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Dal mondo

La corporate tax globale prende forma.
Dall’Ocse accordo storico di 131 Paesi

L’intesa comprende anche un’aliquota globale minima, concordata al 15% come già previsto al G7

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Dai sette Paesi del G7 a 131 Paesi aderenti all’Inclusive Framework di Ocse e G20. Tante sono le giurisdizioni che tra giovedì 1° luglio e lunedì 5 luglio (con la più tardiva sottoscrizione del Perù arrivata ieri) hanno aderito a un’intesa che stabilisce regole condivise sulla tassazione del reddito delle imprese multinazionali. A poche settimane dall’accordo raggiunto in sede di G7, l’intesa del 1° luglio conferma l’aliquota minima del 15% per l’imposta sul reddito delle società concordata un mese fa a Londra (vedi articolo “G7, semaforo verde sulla global tax. A Londra tutti d’accordo sui due pilastri”). Inoltre, comprende la riforma del criterio di tassazione dei profitti per le grandi multinazionali, sganciandolo per una parte di essi dalla presenza fisica della sede dell’impresa per seguire quello della produzione dei profitti stessi. 
Si tratta per diversi aspetti di un accordo storico e così viene definito da molte parti, prima tra tutte dall’Ocse stessa. Questo perché si tratta della prima finalizzazione concreta di una gestazione lunghissima, che ha visto in questi anni momenti di stallo e rallentamenti all’interno dell’Inclusive framework sul Beps (Base erosion and profit shifting), il consesso di Ocse e G20 che era stato creato nel 2016 proprio per sviluppare una soluzione fiscale condivisa adeguata a fronteggiare l’erosione delle basi imponibili e il trasferimento degli utili generati dalla globalizzazione e digitalizzazione dell'economia. 
Ma storico soprattutto perché dal primo via libera del 5 giugno da parte del gruppo di Paesi del G7, quella che si è realizzata il 1° luglio è un’adesione ben più estesa, che comprende anche le economie più grandi del pianeta al di fuori del G7 stesso, come Cina e India: tanto che questa larga intesa – calcola l’Ocse - consentirà di avere gli stessi principi di tassazione per i grandi operatori multinazionali all’interno di una piazza globale in cui si produce il 90% del Pil del mondo.

Pesano tuttavia le assenze: dopo l’ok del Perù sopraggiunto il 5 luglio, non partecipa un gruppo di otto delle 139 giurisdizioni che compongono l’Inclusive framework, tre dei quali sono Stati membri Ue, Estonia, Irlanda e Ungheria (a cui si somma Cipro, che non fa parte del consesso internazionale). Le altre giurisdizioni che non hanno ancora aderito sono Barbados, Saint Vincent e Grenadine, Sri Lanka, Kenya e Nigeria. In ogni caso c’è tutto lo spazio per un allargamento ulteriore, visto che il piano di attuazione dell’accordo verrà definito il prossimo ottobre e gli Stati dovranno approvare specifiche leggi per recepire la disciplina nei loro ordinamenti, quindi con una messa a regime prevista non prima del 2023.

Una dichiarazione a due pilastri
Concretamente, i Paesi aderenti hanno sottoscritto una dichiarazione che comprende la convergenza su entrambi i pilastri previsti dalla proposta di riforma internazionale della tassazione delle multinazionali elaborata nel corso degli ultimi anni in seno all’Inclusive framework di Ocse e G20: la dichiarazione supera infatti, seppure in parte, il criterio unico dell’imponibilità a seconda della presenza fisica dell’impresa, stabilendo che una quota dei profitti sia tassata là dove vengono effettivamente realizzati e non dove ha sede la casa madre della multinazionale. Con il secondo pilastro, invece, i Paesi sottoscrittori hanno accettato l’applicazione di un'aliquota minima effettiva dell'imposta sulle società pari al 15%, attenuando il fenomeno comunemente noto come “dumping fiscale”, ovvero lo spostamento dei profitti là dove le aliquote fiscali siano più basse o addirittura inesistenti. 

I meccanismi dell’accordo 
Sono ancora molti i dettagli da definire e su cui si dovrà lavorare, ma l’intesa perimetra già il campo delle nuove regole per entrambi i pilastri. Per quanto riguarda il primo, le regole condivise si applicheranno alle grandi multinazionali che presentano un fatturato globale superiore a 20 miliardi di euro e una redditività superiore al 10% prima dell’applicazione delle imposte, con la prospettiva, già inserita della dichiarazione sottoscritta, di abbassare la soglia del fatturato fino a 10 miliardi di euro dopo sette anni di attuazione della riforma. 
Definita la platea, una parte degli utili in eccesso rispetto al margine previsto sarà tassata nel mercato dove i beni e servizi prodotti dall’impresa sono stati usati o consumati. È questo il principio che determina almeno parzialmente lo sganciamento della tassazione dalla mera presenza fisica dell’impresa nel territorio in cui opera, realizzando quindi una distribuzione diversa (e più equa rispetto a dove i profitti vengono prodotti) dei diritti di tassazione da parte delle giurisdizioni fiscali all’interno di cui opera uno stesso gruppo multinazionale. Restano ancora da definire le regole specifiche su come avverrà concretamente l’assegnazione dei profitti per ogni singola attività, ferme restando alcune esclusioni per le attività estrattive e i servizi finanziari regolamentati. Il secondo pilastro dell’intesa riguarda invece la definizione di una soglia minima di tassazione effettiva, che viene fissata al 15% e varrà per tutte le multinazionali, comprese quelle che operano nell’economia digitale, con un fatturato globale superiore a 750 milioni di euro e con alcune esclusioni. 

I vantaggi secondo l’Ocse
L’Ocse calcola che applicando le regole del primo pilastro ogni anno oltre 100 miliardi di dollari di profitti dovrebbero essere riassegnati al territorio in cui sono stati prodotti. Si prevede inoltre che l’aliquota globale minima del 15% genererà un aumento globale di entrate fiscali di circa 150 miliardi di dollari l’anno. A prescindere dall’accordo raggiunto sui due pilastri, tuttavia, l’Ocse evidenzia che ulteriori benefici deriveranno dal fatto stesso di aver raggiunto un’intesa multilaterale estesa, dalla stabilizzazione del sistema fiscale internazionale che ne deriva e dalla maggiore certezza fiscale per i contribuenti e le amministrazioni fiscali. "Dopo anni di intenso lavoro e negoziati, questo pacchetto storico garantirà che le grandi multinazionali paghino ovunque la loro giusta quota di tasse - ha commentato il segretario generale dell'Ocse Mathias Cormann - Questo pacchetto non elimina la concorrenza fiscale, cosa che non dovrebbe fare, ma ne fissa dei limiti concordati a livello multilaterale”. 

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