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Dal mondo

Il fisco di New York alla guerra dell’Ici

Contestato a India e Mongolia il mancato pagamento dell’imposta di proprietà dal 1991 e dal 1980 per 16 e 2 milioni di dollari

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Nel mirino le residenze e gli alloggi dei componenti delle rappresentanze estere che quotidianamente affollano il Palazzo di Vetro. L’imposta sulla proprietà, "tesoretto" che frutta alla Grande Mela più di 10 miliardi di euro l’anno, è un tabù contabile a cui nessuno può sottrarsi. Stati stranieri e sedi diplomatiche compresi. L’imposta sulla proprietà, sorta di tesoretto, anzi, di tesoro inviolabile, oltre 10 miliardi di euro l’anno, sul quale prosperano le entrate fiscali e le spese della Grande Mela, costituisce un tale tabù contabile che nemmeno agli Stati stranieri, e alle sedi diplomatiche che ospitano le loro Missioni presso le Nazioni Unite, si concedono sconti e privilegi. Insomma, chi non paga il dovuto rischia, a sue spese, di doversi confrontare con il lungo e sfiancante iter giudiziale previsto dalle Corti distrettuali e locali.

Casa o ufficio?
Il dilemma dei diplomatici Onu In pratica, archiviata già nel 2002 la crociata sui Parking Tickets furbescamente schivati dal personale diplomatico dei Paesi membri, le autorità newyorchesi hanno deciso di aprire un nuovo fronte fiscale con l’Onu, quello legato alle residenze e agli alloggi dei componenti delle diverse rappresentanze estere che quotidianamente affollano aule, corridoi e scranni del Palazzo di Vetro. In pratica, il governo cittadino ha richiesto ufficialmente a India e Mongolia di versare rispettivamente la somma di 16 e di 2 milioni di dollari all’erario newyorchese, e questo per non aver pagato l’imposta sulla proprietà, a partire dal ’91 nel caso dell’India, e fin dal lontano 1980 per la Mongolia. In realtà, l’imposta non si dovrebbe applicare, in virtù di quanto disposto dal Foreign Sovereign Immunities Act che disciplina una vasta serie di aree di esoneri e di dispense riservate alle sedi che ospitano missioni e rappresentanze straniere. Ma nel caso dei due Paesi, gli ispettori del fisco e gli amministratori locali hanno rivelato che il personale e i membri di entrambe le rappresentanze non utilizzano gli edifici soltanto per svolgere il proprio lavoro ma vi risiedono e vi soggiornano con assidua regolarità. In pratica, le sedi ospitano le rispettive abitazioni dei diplomatici, oltre ai loro uffici. Si tratta quindi di una violazione delle norme che consentono lecitamente, nei confini di New York, ad oltre 294 sedi di rappresentanza di non versare nemmeno 1 dollaro d’imposta su un imponibile di 539 milioni di dollari.                    





* Fonte: Amministrazione tributaria di New York
(i valori riportati nel grafico sono espressi in miliardi di dollari con riferimento al gettito complessivo annuale dell’imposta di proprietà e in milioni di dollari in relazione alle altre voci).  


Parola alla difesa
Ma India e Mongolia sostengono che, secondo il diritto internazionale e in base agli accordi che gli Usa a suo tempo hanno sottoscritto, il versamento dell’imposta sulla proprietà non può essere richiesto, nonostante gli edifici in questione siano utilizzati al medesimo tempo da ufficio e da residenza per il personale. Dubbi interpretativi, non soltanto abitativi Nel frattempo, due Corti distrettuali hanno già dato ragione alla città di New York, anche se India e Mongolia ne rifiutano il giudizio ritenendo la questione non di competenza di organi federali ma, eventualmente, oggetto di decisione da parte della Corte Suprema. E così, il caso, nato tra le vie di New York, è approdato sulle scrivanie della Corte, massima autorità statunitense in tema di legislazione, chiamata a dirimere un caso piuttosto scivoloso optando per due possibili vie d’uscita: sciogliere i nodi direttamente, oppure, rinviarne la soluzione ai competenti organi federali. Quest’ultima decisione implica il riconoscimento della competenza di organi locali e federali nel dirimere il dubbio contabile che divide New York dall’Onu.

Il Fisco di New York non fa sconti, morbida la Casa Bianca
Naturalmente il Dipartimento di Stato si è già espresso in favore di India e Mongolia, anche se per una questione analoga, già posta in precedenza, la Turchia aveva accettato di saldare il conto dell’imposta evasa versando nelle casse dell’erario di New York ben 5 milioni di dollari, in realtà molto meno rispetto alla somma effettivamente dovuta. In pratica, Istanbul aveva accettato una sorta di conciliazione giudiziale. Peraltro, la stessa crociata pro-imposta di proprietà, con motivazioni simili, era stata intrapresa dal governo della Grande Mela anche con riguardo a Libia e Ungheria, ma senza alcun risultato.

Parola alla Corte Suprema e fine della storia
La settimana scorsa però è arrivato il tanto atteso giudizio della Corte Suprema. L’appoggio della Casa Bianca nei riguardi di India e Mongolia è stato rispedito al mittente, mentre in riferimento alla questione oggetto del caso, i giudici sono stati piuttosto netti. Si tratta di un diritto relativo alla proprietà che, per sua origine e natura, si pone al di fuori dei sistemi di esenzione e delle immunità garantite dalla norma che regola i rapporti con i diplomatici dei Paesi esteri. Inoltre, le esenzioni sono particolarmente stringenti nei casi delle residenze dei consoli e degli edifici a uso ufficio. Nel caso specifico, anche queste due condizioni risultano non coincidenti, con il risultato che la Corte Suprema riconosce pienamente corretta la competenza delle Corti locali, distrettuali e federali nella gestione del caso. Quindi il finale reale della Storia, di questa crociata pro-imposta sulla proprietà lanciata dal Fisco newyorchese, che da una folta compagnia di esperti e di osservatori neutrali era stata accolta come velleitaria e insensata, costituirà un monito piuttosto esplicito: alle Nazioni Unite non si rappresenta il proprio Paese frodando il Fisco di New York. Una lezione di corretta contabilità che, nei prossimi anni, vedrà l’Amministrazione tributaria newyorchese suonare la campanella per richiamare all’ordine altri Stati, piuttosto distratti.
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