decibel sforati rispetto ai limiti consentiti, versando una somma che può variare da 350 yuan a 11.200 yuan.
A fissare l’importo esatto dell’imposta all’interno dei minimi e dei massimi fissati dalla legge saranno le autorità delle province, regioni e municipalità, che avranno quindi un po’ di gioco per decidere il giusto equilibrio nel proprio territorio tra il grado di inquinamento ritenuto accettabile, il peso fiscale da far sostenere alle imprese e il bisogno di fare gettito. A differenza della vecchia tassa, i governi locali riceveranno tutte le entrate riscosse, una decisione con cui il governo ha voluto incentivare l’efficacia del tributo.
Sono comunque previste eccezioni importanti: l’anidride carbonica, per esempio, non compare nella tabella e alcune fonti di inquinamento sono al momento escluse dalla tassazione, come le emissioni prodotte in agricoltura o quelle prodotte da veicoli a motore, compresi treni, navi e aerei.

Un lavoro integrato di tre soggetti per far funzionare l’imposta
La registrazione delle emissioni è affidata ai sistemi di autorilevamento delle stesse industrie e imprese, se presenti, o a stazioni ambientali. Per le zone più difficili si agirà secondo coefficienti e calcoli stabiliti localmente o tramite rilevazioni a campione. La riscossione dell’imposta, il monitoraggio delle emissioni e il controllo a posteriori della concordanza tra i valori dichiarati dai contribuenti e l’inquinamento effettivo saranno tre azioni svolte in stretto coordinamento tra autorità fiscali, il ministero della protezione ambientale e le autorità locali, che lavoreranno insieme per individuare eventuali sottostime del dovuto e procedere al recupero dell’imposta evasa.

Gli ultimi dati sull’inquinamento cinese
Nel dicembre scorso, in occasione dell’ultima “Conferenza centrale sul lavoro economico”, l’incontro annuale che fa il punto sulla situazione economica del Paese e traccia le prospettive per il nuovo anno, l’inquinamento è stato definito come “una delle tre dure battaglie”, insieme ai rischi dell’economia finanziaria e alla povertà, che la Cina si propone di combattere da qui al 2020. Una sfida che il Paese sta combattendo a colpi di leggi: oltre alla nuova imposta “green”, è in discussione un progetto contro l’inquinamento del suolo, mentre sono allo studio nuove riforme che puntano a un maggiore controllo di aria e acque e alla bonifica dei danni ambientali.
Gli ultimi dati di Greenpeace riflettono, nella loro eterogeneità, la complessità della situazione. Secondo l’organizzazione, infatti, negli ultimi tre mesi del 2017 il livello di PM 2.5, le polveri sottili nocive diffuse nell’atmosfera, è diminuito del 33,1% a Pechino negli ultimi quattro mesi del 2017. Al cielo finalmente azzurro delle città, tuttavia, fanno da contraltare i dati su scala nazionale, che invece subiscono gli effetti dell’attività a pieno ritmo dell’industria pesante: dalle rilevazioni di Greenpeace, infatti, la concentrazione di PM 2.5 nel territorio cinese è calata nel complesso solo del 4,5%, il tasso più basso dal 2013 e la presenza di polveri sottili è cresciuta ancora, fino a un +10,4%, nelle regioni di maggiore concentrazione industriale, specie di impianti che si alimentano a carbone. Negli ultimi 4 mesi del 2017, inoltre, il biossido di azoto, un inquinante che viene normalmente generato a seguito di processi di combustione, è sceso del 10% a Pechino e in altre 27 città, ma è aumentato complessivamente del 6% nel resto del Paese. Il livello di ozono, infine, l’estate scorsa è cresciuto di un +10% generale, schizzando in alcune città a un +25%. Una “tough battle”, per l’appunto.
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