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Imprese americane: in due anni solo 152 hanno tagliato con i paradisi e collaborato con il fisco Usa

A poche settimane dalla scadenza per usufruire degli sconti e nonostante la stretta decisa dopo l'11 settembre, il bilancio dell'operazione non è esaltante

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Gli sconti mancati. Secondo i dati recentemente pubblicati dall'Internal Revenue Service, l'Agenzia delle Entrate statunitense, le imprese che si sono messe in regola con il fisco ammettendo di aver utilizzato i paradisi fiscali per occultare una parte consistente dei profitti, sono state, fino ad oggi, soltanto 152. E questo nonostante l'Irs abbia introdotto, nel mese di dicembre del 2001, un'ulteriore elemento di favore, in pratica una specie di amnistia, che consente, ma soltanto alle aziende che rivelano anche i dettagli delle sofisticate operazioni finanziarie utilizzate per mascherare i libri contabili e il nome dei promoter che le hanno suggerite e realizzate, di far pace con il fisco evitando la penale del 20 per cento sull'importo evaso e versando, quindi, le imposte dovute comprensive dei soli interessi.
Ma anche questo schema, estremamente favorevole rispetto a quello già in vigore da quasi due anni, non è stato sufficiente per far venire allo scoperto le migliaia di imprese che ogni anno sottraggono al fisco Usa miliardi di dollari sfruttando le opportunità offerte dai regimi fiscali privilegiati in vigore nelle giurisdizioni off-shore. Infatti, soltanto 52 imprese, che si aggiungono quindi alle cento che avevano già deciso di mettersi in regola con le vecchie regole, hanno deciso di svelare all'Irs i propri trucchi contabili evitando la penale.

Un bilancio poco esaltante. A tirare le somme, dopo due anni di attività su questo terreno, è stato David Harris, responsabile dell'Ufficio analisi dell'Internal Revenue Service che si occupa di raccogliere ed elaborare i dati relativi ai fenomeni e alle pratiche di evasione fiscale.
Secondo Harris, la causa principale dello scarso appeal di queste misure, peraltro rese sempre più appetibili per le imprese nel corso degli anni ma evidentemente con scarsi risultati, deriva da un fattore esterno all'Amministrazione finanziaria e sul quale l'Irs non può agire: si tratta cioè del giudizio delle corti americane, che, proprio di recente, hanno stabilito, in materia fiscale, una prassi estremamente favorevole nei confronti delle aziende che utilizzano piani d'investimento e stratagemmi finanziari estremamente aggressivi per coprire, il più delle volte, operazioni di occultamento di capitali all'estero e vere e proprie falsificazioni dei documenti contabili.
Questi trucchi, anche se stigmatizzati severamente dagli stessi giudici e considerati moralmente discutibili dalla pubblica opinione, sono però stati sanzionati come legali dal punto di vista formale in numerose sentenze di recente pubblicazione e quindi giudicati perfettamente leciti. Il risultato, ha ammesso sconsolato Harris, è che il management delle imprese Usa preferisce di gran lunga dibattere delle proprie strategie finanziarie nelle aule dei tribunali, piuttosto che accordarsi con gli ispettori del fisco, anche quando questo non comporta che modesti sacrifici economici.
E le prospettive non sembrano migliori per il prossimo futuro. A chi faceva presente l'approssimarsi del termine ultimo del 23 aprile per le imprese che potrebbero decidere, in vista di tale scadenza, di uscire allo scoperto e regolarizzare la propria posizione con il fisco evitando le sanzioni, Harris ha risposto che nessun realistico mutamento di tendenza è atteso nelle prossime settimane.
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