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Dal mondo

Irlanda: Iva light al capolinea.
Crisi alle spalle per la tigre celtica

Un recente rapporto del Dipartimento finanze di Dublino suggerisce di riportare l’aliquota ai livelli pre-crisi

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I soggiorni in hotel, i pasti al ristorante, i giornali e le mappe. Sono solo alcuni dei beni e dei servizi a cui, in Irlanda, è applicata l’Iva light al 9%.  Il taglio dell’aliquota dal 13,5% al 9% è stato  introdotto nel  2011 per fronteggiare i devastanti  effetti della crisi economica internazionale. Secondo il rapporto “Review of the 9% tax rate”, curato dal Dipartimento delle Finanze di Dublino e diffuso qualche settimana fa, le conseguenze della tempesta finanziaria mondiale del decennio scorso sono, però, finalmente superate. I parametri economici sono ottimali già da qualche anno e il mercato del lavoro si avvicina al pieno impiego. L’aliquota del 9% in un’ampia gamma di beni e servizi del comparto turistico-culturale ha forse esaurito la spinta propulsiva ed è  giunta probabilmente l’ora di riportarla al 13,5%.

Un’aliquota per combattere la crisi: obiettivo centrato
La riduzione dell’aliquota Iva al 9% in un’ampia gamma di beni e servizi è stata promossa dal governo irlandese nel maggio 2011 nell’ambito del Jobs Initiative. Nel pieno della crisi, a Dublino la disoccupazione era, infatti, arrivata al tasso del 15% e  l’Irlanda era classificata fra i cosiddetti  paesi Piigs. In queste circostanze difficili, l’idea del governo irlandese è stata quella di tenere sotto controllo i prezzi e rilanciare i consumi e l’occupazione nel comparto turistico- culturale attraverso la riduzione dell’aliquota Iva. Oggi, nella Repubblica irlandese, il tasso di disoccupazione è al 5% e il prodotto interno lordo cresce a ritmi variabili ma sostenuti (9.1% annuo nel primo trimestre 2018). Fra il 2011 e il 2017, il turismo irlandese ha conosciuto un vero e proprio boom, con il numero di visitatori che è cresciuto di oltre il 39%.  Particolarmente marcato è stato l’ incremento dei flussi turistici dal Nord America – gli arrivi dagli Usa sono stati favoriti da un euro più debole rispetto al dollaro americano –  e  dal continente europeo. Nello stesso periodo, le entrate relative al  turismo sono cresciute del 45%.  In particolare – sottolinea il documento –   il recupero della ristorazione e degli hotel è stato forte in termini di crescita dei consumi, dell’occupazione e dei profitti.  Tutto considerato, sembra proprio che l’obiettivo del Jobs Initiative sia stato centrato. Ma qual è stato il contributo dell’aliquota ridotta alla crescita economica e occupazionale?

L’impatto sulle entrate
Secondo il rapporto del Dipartimento Finanze, nel primo anno dalla sua introduzione l’aliquota ridotta ha avuto senza dubbio un impatto positivo sull’occupazione.  Per gli anni successivi, invece, è arduo distinguere fra l’impatto positivo di questa agevolazione fiscale e il miglioramento graduale delle condizioni economiche del Paese nello scenario internazionale. A prescindere dall’individuazione del motivo della ripresa, sottolinea il documento, l’Irlanda è senza dubbio uscita dalla crisi economica e finanziaria: il traguardo è stato superato di slancio.  Ora, secondo il rapporto, è il momento di riportare l’Iva al 13,5 (il livello pre 2011), anche perché l’introduzione dell’aliquota agevolata ha avuto un costo non indifferenze per le casse irlandesi.  Le mancate entrate dovute all’applicazione dell’aliquota al 9% sono arrivate alla cifra di 490 milioni di euro nel solo 2017. Complessivamente, nel periodo considerato, i mancati introiti Iva sono stimati in 2,6 miliardi di euro.  Tra il 2011 e il 2017 le entrate Iva – con un’aliquota standard al 23%  – sono comunque aumentate del 37%,  per arrivare nel 2017 al totale di 13,3 miliardi di euro: il 26% delle entrate complessive.  In base al documento, riportare i beni e i servizi a cui è applicata la aliquota Iva dal 9 al 13,5% produrrebbe un aumento delle entrate di 520 milioni nel 2018 e un incremento dell’inflazione  dello 0,5%. Una crescita dei prezzi una tantum e  tutto sommato contenuta.
 
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