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Dal mondo

Crisi riflessa, tax haven su le tasse e occhi puntati su Washington

Sulla piazza offshore di Jersey si studia come inasprire le tasse. A Washington si serrano le fila dei disoccupati

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L'offshore guarda con assiduità all'economia Usa, in particolare i paradisi che riposano sul Vecchio Continente, in Europa, non smettono un istante di seguire con attenzione, e apprensione, gli andamenti dei titoli azionari che Wall Street rovescia a profusione sui mercati mondiali. Negli States il dato che oggi più inquieta i centri offshore, e che segna di fatto l'ingresso nel 2010 della locomotiva statunitense, è il marcatore del livello di disoccupazione che proprio oggi, per voce del Governo Usa, ha indicato in 9,3 milioni il numero dei disoccupati a gennaio, almeno quelli registrati in via ufficiale, dato che coloro che hanno rinunciato a cercare un posto di lavoro e chi ha scelto la via part-time o apertamente il sommerso, hanno scavalcato la soglia del 16%. Brutto segno.

Gli Usa non brillano a gennaio e il Fisco non sorride
Comunque, gettando un occhio indietro sulle pagine del calendario del mese che s'è or ora chiuso alle nostre spalle, il tasso effettivo di disoccupazione risulta mostrare un decremento sottile, -0,3%, rispetto a quello di dicembre 2009 quando l'indicatore segnò il livello storico dei senza lavoro del 10%. Ora invece, l'unemployment rate, il termine più abusato sulla stampa statunitense nei 12 mesi passati, sembra finalmente sceso al 9,7%. Ma il Fisco non sorride affatto, anzi, la notizia è ritenuta piuttosto deludente dagli esperti dell'agenzia delle Entrate statunitense che speravano, per risollevare le entrate fiscali che non brillano, in una rimonta più decisa, capace di spingere in avanti la domanda interna, ravvivare i consumi e riportare in alto il gettito delle diverse imposte federali che, visti i tempi, sembrano destinate a restare ancora in basso rilievo, almeno per i prossimi due trimestri consecutivi.

Paradisi fiscali, la ricetta per uscire dalla crisi? Su le tasse
Ma la novità che forse tratteggia in maniera più netta il profilo attuale del lento e lungo post-crisi è quello offerto dalle misure, le più inconsuete e stravaganti, che i paradisi fiscali stanno via via varando. È sufficiente rivolgere la propria attenzione a ciò che sta avvenendo nella giurisdizione di Jersey, a largo della Manica, in pratica sotto a comoda distanza dal ventre mollo e il più ondivago della finanza britannica che dalla City londinese è in perenne ricerca d'un ostello a prezzi scontati da affittare e sul quale mettere al sicuro i propri tesori. Ebbene, proprio in questi giorni Phillip Ozouf, il responsabile delle finanze del centro offshore, piazza di punta a livello mondiale del settore, ha annunciato l'avvio d'un piano di risanamento che potrebbe contemplare un inasprimento delle tasse, a carico dei residenti, e al contempo un taglio netto sul versante delle spese. In pratica, si tratta dell'avvio d'un Programma di Revisione Generale delle uscite con il duplice obiettivo di ridurre le spese inutili e di recuperare risorse disponibili per sostenere la giurisdizione in questo momento di crisi. A questa iniziativa sarà abbinato anche, se necessario, un innalzamento della tassazione indiretta. A conti fatti dovrebbe definirsi e istituzionalizzarsi un Fondo speciale con il compito di garantire le risorse necessarie da spendere in caso di crisi inattese e di necessità impellenti. Su questo Fondo, con cadenza annuale, verrebbero indirizzati circa 70 milioni di euro l'anno. Insomma, la manovra messa in atto dai responsabili delle finanze di Jersey, paradiso fiscale, tra i più rappresentativi, sembra proprio un tentativo d'emulazione d'una politica fiscale classica, quasi tradizionale, e propria d'un grande Stato nazionale, ben diversa da ciò che ci si potrebbe aspettare da un paradiso fiscale e dai suoi gestori.

La crisi vista dalla piazza Jersey

Nel dettaglio, la crisi ha comportato per Jersey una perdita netta pari a quasi 50 miliardi di euro nel corso dell'anno passato. I depositi, per esempio, ben custoditi nei forzieri dell'isola, sono scivolati da 200 miliardi di euro a 194 miliardi. Ma lo scivolone più impressionante ha interessato i fondi, i cui patrimoni in gestione, direttamente o indirettamente, tramite gli esperti che operano nell'hub finanziario di Jersey si sono ridotti dai 227 miliardi di euro in gestione all'inizio del 2009 in 186 miliardi registrati in chiusura d'anno. Insomma la crisi ha determinato un deteriorarsi di quasi 50 miliardi di euro nello stock completo dei patrimoni concentrati sulla piazza di Jersey.
 

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