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Dal mondo

Giappone: Abenomics vs Yurinomics
e la sfida sull’Iva continua

Dopo le elezioni prosegue il confronto sui due diversi orientamenti di politica economica

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Nuova vittoria elettorale per il premier Shinzo Abe alle elezioni  anticipate dello scorso 22 ottobre. La coalizione fra il Partito Liberaldemocratico e il Komeito ha conquistato una forte maggioranza  - di oltre i due terzi -  alla Camera bassa.  I risultati elettorali hanno visto all’opposizione la presenza di una nuova formazione politica, il Kibo no to (Partito della Speranza), guidato dalla Governatrice di Tokyo, Yuriko Koike. E anche dal punto di vista fiscale la campagna elettorale è stata attraversata dall’aspro confronto fra due linee di politica economica.
 

Il match elettorale
La sfida tributaria fra Shinzo e Yuri è stata condotta tutta sul filo dell’imposta sui consumi. Un fatto incontrovertibile e non può stupire nessuno che segua un minimo le vicende fiscali ed  economiche  del Giappone degli ultimi anni. Per ricapitolare, nel 2016 il premier Abe aveva rinviato di due anni l’aumento dell’imposta sui beni di consumo dall’8 al 10%. Un rinvio che, per il leader della coalizione di centrodestra, non potrà andare oltre l’ottobre del 2019, perché le casse pubbliche hanno bisogno di ulteriori entrate per finanziare la spesa sociale, l’istruzione e gli asili per i bambini da 3 a 5 anni. Secondo quanto affermato da Abe nella campagna elettorale, le risorse provenienti dall’aumento Iva programmato saranno, quindi, utilizzate per rinforzare il Welfare State e non prevalentemente per ripianare un debito pubblico al 246% del Pil (fonte: infomercatiesteri) e secondo per dimensione solo a quello degli Stati Uniti.   
 

Quando c’è Yuriko c’è “Speranza”?
Yuriko Koike, proveniente dalle fila del Ldp e per breve tempo ministro della Difesa in un esecutivo Abe, ha delineato, invece, un congelamento permanente all’8% dell’imposta sul valore aggiunto. Secondo la leader del Partito della Speranza, nuove risorse andrebbero ricavate dalla vendita di parte dei beni dello Stato e dall’introduzione di una particolare tassazione degli utili delle grandi società. Quella fra Abe e Koike è stata una sfida tutta nel campo conservatore dello scenario politico: secondo quanto riferito dalle principali agenzie di stampa, la governatrice di Tokyo si proclama fra l’altro una “riformista conservatrice” e profonda ammiratrice di Margaret Thatcher. In questa tornata elettorale, Koike ha comunque scelto di non presentarsi direttamente alle elezioni politiche per il rinnovo della Camera bassa, in quanto il mandato parlamentare è in Giappone incompatibile con la carica di governatore della capitale.
 

Lo scenario economico del 2017
A differenza delle scorse elezioni anticipate dell’inverno di tre anni fa, nel 2017 l’economia giapponese registra ormai un segno positivo abbastanza deciso: il prodotto interno lordo è, infatti, in aumento continuo da 18 mesi, con un tasso di crescita annuo del 2,5% . Non solo, recentemente la borsa di Tokyo ha raggiunto i suoi massimi da quasi 20 anni.  I sostenitori dell’Abenomics possono quindi fare un doppio brindisi, sia per la netta affermazione elettorale sia per il successo della politica economica, che se non altro segna una ripresa produttiva del Sol Levante. In questi anni, salvo ovvi aggiustamenti tattici, la ricetta della Abenomics è rimasta sempre la stessa: lento aumento dell’imposta sui consumi, iniezione di stimoli fiscali per rilanciare l’economia, taglio graduale dell’imposta sulle società.  Negli ultimi anni in Giappone si è così verificato un vero e proprio spostamento del carico fiscale dal capitale al consumo, con  la Corporate Tax  ridotta dal 38,1% del 2013 al 30,86 % del 2016 e  l’incremento parallelo dell’imposta sui consumi dal 5 all’8%, con la programmata  quota 10% da raggiungere nel 2019.

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