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Dal mondo

Indonesia: sì all’accordo sul fisco
con il motore di ricerca Google

L’intesa è l’ultima di una lunga serie il cui inizio risale al gennaio dello scorso anno dopo quella siglata con l’HRMC

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Si allunga la lista dei Paesi e delle Amministrazioni finanziarie in coda per stringere accordi di natura fiscale con l’azienda leader mondiale dei motori di ricerca. Ultimo in ordine di tempo il Governo indonesiano, che, con le parole del suo ministro delle finanze, Sri Mulyani Indrawati, ha rivelato ai media e agli osservatori internazionali di aver raggiunto, “strappato” per alcuni, un accordo con Google Alphabet Inc. su di una disputa fiscale che risale ad anni addietro. Il ministro ha anche aggiunto che "….è stato sottoscritto un accordo con Google in riferimento all’anno d’imposta 2016, ma non possiamo divulgare la cifra pattuita". Insomma, prima l’annuncio, seguito da un netto rifiuto, non soltanto nel non fornire i dettagli dell’intesa ma nel non rivelare affatto nemmeno il quantum, la somma che il colosso high-tech s’è impegnato a elargire nelle casse dell’erario indonesiano. No comment anche dai rappresentanti di Google in Indonesia.
 
Attrazione fatale, gli occhi del fisco sui profitti dei giganti del web, Apple Inc., Twitter Inc. e Facebook Inc. – L’Indonesia è l’ultima fermata d’un lungo cammino fiscale avviato anni or sono. Negli ultimi anni, infatti, abbiamo visto le autorità fiscali di tutto il mondo impegnate in indagini sulle multinazionali del settore tecnologico come Google, Facebook e Yahoo che si suppone spostino i profitti offshore per ridurre i loro oneri fiscali. Il punto è che intercettare con imposte e tasse i flussi finanziari e i ricavi derivanti dalle attività e dai servizi gestiti dai giganti del Web è più facile da dirsi che a mettere in pratica. Ciò avviene principalmente perché le attuali infrastrutture normative in materia fiscale non hanno raggiunto natura, livello e dinamicità delle attività finanziarie gestite dalle multinazionali.
Per essere più espliciti, le leggi fiscali vigenti in molti Paesi difficilmente riescono nell’impresa di materializzare la stabile organizzazione nella giurisdizione stessa in cui effettivamente la multinazionale in questione, Apple, Facebook o Yahoo poco importa, riceve e quindi produce indubbiamente reddito, ricavi e quant’altro. Questa coincidenza tra luogo d’origine della ricchezza e luogo di maturazione dei ricavi in profitti spesso è ardua, se non impossibile, da concretizzare.
 
La chiave del successo, far luce sulla stabile organizzazione - L'esistenza d’una stabile organizzazione nel Paese stesso in cui il reddito di fatto nasce e prende forma, arricchendosi di zeri contabili, milioni, miliardi, trilioni ecc….. è la chiave, anzi, l’elisir, per un determinata autorità fiscale che consente di tassare i redditi prodotti da un'impresa, in questo caso una multinazionale attiva nel settore high-tech, gestita e di proprietà di un cittadino-contribuente non residente. Naturalmente,  la stabile organizzazione può assumere diverse forme, ad esempio un ramo, un ufficio rappresentativo o semplici luoghi dove concentrare appositi dispositivi informatici. D'altra parte, le multinazionali che fondano il loro profilo business sulla tecnologia, come Google e gli altri grandi attori attivi nel settore, possono gestire le loro attività a distanza senza dover necessariamente ricorrere a una stabile organizzazione classica come definita dalle norme fiscali tradizionali. Il risultato è che possono ricevere proventi, estremamente lucrosi, da determinati Paesi senza pagare le imposte sul reddito, deviando il reddito su di una giurisdizione fiscale “minore”, cioè a bassa tassazione, insomma, un centro offshore.
 
