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Ecofin, revisione di marzo per la
black list dei Paesi non collaborativi

Il Consiglio dell’Unione europea dà il via libera al nuovo elenco di Stati che non hanno attuato gli impegni presi in materia di trasparenza fiscale

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Nuovo aggiornamento per la lista Ue dei Paesi non collaborativi in materia fiscale. Nell’ultima sessione tenuta a metà marzo, infatti, l’Ecofin ha ritoccato nuovamente la black list, questa volta allungandola: ai cinque Paesi già inclusi nell’elenco (Samoa americane, Guam, Samoa, Trinidad e Tobago e le Isole Vergini americane) vanno ad aggiungersi Aruba, Barbados, Belize, Bermuda, Dominica, Fiji, Isole Marshall, Oman, Emirati Arabi Uniti e Vanuatu. 
Si tratta, in particolare, di quelle giurisdizioni che non hanno attuato entro il termine stabilito gli impegni assunti nei confronti dell’Unione europea e che saranno soggetti a particolare controllo da parte delle autorità comunitarie e nazionali. Altri 34 Paesi continueranno a essere monitorati nella cosiddetta “lista grigia” nel corso del 2019, mentre 25 sono stati rimossi da entrambi gli elenchi per aver adempiuto i propri obblighi.

Ok al nuovo elenco delle giurisdizioni non cooperative 
Secondo quanto sancito nella seduta del 12 marzo scorso del Consiglio Economia e finanza, oltre ai cinque Paesi che erano rimasti in lista dopo l’ultimo ritocco del novembre scorso, la nuova black list annovera dieci ulteriori giurisdizioni: si tratta di Aruba, Barbados, Belize, Bermuda, Dominica, Figi, Isole Marshall, Oman, Emirati Arabi Uniti, Vanuatu.
I ministri delle Finanze dell’Unione europea hanno quindi aggiornato la “lista nera” dei paradisi fiscali in virtù di un processo di analisi e dialogo con i Paesi terzi coinvolti, guidato dalla Commissione. Alla fine di questo screening, la contabilità si aggiorna a un totale di 15 giurisdizioni che non hanno preso l'impegno (o lo hanno disatteso) di attuare le misure necessarie a cambiare la loro legislazione e i loro sistemi fiscali in modo da conformarsi agli standard internazionali. Nella “lista grigia”, invece, rientrano i Paesi che, pur non essendo ancora in linea con i parametri Ue per essere considerati collaborativi, hanno comunque preso impegni concreti per adeguare il proprio ordinamento normative fiscali. Sulla base di queste valutazioni, sono ora 34 le giurisdizioni che si sono impegnate a risolvere le criticità sollevate dall’Ue sulla propria normativa tributaria e ad allinearsi ai criteri necessari per non essere inserite, anche successivamente, nella lista delle realtà fiscali non collaborative.

Una lista in continuo mutamento 
I lavori sulla lista costituiscono un processo dinamico; secondo le regole stabilite all’atto della sua istituzione, l’elenco Ue dei Paesi non collaborativi viene rivisto almeno una volta l’anno, anche se nel primo anno di esistenza della lista, il 2018, i cambiamenti sono stati numerosi. L’elenco rappresenta infatti l’esito di valutazioni e dialogo continui tra l’Unione e le diverse giurisdizioni terze, i cui sistemi fiscali vengono valutati secondo i tre criteri elaborati dal Consiglio: trasparenza fiscale, equa tassazione e applicazione delle misure Ocse anti-Beps.
Il Consiglio continuerà, dunque, periodicamente, a riesaminare e aggiornare la lista, tenendo conto dell’evoluzione dei termini per le giurisdizioni che rispettano gli impegni e dei criteri di inserimento utilizzati dall’Ue per redigere la lista stessa. Gli interventi ciclicamente apportati alla composizione della lista sono frutto dell’applicazione di quei criteri predeterminati a livello comunitario per il vaglio delle giurisdizioni di Paesi terzi, e che prendono in esame la trasparenza fiscale, un’equa tassazione e l’applicazione delle misure anti-Beps contro l’erosione della base imponibile e il trasferimento degli utili (“tax base erosion and profit shifting”). Il lavoro di partenza ha visto la considerazione di 92 giurisdizioni candidate ad entrare nella prima formazione della lista: poco alla volta, l’elenco si è ridotto fino ad arrivare ai 17 Paesi che sono effettivamente entrati nella prima versione della black list approvata il 5 dicembre 2017. Ora, dopo un anno di frequenti modifiche che hanno visto l’elenco accorciarsi e allungarsi a più riprese, la lista si attesta a un livello di poco inferiore a quello di partenza.

Per una buona governance a livello mondiale
L’Unione europea è impegnata a migliorare la governance in materia fiscale a livello globale al fine di massimizzare gli sforzi contro la frode, l’evasione e l’elusione fiscali. Per conseguire questo obiettivo, con il ricorso alla black list l’Europa si sforza non solo di dichiarare pubblicamente quelle giurisdizioni che non ritiene in linea con i propri parametri di trasparenza e collaborazione, ma anche di stimolarle a compiere un cambiamento positivo verso la cooperazione. La funzione della lista è, infatti, anche quella di rendere possibile una tassazione delle imprese leale ed efficace nel mercato unico, di incoraggiare la trasparenza e una concorrenza fiscale più equa in tutto il mondo, di favorire il rispetto delle norme internazionali sullo scambio delle informazioni e la lotta alle pratiche fiscali dannose. La lista fa parte della strategia esterna dell’Ue in tema di fiscalità ed è destinata a fornire un prezioso supporto nel contrastare l’elusione da parte delle società e nel promuovere una sana amministrazione fiscale a livello mondiale.
 

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