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Dal mondo

Fmi, per l’Asia un fisco adeguato
al boom dell’economia digitale

Il fiorire delle digital tax e le ultime riforme fiscali nel report Digitalization and Taxation in Asia del Fondo monetario internazionale

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La digitalizzazione ha influenzato decisamente le economie asiatiche e i loro sistemi di tassazione dei profitti e delle imposte indirette, l’Iva in particolare. Il report del Fondo monetario internazionale, dal titolo “Digitalization and Taxation in Asia”, si sofferma sugli effetti della digitalizzazione ed evidenzia come, in sostanza le riforme che hanno mutato il quadro normativo del fisco asiatico si sono succedute nell’arco d’un decennio e non accennano affatto ad arrestarsi. Con questo studio inoltre l’Fmi fornisce una panoramica delle tendenze della digitalizzazione in Asia e sulle implicazioni fiscali d’un tale trend, anche alla luce dell’adozione della global minimum tax.

Se la Cina è più connessa degli Stati Uniti
Per fissare l’istantanea dei processi di digitalizzazione asiatici, l’Fmi ci offre alcuni spunti di riflessione e di confronto davvero sorprendenti. Iniziamo da un dato, nient’affatto ovvio: in Cina il numero di connessioni fisse a banda larga è tre volte superiore e nettamente più grande rispetto a quello degli Stati Uniti. Questo dato è utile per comprendere come, oggi, quasi la metà delle grandi multinazionali locomotive del digitale siano in realtà aziende asiatiche. E come tali imprese si comportino, sul piano fiscale, in modo assai simile a quelle statunitensi o europee. Al riguardo, l’Fmi mette a confronto il gettito delle imposte versate al fisco da Amazon e dal suo corrispettivo cinese, Alibaba, nel corso del 2018-19. Per la prima l’incidenza delle imposte sui profitti è stata in media pari al 17,7% dei ricavi, mentre per la sua concorrente cinese la quota d’imposte pagate si ferma al 13,8%.

I molteplici volti dell’Asia digital
Il nesso tra digitalizzazione e tassazione riguarda inoltre i diritti di proprietà sulle informazioni private, sui marchi e i brevetti, e l'uso della tecnologia nella progettazione fiscale e all’interno delle Amministrazioni finanziarie. In primo luogo, l'esperienza della digitalizzazione varia a seconda dei Paesi asiatici, soprattutto in funzione della demografia e dello stadio dello sviluppo economico. Economie come Cina, Giappone e Corea hanno grandi settori high tech ben consolidati e altamente digitalizzati, con aziende impegnate in e-commerce e servizi online. India e Indonesia sono anche mercati in rapido sviluppo per i servizi online, con imprese locali emergenti. Ma vi sono anche economie basate su servizi avanzati come l'Australia e la Nuova Zelanda, entrambe altamente digitalizzate. Inoltre, l'Asia vanta delle città-stato che sono hub per le imprese del settore dell’ICT (Information and Communication Technologies) e del fintech, come Singapore e Hong Kong. In realtà, l’Asia annovera anche realtà in via di sviluppo che hanno tassi di connettività Internet più bassi ed un numero di aziende digitalizzate poco significativo.

L’effetto del Pillar 1 e le differenze tra Asia e Occidente
Di sicuro, le nuove riforme globali cambieranno il modo in cui i giganti della tecnologia pagano le imposte in Asia. L’Fmi fa però un’utile premessa: la digitalizzazione in Asia è sì pervasiva ma si distingue rispetto al trend occidentale. Infatti, in Asia vi sono importanti attori aziendali altamente digitalizzati (giganti della tecnologia come Alibaba, JD.com, Tencent, Rakuten) che rivaleggiano con le multinazionali statunitensi ma, al contrario dei loro rivali, contano su ricavi in stragrande maggioranza interni, domestici. L’applicazione del Pillar 1, che riassegna parte del gettito fiscale delle imprese più grandi e con elevati tassi di redditività ai Paesi in cui le vendite sono effettivamente realizzate potrebbe quindi non coinvolgere eccessivamente le grandi multinazionali asiatiche, con esclusione di quelle giapponesi e sud coreane.

Cambiamenti in corso, puzzle digital tax versione asiatica
Alcuni Paesi asiatici hanno iniziato a introdurre tasse sui servizi digitali, ritenute alla fonte sui pagamenti per servizi digitali transfrontalieri o imposte sulla cifra d'affari basate sugli utenti/clienti di attività digitali. In realtà, tutti questi strumenti impositivi potrebbero diventare superflui se venisse adottato un nuovo sistema globale di tassazione degli utili, vedi global minimum tax. Il quadro generale è davvero complesso. Ad oggi, le digital tax asiatiche trovano applicazione in India, e Malesia, sono invece in fase di discussione in Nuova Zelanda e in Vietnam. In Indonesia è stata votata ma manca l’ok definitivo.  Altri Paesi, Thailandia, Singapore, Australia, lo stesso Giappone e il Bangladesh, hanno adottato mini-digital tax, più settoriali, meno estese. Comunque, ciò che emerge è che i Paesi più grandi a reddito medio senza ma senza tecnologia autoctona sembrano più inclini ad adottare le digital tax, mentre i Paesi che sono sede di multinazionali tecnologiche, principalmente Cina, Giappone e Corea, hanno finora mostrato scarso interesse nell’adottarle. Inoltre, ricorda l’Fmi, le imposte sui servizi digitali, sebbene più facili da implementare, non generano un gettito considerevole e presentano altri inconvenienti in termini di regolamentazione, procedure e monitoraggio. Un caso da manuale è fornito dall’Equalization Levy indiana, o imposta di equalizzazione. Introdotta nel 2016 e applicata su pagamenti per servizi pubblicitari, ha comportato incassi pari a circa lo 0,02% del PIL dal 2016 al 2020. Peraltro, tali forme impositive sui servizi digitali possono anche distorcere le decisioni aziendali e permanere vulnerabili all'elusione fiscale. Senza pensare alle complicazioni nei rapporti commerciali tra Stati, perché di solito vengono applicate solo alle grandi aziende con sede all'estero.

L’Iva
L’imposta sul valore aggiunto e la digitalizzazione non vanno d’accordo in Asia. Infatti, più della metà di tutto il commercio di servizi in Asia viene fornito digitalmente, il che rende difficile riscuotere l'imposta sul valore aggiunto quando questi servizi attraversano i confini. Inoltre, anche le vendite transfrontaliere di merci tramite e-commerce sono generalmente esenti dall'imposta sul valore aggiunto se spedite a livello internazionale in piccoli pacchi. Risolvere queste sfide paga e rappresenta quindi il passo successivo della macchina fiscale asiatica. In sostanza, si tratta di richiedere ai fornitori non residenti di servizi digitali e piattaforme di e-commerce di registrarsi presso le autorità fiscali locali e versare l'imposta sul valore aggiunto sulle loro vendite. Questa riforma, se estesa, potrebbe aumentare le entrate tra lo 0,04 e lo 0,11% del PIL in alcuni Paesi asiatici, con un aumento di 166 milioni di dollari in Bangladesh, 4,8 miliardi di dollari in India, 1,1 miliardi di dollari in Indonesia,  365 milioni nelle Filippine e 264 milioni in Vietnam. Insomma, una rivoluzione fiscale.


 

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