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Dal mondo

Giappone: da ottobre Iva a quota 10%
Incentivi a tempo per acquisti cashless

Scattato come previsto l’aumento di due punti dell’imposta sui consumi. Esclusi dal ritocco alimenti e bevande

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L’aumento dell’imposta sui consumi in Giappone è realtà. Dopo una serie di rinvii, alla mezzanotte del 1° ottobre l’Iva alla giapponese è aumentata dall’8% al 10%. I prezzi sono stati immediatamente ritoccati nei “Konbini”, piccoli market aperti 24 ore su 24 e diffusi in tutto l’arcipelago, che con precisione nipponica avevano già predisposto da qualche giorno i cartellini con i nuovi importi.  Nella stessa data, per evitare una contrazione della domanda interna, il Ministero dell’Economia del Commercio e dell’Industria ha attivato alcuni incentivi “a tempo determinato”  per favorire gli acquisti cashless, soprattutto nei negozi di piccole e di medie dimensioni.  Con l’aumento dell’imposta sui consumi, l’introduzione della Sayonara Tax (primo nuovo tributo dal 1992)  e la firma dell’accordo per abbattere i dazi con l’Unione europea,  il 2019 segna in qualche modo anche una nuova era fiscale per il Giappone, da maggio  entrato nella nuova era imperiale ReiWa, termine che fonde i concetti di bellezza e armonia.

Mercati senza scossoni
Rispetto ai contraccolpi registrati in corrispondenza di precedenti aumenti dell’Iva sembra che,  in queste prime settimane, l’economia giapponese abbia assorbito l’aumento dell’imposta sui consumi senza particolari scossoni.  La recente revisione al ribasso delle stime di crescita da parte del governo giapponese è, infatti, più che altro attribuita alle tensioni prodotte dalla guerra internazionale sui dazi. Tuttavia, riportano alcune delle principali agenzie di stampa, è ancora vivo il timore per una flessione della domanda interna in conseguenza dell’aumento di due punti percentuali dell’Iva.

In calo la fiducia dei consumatori
In Giappone l’imposta sui consumi, introdotta nel 1989,  non è mai stata popolare, forse perché i passati incrementi dell’aliquota sono stati associati non solo all’aumento dei prezzi ma anche a decisi rallentamenti dell’economia. È probabilmente questo il motivo per cui lo scorso  settembre l’indice di fiducia dei consumatori diffuso dal Governo è calato di qualche punto.  Ad ogni, modo l’aumento di ottobre, forse perché preparato con molta attenzione dallo staff del premier Shinzo Abe, non sembra al momento aver provocato spinte recessive all’economia nipponica, forse anche per l’attivazione del progetto Point Reward Project.

The Point Reward Project, rafforzare la domanda premiando gli acquisti cashless
In concomitanza con l’aumento dell’imposta dei consumo di due punti, in tutto il Giappone è scattata anche l’operazione Point Reward Project for Consumers using Cashless Payment, prevista dalla manovra finanziaria approvata in primavera come strumento per rafforzare la domanda interna in occasione dell’aumento delle imposte indirette.  I clienti che sceglieranno di fare i loro acquisti servendosi con la carta di debito o credito riceveranno un bonus equivalente al 5% del prezzo nei negozi medi e piccoli e al 2% nelle grandi catene di vendita. Secondo quanto riportano alcuni dei principali quotidiani nipponici – come lo Yomiuri Shinbun  – a pochi giorni dalla deadline fissata per la metà di settembre avevano aderito al progetto quasi 600mila esercizi commerciali, su una platea potenziale di oltre due milioni di esercizi. Si tratta di un progetto a tempo, la cui scadenza è prevista a giugno del prossimo anno.  Ma non si tratta della sola misura presa per evitare la contrazione della domanda.

Lo strano caso dei Fastfood
Come Fisco Oggi aveva illustrato (vedi articolo), dall’aumento dell’imposta sui consumi in Giappone sono stati esentati cibi e bevande (esclusi gli alcolici) a meno che questi non siano consumati al tavolo. Che si tratti di un moderno ristorante o in una vecchia Izakaya (in certo qual modo il corrispondente in Giappone di un pub britannico o di una osteria nostrana) l’aliquota applicata è del 10%. Ciò ha provocato una certa difficoltà organizzativa in quelle attività che effettuano la vendita di alimenti e bevande sia in modalità da asporto (l’aliquota applicata rimane all’8%) che di consumo al tavolo (aliquota del 10%). Per non ingenerare confusione nei clienti, una grande multinazionale del Fastfood, con migliaia di punti vendita in tutto il Giappone, ha deciso di continuare a vendere allo stesso prezzo hamburger e bibite venduti in modalità da asporto o per essere consumati al tavolo: l’aliquota varia, ma il prezzo finale rimane identico a prescindere dalle modalità di consumo.

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