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Emissioni CO2: tasse non bastano,
per l’Ocse è necessario fare di più

L'imposizione fiscale può orientare le economie verso un futuro “decarbonizzato”. I Paesi viaggiano però a diverse velocità

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La tassazione attuale sulle emissioni inquinanti da parte dei Paesi Ocse e non solo non è sufficientemente alta per ridurre la quantità di CO2 così come previsto dall’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici del 2015. È quanto sostiene l’Ocse in uno studio presentato qualche giorno fa, in cui vengono analizzati i dati, relativi a 42 Paesi tra Ocse e G20 responsabili di circa l’80% delle emissioni globali, che riguardano il processo di transizione energetica verso un’economia “decarbonizzata”.
 
Come agisce la tassazione anti-inquinamento per incentivare l’energia green
Uno dei modi con cui oggi si prova a ridurre le emissioni inquinanti è quello di tassare tutti quei prodotti energetici che emettono biossido di carbonio nell’atmosfera. In questo modo, infatti, viene condizionato il mercato, spingendo imprese e consumatori ad adottare soluzioni green o meno inquinanti, in quanto più convenienti, grazie anche a degli incentivi a favore dell’energia sostenibile. In altre parole, con l’aumento del prezzo dell’energia basata sul carbonio diminuisce la domanda verso questo tipo di prodotti, a vantaggio di altre soluzioni con un minore impatto ambientale.
 
I risultati dello studio
Lo studio analizza l’andamento dei prezzi del carbonio prendendo in considerazione tre componenti, che sommati costituiscono l’Effective Carbon Rate: le tasse specifiche sui combustibili fossili, le tasse sul carbonio e i prezzi dei permessi negoziabili di emissione. Secondo quanto riportato nell’Effective Carbon Rates 2018: Pricing Carbon Emissions through Taxes and Emissions Trading, i prezzi del carbonio aumentano a un ritmo troppo lento per permettere di raggiungere gli obiettivi che i singoli Stati si erano impegnati a rispettare con l’ accordo di Parigi. In particolare, ci sono alcuni settori in cui la tassazione è bassissima rispetto alle emissioni che causano, come per esempio il settore industriale, quello residenziale, quello commerciale e quello elettrico, mentre va un po’ meglio il trasporto su strada, che è il settore più “tartassato”.
 
Il carbon pricing gap
L’Ocse basa queste analisi misurando il cosiddetto carbon pricing gap, che misura il divario tra la tassazione attualmente applicata e quella auspicata per generare un cambio di marcia. Tra i Paesi che negli ultimi anni (in particolare tra il 2012 e il 2015) hanno fatto dei passi avanti per colmare questo gap ci sono Francia, India, Corea, Messico e Regno Unito. Ci sono poi alcuni Paesi chiave che potrebbero dare un impulso decisivo nella riduzione totale di questo gap, come la Cina, sia a causa della vastità del loro territorio sia a causa della forte industrializzazione presente. L’Italia si colloca in buona posizione nella classifica dei Paesi che stanno adottando soluzioni efficaci, insieme a Norvegia, Grecia, Spagna, Lussemburgo, Slovenia, Irlanda e Olanda.
La riduzione del gap del carbon pricing rappresenta anche un indicatore di competitività, in quanto denota quanto un Paese sia indirizzato verso un’economia “decarbonizzata” e, quindi, più sostenibile, sia per una questione prettamente ambientale, che per una minore dipendenza economica da specifiche materie prime.
 
Il trend attuale
Se si continua con il trend registrato negli ultimi anni, i prezzi del carbonio potranno “coprire” i costi reali causati dall’inquinamento solo nel 2095. “Tassare in maniera adeguata il carbonio è un modo concreto ed economico per rallentare i cambiamenti climatici”, ha dichiarato il segretario generale dell’Ocse, Angel Gurría: allo stato attuale, “stiamo sprecando l’opportunità di orientare le nostre economie verso un percorso di crescita caratterizzato da basse emissioni di carbonio, perdendo tempo prezioso ogni giorno che passa”, ha concluso.
 
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