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Dal mondo

Fondo monetario agli Stati Uniti:
riforma ok, ma deficit sott’occhio

L’organizzazione di Washington ha pubblicato di recente l’esito dell’ultima consultazione sullo stato dell’economia Usa

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“Una politica fiscale così fortemente prociclica non si vedeva dai tempi dell’amministrazione Johnson”. È il commento a sfondo storiografico con cui il Fondo Monetario internazionale ha scelto di raccontare le scelte in materia tributaria compiute dall’Amministrazione Usa nell’ultimo anno, all’interno del report sulla consultazione dedicata al Paese conclusasi a fine giugno. Pur con i dovuti distinguo del caso (solo a citarne uno, il Revenue Act del 1964 tagliava l’imposta sulle società dal 52% al 48%) e lasciando sullo sfondo i differenti obiettivi di spesa pubblica di due amministrazioni ed epoche così diverse, quel che l’organizzazione internazionale vuole mettere in rilievo con questo accostamento storico è l’analoga combinazione del taglio dell’imposizione fiscale abbinato a nuove prospettive di spesa che l’Amministrazione Usa ha messo sul piatto per il 2018. In particolare, il Tax Cuts and Jobs Act, la riforma fiscale approvata lo scorso 22 dicembre, viene valutato come un provvedimento prociclico (cioè espansivo in tempi di crescita) benefico per l’economia, ma di cui non bisogna sottovalutare i rischi di medio periodo, soprattutto connessi all’aumento del deficit del governo federale e conseguentemente del debito pubblico.

La recente riforma fiscale: positiva, ma possibile qualche ritocco
Il Tax Cuts and Jobs Act approvato lo scorso dicembre è ovviamente al centro dell’analisi nel capitolo dedicato al fisco. Il giudizio è positivo, sia nei confronti dell’obiettivo generale della strategia adottata, cioè quello di sostenere la crescita, sia per quanto riguarda le disposizioni principali della riforma, in particolare nel campo del reddito delle società. Tra gli elementi accolti favorevolmente, infatti, ci sono la tassazione ad una sola aliquota della corporate tax e l’introduzione del principio di tassazione territoriale, che prevede l’imposizione fiscale nel luogo in cui gli utili sono generati. Anche la semplificazione del sistema di deduzioni introdotta per l’imposta sul reddito personale viene considerata un pregio della riforma, di cui viene riconosciuto l’effetto di ridurre il carico fiscale per le famiglie, ma nel contempo criticato uno sbilanciamento a favore dei redditi più alti, che il Fondo monetario invita a raddrizzare. Tra le criticità, viene segnalato un altro possibile squilibrio verso le classi alte nella deduzione del 20% prevista per gli utili tassati “per trasparenza” ai soci delle società che adottano la pass-through taxation, una disposizione che rischia in generale di prestarsi a operazioni elusive e che inoltre va a vantaggio di chi possiede cospicue quote societarie, considerato che, secondo i dati del Fmi, con questa modalità di tassazione, che prevede appunto l’imposizione del reddito per trasparenza in capo ai soci e non in capo alla società, viene tassata circa la metà della base imponibile totale generata dalle corporation Usa.
 
Un bilancio da tenere d’occhio
Più che altro, però, il tema principale è il giudizio sui conti. All’effetto benefico riconosciuto alla riforma fa infatti da contraltare il prezzo altissimo pagato dalle casse dello Stato: secondo l’organizzazione di Washington, infatti, il rischio più costoso per l’economia del Paese è che un bilancio dello Stato messo troppo sotto pressione per il taglio delle entrate possa compromettere il margine di manovra sul lato degli investimenti pubblici. Quel che preoccupa è soprattutto l’effetto combinato del taglio delle imposte e delle politiche di spesa, in particolare per il piano di infrastrutture (ben 200 miliardi di dollari in 10 anni) che il governo Trump ha intenzione di realizzare. Secondo i calcoli del Fmi, le minori entrate e le maggiori spese causeranno insieme lo sfondamento del 4,5% nel rapporto tra il deficit del governo federale e Pil entro il 2019, vale a dire circa il doppio della percentuale rilevabile tre anni fa. A seguire, il debito pubblico finirà per oltrepassare la soglia del 90% su Pil entro il 2024, mentre sullo sfondo saranno da tenere d’occhio altri effetti, come quello sull’inflazione.
Il Fondo monetario suggerisce, quindi, di tornare ad alzare la pressione fiscale, cioè il rapporto tra i tributi e il prodotto interno lordo del Paese, agendo in particolare sull’imposizione indiretta a livello federale e puntando su carbon tax, imposta sui consumi e sul gas. L’Amministrazione Usa, tuttavia, ha già chiarito di avere altre idee: nessuna imposizione neppure di natura indiretta e anzi, la previsione di poter ridurre il deficit dello 0,25% su Pil all’anno per i prossimi 10 anni grazie all’effetto della crescita. Come sarà possibile tenere a bada i conti nel frattempo senza toccare le tasse? La strategia in programma si baserà sul taglio di altre spese (a partire dalla revisione di quella sanitaria, del sistema di welfare e delle voci di costo per gli acquisti del governo federale), oltre che con un processo di revisione e ammodernamento dell’intera organizzazione burocratica federale. Già in autunno, probabilmente, i prossimi dettagli.
 
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