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Dal mondo

Germania: per la contabilità,
il rischio è una deriva fiscale

In termini tecnici, cioè americani, si tratterebbe dell’ombra del tax drift ovvero un inatteso extra-gettito

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La deriva dei continenti, un dilemma cruciale ma antico. Tra le molteplici derive che incombono, proprio in queste settimane, se n’è inserita una nuova, la classica che non t’aspetti. In breve, anche sulla Germania, rigorosa, inarrivabile e inimitabile in materia di contabilità, sembrerebbe aggirarsi lo spettro, questo sì fiscale, d’una deriva. In termini tecnici, cioè americani, si tratterebbe dell’ombra del tax drift. Cioè? Un taglio drastico delle entrate fiscali o un calo imprevisto del gettito, oppure, l’Iva che si dissolve, o ancora, peggio, l’imposta sui profitti che d’improvviso s’azzera? No. Si tratta infatti d’un fenomeno, sì tecnico-contabile, ma esattamente contrario, anzi, l’opposto d’un crollo delle entrate tributarie. In altre parole, un inatteso extra-gettito. E qui inizia il problema.
 
Boom delle entrate, ma chi paga e perché? – L’inflazione riduce i redditi, quindi stipendi e salari, in termini reali, concreti. Esistono dei meccanismi per garantire una certa elasticità nella progressione sia dei parametri salariali sia di quelli fiscali. L’obiettivo è che questo continuo allineamento, in parallelo, possa sempre garantire in ultimo un corretto livello di tassazione. Proprio questo meccanismo sembra essere destinato a non funzionare in Germania, in particolare a partire dal triennio prossimo. Infatti, un esame attento delle nuove norme finanziarie, di bilancio, e soprattutto, delle misure, contenuto nel programma stabilito d’intesa tra i due maggiori partiti al Governo, hanno rivelato che quasi 20 miliardi di euro di surplus inatteso arricchirà ulteriormente le casse dell’erario tedesco. La ragione è semplice: senza un meccanismo che garantisca l’equilibrio tra inflazione e salari, diversi milioni di contribuenti tedeschi, involontariamente, e senza aver beneficiato di un concreto arricchimento dei redditi percepiti, dovranno applicare delle aliquote più elevate, risultando posizionati in scaglioni successivi rispetto a quelli in cui dovrebbero risultare posizionati. Dunque, una corsa al rialzo fiscale, per aliquota e scaglione, senza alcuna seria motivazione.
 
Senza reddito non si spende – Il rischio è che i consumatori tedeschi, già in ritirata da negozi e mercati, depotenzino ancor di più la domanda interna finendo per sterilizzarla del tutto. In questo modo la Germania si troverebbe in una situazione piuttosto anomala, e inspiegabile anche davanti a Bruxelles, visto che l’Europa su questo punto l’ha già richiamata nel senso di alimentare in modo più incisivo la domanda interna. Ma la realtà, se questo scenario si materializzasse, vedrebbe Berlino leader dell’export globale e, al medesimo tempo, maglia nera nei consumi interni tra le economie europee. Una contraddizione difficile, impossibile, da spiegare quando ci si erge a arbitri, giudici e censori dei disastri contabili altrui.
 
La soluzione? Allargare la zero-tax area o innalzare gli scaglioni – Comunque, la situazione può trovare riparo immediato. Sempre che prevalga un consenso ampio. Infatti, la zero-tax area, nei mesi passati è salita di alcune centinaia di euro, 224 per l’esattezza. Ora quindi risulta ben ancorata a quota 8.354 euro. Una soglia piuttosto bassa, modesta. La soluzione per dribblare il tax-drift consisterebbe nel far lievitare la porzione di reddito a zero-fisco innalzandola a 9 mila o, ancor meglio, a 10 mila euro. Una misura fiscale così impostata determinerebbe d’immediato un risollevarsi della quota di reddito disponibile e quindi di spesa potenziale. Ma una seconda chance, preferita dai tecnici e dai responsabili dell’Economia, con in testa l’attuale ministro, Wolfgang Schauble, sarebbe intenzionata a elevare gli scaglioni di reddito. L’unico problema sarebbero i tempi. Nel primo caso, infatti, basterebbe anche una semplice seduta del Parlamento, mentre, nel secondo caso, sarebbe necessario un periodo di studio, di analisi, una definizione dei differenti livelli, un ampio accordo e l’ok del Parlamento. Insomma, la differenza che corre tra una settimana e un trimestre. 
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