La soluzione? Una “Google tax”, la prima made in UK – In questo contesto, reso ancor più aspro dalla crisi economica, alcuni Paesi impongono una nuova regola fiscale che è conosciuta come la "tassa Google". Si tratta di una misura che dovrebbe forzare le multinazionali a pagare un'imposta sul reddito reindirizzato dal Paese di origine per essere distribuito e stoccato su diverse giurisdizioni offshore. Il primo passo in questa direzione ha avuto origine nell'aprile del 2015, quando il Regno Unito ha introdotto una nuova norma anti-evasione, anzi, anti-elusione, chiamata tassa di profitto deviata (DPT), per sottolinearne la finalità espressa. La procedura seguita dalla DPT consiste nell’applicazione d’una una nuova imposta del 25% più gli interessi sui profitti regolarmente “deviati” dal Regno Unito dalle grandi multinazionali attraverso i seguenti canali: abuso delle regole sulla stabile organizzazione o utilizzo di transazioni con entità che non dispongono affatto di sostanze o basi economiche tali da giustificare i trasferimenti monetari che ne derivano, quest’ultima una sorta di riedizione più stringente sulle norme che regolano il transfer pricing. In virtù di queste nuove regole, il fisco di Sua Maestà ha raggiunto un accordo fiscale di 130 milioni di sterline con Google nel gennaio 2016.
 
Il “dopo” UK - Recentemente, altri Paesi hanno anche introdotto, o considerato, l’applicazione di una "Google tax". L'India, per esempio, l’ha varata nella forma d’un prelievo del 6 per cento sui pagamenti effettuati da commercianti indiani a vantaggio di siti web stranieri come Google, Facebook e Yahoo, con entrata in vigore a partire dall’1 giugno di quest'anno. La Russia invece ha redatto una variante della "Google tax" classica che impone un'imposta sul valore aggiunto del 18% sulle società che vendono servizi online ai clienti russi, e questo dal 1gennaio 2017. Mentre le imprese domestiche russe saranno anch’esse sottoposte a tassazione, i più grandi rivenditori online del Paese, vale a dire Google, Apple, Microsoft, eBay e Yahoo, saranno comunque tenuti a versare la sovrimposta in forma e soprattutto in sostanza più corpose, visti i volumi d’affari esponenziali. E non finisce qui. L'Australia, infatti, s’appresta al varo d’una "Google tax" dopo luglio, imponendo un’aliquota fino al 40 per cento sui profitti ritenuti “deviati”, o smascherati, dalle grandi multinazionali.
 
I Paesi in via di sviluppo necessitano d’una Google tax? – Ad ogni modo, il dibattito sulla Google tax si sta spostando. Nato infatti nei Paesi “ricchi” si assiste oggi ad una sua diffusione tra i cosiddetti Paesi in via di sviluppo, cioè “poveri”. Al riguardo, la letteratura fiscale indica che i Paesi in via di sviluppo dipendono fortemente dai ricavi delle imposte sul reddito delle società. Eppure, nonostante questa dipendenza il gettito delle imposte sui profitti in determinati Paesi cresce sì ma a ritmi eccessivamente o inspiegabilmente lenti rispetto alla media mondiale. Perché? Gli studi condotti in materia dall'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) e dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) dimostrano che i Paesi in via di sviluppo non sono affatto meno vulnerabili alle attività di profitto “deviato” messe in campo dalle multinazionali rispetto a quanto accade nelle economie ricche, sviluppate. Nel caso di Google Indonesia, l’azienda risulta aver pagato meno dello 0,1 percento delle imposte dovute, grazie al fatto di aver riportato la maggior parte dei ricavi presso la sede centrale di Google, Asia Pacific, con sede a Singapore, un Paese che vanta la più bassa imposta sulle società in Asia. Google Singapore dice inoltre di non avere una stabile organizzazione in Indonesia, pertanto, secondo la legge, l'Indonesia non può vantare diritti di tassazione del reddito. Ne sono seguite decine e decine di indagini che, come detto prima, hanno visto finalmente un esito positivo per il Paese. Ma l’Indonesia, e qui sta la differenza, è una grande realtà in crescita, un Paese che a breve potrebbe raggiungere livelli inattesi di sviluppo rispetto a qualche decennio fa. Molti Paesi in via di sviluppo sono invece privi anche d’una autorità finanziaria competente quanto basti per mettere alle strette i giganti del web. Ed è per questo che in sede delle Nazioni Unite si sta pensando con sempre maggiori aperture di credito alla realizzazione d’un modello mondiale, globale di Agenzia delle entrate o comunque d’una iniziativa capace di trasferire il know how e le conoscenze in materia di fisco dai Paesi più avanzati fino a quelli più arretrati in questo ambito.   
 
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