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Fmi: fisco, eguaglianza, crescita
a fare il punto è il Fiscal Monitor

Quali sono le migliori politiche tributarie per sostenere uno sviluppo inclusivo? La posizione del Fondo monetario

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Le politiche fiscali possono essere una leva formidabile per combattere le disuguaglianze. A delineare le soluzioni più efficaci è il Fondo monetario internazionale nell’ultimo Fiscal Monitor. Nel documento, dal suggestivo titolo “Tackling inequality”, sono affrontati i temi della disuguaglianza e della crescita. Con una certezza: il fisco, in quanto strumento di redistribuzione, “può fare la differenza”. La crescente disuguaglianza, spiegano gli esperti del Fondo, pone il problema di quali siano le migliori politiche di finanza pubblica per sostenere una crescita inclusiva. Se è vero che alcune ineguaglianze sono inevitabili in un sistema economico basato sul mercato, l’eccessiva disuguaglianza può infatti erodere la coesione sociale e frenare la crescita economica. Il Fiscal Monitor si concentra sulle variabili attraverso cui le politiche fiscali possono contribuire a una maggiore redistribuzione della ricchezza: dal “peso” delle aliquote per i redditi più alti, all’introduzione di un reddito universale, passando per la spesa pubblica nel campo dell’istruzione e della salute.

Diminuisce la povertà globale ma aumentano le disparità all’interno dei Paesi
A livello globale, spiega il Rapporto, negli ultimi decenni la disuguaglianza è diminuita, anche per via della forte crescita registrata in alcuni Paesi. Ma la diminuzione della povertà globale, guidata dai progressi registrati in Cina, in India e in altri Paesi emergenti, è stata in qualche modo associata a una maggiore disuguaglianza a livello locale. Tecnicamente, l’indice di Gini - che è uno degli indicatori statistici utilizzati per misurare l’equità della distribuzione di reddito e ricchezza all’interno di una società - è diminuito di alcuni decimi di punto negli ultimi trent’anni su scala globale, mentre è aumentato all’interno di alcuni Paesi a partire dalla fine del XX secolo, e scenderà ulteriormente dallo 0,69 del 2015 allo 0,66 nel 2035. In particolare, le economie più avanzate hanno vissuto negli ultimi tre decenni un deciso aumento delle disuguaglianze. In ogni caso, spiega il Rapporto, le politiche fiscali hanno avuto e hanno un impatto sostanziale sulle disuguaglianze, sia dal punto di vista storico, sia geografico. Nelle economie avanzate, infatti, le imposte dirette riducono le disparità di reddito in media di circa un terzo; nelle economie in via di sviluppo, la redistribuzione fiscale ha un’azione più limitata, per via di una tassazione più bassa e in generale meno orientata alla progressività. Secondo gli uomini di Christine Lagarde, la tassazione progressiva e i trasferimenti sono leve fondamentali per un’efficiente ridistribuzione fiscale. Per i redditi più alti, aliquote marginali crescenti possono consentire di ottenere una maggiore progressività. Per i redditi più bassi, invece, il rapporto si concentra sul “reddito di base universale” (Ubi), già stato testato in alcuni Paesi. Certamente, il giusto mix tra prelievo progressivo e strumenti di sostegno deve essere individuato tenendo conto delle specifiche circostanze del Paese, capacità amministrative comprese.

Progressività “at the top”
Quanto dovrebbero salire le aliquote marginali al crescere dei redditi? Le migliori teorie fiscali suggeriscono di applicare ai contribuenti ad alto reddito aliquote superiori rispetto a quelle attuali, che, peraltro, sono diminuite negli anni. L’aliquota massima media, ha spiegato in conferenza stampa Vito Gaspar, responsabile del dipartimento Affari fiscali del Fondo monetario internazionale, è crollata dal 62% del 1981 all’attuale 35%. Esiste una correlazione negativa tra progressività e crescita? I risultati empirici - si legge nel Rapporto - non supportano questa tesi. In altre parole non esistono evidenze del fatto che un aumento della pressione fiscale sui redditi più alti possa frenare crescita, quantomeno per livelli di progressività non eccessivi. Le economie avanzate con imposte sui redditi caratterizzate da tassi di progressività relativamente bassi hanno quindi la possibilità, è la conclusione degli esperti, di aumentare le aliquote marginali per i “paperoni” senza intralciare la crescita economica. Quanto ai redditi di capitale, sono distribuiti in maniera più disomogenea rispetto ai redditi da lavoro e sono spesso tassati con aliquote più basse rispetto a questi ultimi. E’ quindi necessaria un’adeguata e più uniforme tassazione di questi redditi, a salvaguardia della progressività dell’intero sistema fiscale. Molti Paesi, inoltre, “dovrebbero porre l’accento sulla riduzione delle opportunità di evasione ed elusione fiscale”, mentre le imposte sugli immobili e sui terreni - spiega ancora il rapporto - rimangono sottoutilizzate.

…e “at the bottom”
Il Rapporto analizza anche i pro e i contro delle misure finalizzate a ridurre la disuguaglianza “dal basso”. Il reddito universale, per esempio, ha ricevuto una crescente attenzione in ambito accademico, politico e da parte dell’opinione pubblica e alcuni Paesi viene già sperimentato, anche se in diverse forme. Alcuni Stati hanno varato assegni familiari universali o pensioni sociali, ma nessuno ha ancora adottato il reddito universale per l’intera popolazione. “Non è impossibile - ha affermato pochi giorni fa Gaspar in un’intervista a un noto quotidiano economico-finanziario italiano - e serve a ridurre disuguaglianza e povertà, ma è molto costoso. In un calcolo meccanico, che abbiamo condotto su un campione di paesi, risulta che in Francia, per esempio, l’introduzione di un reddito universale pari al 25% del reddito mediano, un’elargizione non proprio generosa, costerebbe il 7% del prodotto interno lordo”. Leve certamente efficaci nell’ottica di ridurre le disuguaglianze sono invece gli investimenti nell’istruzione e nella sanità: possono contribuire a ridurre le disparità di reddito nel medio periodo, migliorare la mobilità sociale e, in definitiva, promuovere una crescita inclusiva sostenibile. Eppure, si legge nel Rapporto, molti Paesi hanno ancora considerevoli lacune in questi ambiti. Soltanto colmando questi gap sarà possibile affrontare altre dimensioni di disparità, come quelle di genere. “Affrontare le disuguaglianze rimanenti - spiega il rapporto - richiederà una maggiore capacità di indirizzare la spesa pubblica verso i gruppi svantaggiati, per migliorare l’accesso a un'istruzione e a un’assistenza sanitaria di qualità. Ciò migliorerebbe anche l’efficienza complessiva”.
 
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