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Dal mondo

Il Giappone abbatte le barriere
per difendere l’economia

Gli ultimi dati rivelano una contrazione dell’export e la diminuzione della fiducia delle imprese nipponiche

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"Sono molto preoccupato relativamente all’attuale situazione del commercio globale”: con queste parole il capo di Governo giapponese, Shinzo Abe, ha aperto il G20 che si è svolto a Fukuoka a fine giugno. Il vertice  si è chiuso con una apparente tregua nella cosiddetta guerra sui dazi fra Cina e Usa.  Un conflitto che rischia di schiacciare il Giappone – in calo i dati sull’export di maggio – e l’Unione Europea che, dal canto loro, a febbraio hanno firmato un patto bilaterale per l’abbattimento dei dazi. In fase avanzata anche un accordo commerciale fra Sol Levante e Stati Uniti.

Calo dell’export
Secondo gli ultimi dati diffusi dal Governo di Tokyo, nel primo trimestre l’economia nipponica ha continuato a crescere al ritmo lento dello 0,6% annuale. Una crescita che potrebbe essere messa in discussione dall’aumento dell’imposta sui consumi dall’8% al 10% programmato per ottobre e, in particolare, dalla contrazione dell’export. Secondo le ultime statistiche diffuse, infatti, le esportazioni nipponiche sono in calo del 7,8% su base annua, proprio come conseguenza del conflitto sui dazi fra Stati Uniti e Cina. Anche il recente rapporto trimestrale “Tankan” della Banca del Giappone rivela il crescente malessere dell’economia nipponica. L’indice “Tankan”, che registra il grado di fiducia delle imprese nipponiche, è infatti diminuito anche nel secondo trimestre del 2019.

Il conflitto dei dazi
Venerdì 6 luglio 2018 è la data di inizio alla cosiddetta guerra dei dazi. Secondo quanto riportano i lanci di alcune agenzie di stampa alle ore 12.00, secondo il fuso orario di Pechino, sono entrati in vigore i dazi del 25% su 34 miliardi di esportazioni tecnologiche dalla Cina agli Stati Uniti. Pochi secondi dopo, la Repubblica Popolare Cinese ha risposto con misure analoghe. Il conflitto è poi proseguito con un’altra serie di misure da entrambi i lati e continua ancor oggi. Il Giappone, che ha fatto di quel soft power fra economia e cultura – tutto ciò che ruota intorno a manga, sushi e sakè – uno strumento per resistere in mezzo alle tempeste della globalizzazione, si trova ora parzialmente spiazzato da una guerra commerciale esplosa a due anni dalle Olimpiadi di Tokyo 2020. Le contromisure sono state due: da un lato l’accordo commerciale fra Unione Europea e Giappone firmato nel febbraio del 2019, dall’altro quello fra Sol Levante e Usa che, secondo il Ministro nipponico per la Rivitalizzazione dell’Economia, Toshimitsu Motegi, potrebbe essere siglato dopo il voto per eleggere i componenti della Camera alta giapponese, previsto per il 21 luglio. In particolare, il mondo delle imprese giapponese preme per la chiusura di un accordo che consenta di ridurre le barriere tariffarie all’esportazione negli Stati Uniti di autoveicoli e di camion, in difesa di uno dei capisaldi dell’economia nipponica.

Accordi col Vecchio e col Nuovo Continente
Il nuovo accordo commerciale fra l’Unione Europea e il Giappone, firmato lo scorso 1° febbraio, va in controtendenza rispetto agli scenari economici mondiali attraversati da nuovi protezionismi economici. L’Economic Partnership Agreement ha introdotto un taglio drastico dei dazi nelle due direzioni, ponendo le basi per la costruzione di un mercato unico di consumatori nipponici ed europei, complessivamente 635 milioni di persone. In particolare, quando l’intesa sarà applicata in maniera integrale saranno soppressi i dazi doganali sulla quasi totalità delle merci che il Giappone importa dall’Unione Europea (esattamente il 97%). I vantaggi saranno apprezzabili anche per l’economia del Sol Levante: con l’applicazione a pieno regime dell’accordo, infatti, saranno abbattuti in maniera pressoché integrale i dazi all’ingresso nell’Unione dei prodotti nipponici. Attualmente la cancellazione dei dazi riguarda il 91% dei prodotti Ue in direzione Sol Levante, ma – come anticipato – si estenderà gradualmente fino a coprire una gamma sempre maggiore di beni.
 

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