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Dal mondo

Giappone: i cibi freschi fuori
dai programmati aumenti Iva

La proposta è stata avanzata direttamente dal premier Shinzo Abe che ha dato mandato di verificare la fattibilità

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“Aumento dell’Iva? Sì, ma non sugli alimenti freschi”. Con questa idea il  premier giapponese Shinzo Abe ha dato incarico al gruppo dirigente del partito Liberaldemocratico di escludere parte dei consumi delle famiglie giapponesi dall’aumento  generalizzato dell’imposta sui consumi al 10%, previsto per il 2017. Più che a proteggere i consumatori da un’impennata dei prezzi, Abe è apparso intenzionato a circoscrivere il più possibile il numero di prodotti soggetti ad aliquote fiscali ridotte, al fine di minimizzare l’impatto di queste esenzioni sulle finanze statali.
 

Il dibattito in Giappone – La proposta ha aperto una spaccatura nel governo nipponico, con gli alleati del Komeito, partito di origini neobuddiste, che hanno chiesto di escludere dall’incremento dell’Iva non solo i cibi freschi, ma anche gli alimenti frutto di lavorazioni industriali. Tenendo conto delle probabili ulteriori riduzioni della corporate tax al di sotto della soglia del 30%, confermate dalla Nikkei Asian Review, la coperta del bilancio pubblico si fa sempre più corta e quello che rischia di rimanere scoperto è lo stato sociale  In questo senso, il Ministro delle Finanze Taro Aso ha avvertito: un’estensione la gamma dei prodotti soggetti ad aliquote Iva ridotte comporterebbe una corrispondente serie di tagli al welfare state. D’altra parte, il Partito comunista giapponese, una delle principali forze politiche di opposizione nel Sol Levante, ha proposto di aumentare le imposte sulle grandi società e di tagliare gli sprechi legati alla costruzione di opere pubbliche.
 
Iva nel Sol Levante, una storia infinita – In Giappone, il dibattito sull’imposta dei consumi si ripropone periodicamente  da 30 anni a questa parte. Introdotta alla fine degli anni '80, l'Iva è sempre stata poco popolare nel Sol Levante. L’aumento dell’aprile 2014 è arrivato a quasi anni di distanza da quello del 1997, anno in cui all'aumento dal 3 al 5% seguì un blocco della ripresa economica, nel contesto di quella che allora fu chiamata "crisi delle tigri asiatiche". In tempi più recenti, la decisione di Shinzo Abe di rinviare di due anni – al 2017 – l’aumento dell’Iva dall’8 al 10% è stata infatti vista da buona parte della stampa internazionale come l’asso nella manica che  ha permesso  al leader del partito Liberaldemocratico di vincere le elezioni politiche anticipate del 2014.
 
Le proposte di Fmi e Ocse, superare “quota 10” – La questione Iva non è rimasta confinata al dibattito politico nipponico, ma ha coinvolto ovviamente le grandi organizzazioni internazionali come l’Ocse e l’Fmi, che nel corso dell’anno che va a concludersi sono intervenute sul tema con studi e documenti. Il Fondo monetario ha chiesto al Giappone di spostare parte della pressione fiscale dalle imposte dirette a carico delle società a quelle indirette a carico dei consumatori: in quest’ottica – ha affermato recentemente l’Fmi – occorre innalzare l’Iva oltre la soglia programmata del 10% e unificare l’aliquota. Anche l’Ocse suggerisce al governo giapponese di aumentare l’imposta sul consumo oltre “quota 10”. “La tassa sul consumo – ha precisato un recente studio dell’Organizzazione  – è bassa. E rimarrà la terza più bassa dell’Ocse anche dopo l’aumento al 10% programmato per il 2017”. In particolare, senza misure in grado di fare quadrare i conti, ha avvertito la ricerca “Achieving fiscal consolidation while promoting social cohesion in Japan” di Randall S. Jones e Kohei Fukawa (Ocse), il rapporto fra debito pubblico e prodotto interno lordo del Giappone, già il più altro fra i paesi dell’Organizzazione, è destinato a crescere fino a raggiungere la quota del 400 per cento fra 25 anni.
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