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New York, quanto vale l'evasione sul mattone? 300 milioni di $

A tanto ammonta, secondo il fisco locale, la somma per mancato pagamento dell'imposta sulla proprietà

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La Grande Mela, anzi, il Grande Mattone. Un rapporto stretto tra fisco e mattone, che la crisi non ha indebolito e che nel corso degli anni ha stimolato una nuovo trend di evasione fiscale legata indissolubilmente agli immobili. Nel 2009, la perdita secca per l'erario urbano (tab. 2) è stata di quasi 300 milioni di dollari mentre nell'ultimo triennio complessivamente ha sottratto alle entrate fiscali di New York quasi 900 milioni di dollari. Si tratta peraltro di cifre parziali che non tengono conto di una quota significativa di evasione che sfugge ai controlli e alle analisi e che riguarda non direttamente i versamenti relativi all'imposta sulla proprietà, ma i pagamenti che interessano le compravendite e le sottoscrizioni di mutui e altre forme di finanziamento per l'acquisto di una casa. Transazioni dalla taglia significativa che si vanno ad aggiungere ai 16 miliardi di dollari derivanti dal gettito dell'imposta sulla proprietà.

La casa, il centro commerciale e il garage, campioni d'evasione
La graduatoria dell'evasione da mattone vede, naturalmente, in testa le residenze e le unità abitative, in particolare mono e bifamiliari. Nel complesso, infatti, le proprietà che rientrano in queste due tipologie sottraggono all'erario cittadino all'incirca 70 milioni di dollari l'anno. La sorpresa, invece, riguarda le altre due posizioni del podio, occupate rispettivamente dai centri commerciali e dalla new entry dei locali e delle strutture ad uso garage. Nel primo caso, infatti, sono 1.700 le aree adibite alla vendita e alla distribuzione di prodotti e di servizi che, nel corso del 2008, hanno registrato trend d'evasione significativi. Riguardo invece ai garage, questa novità ha interessato 1.800 aree adibite al servizio di autorimessa e parcheggio di autoveicoli che, a seguito di controlli, risultano non aver versato oltre 10 milioni di dollari. Insomma, il garage, soprattutto se al coperto e al riparo dal fisco, sembra essere un fenomeno piuttosto diffuso a New York.    

Se New York dichiara guerra fiscale all'Onu
L'imposta sulla proprietà, sorta di tesoro inviolabile sul quale prosperano le entrate fiscali e le spese della Grande Mela, costituisce un tale tabù contabile che nemmeno agli Stati stranieri, e alle sedi che ospitano le loro missioni presso le Nazioni Unite, si concedono sconti e privilegi. E così, archiviata nel 2002 la crociata sui parking tickets furbescamente schivati dal personale diplomatico dei Paesi membri, le autorità newyorchesi hanno deciso di aprire un nuovo fronte fiscale con l'Onu, quello legato alle residenze e agli alloggi dei componenti delle diverse rappresentanze estere che quotidianamente affollano aule, corridoi e scranni del "Palazzo di Vetro". In pratica, il governo cittadino ha richiesto ufficialmente a India e Mongolia di versare rispettivamente la somma di 16 e di 2 milioni di dollari all'erario newyorchese e questo per non aver pagato l'imposta sulla proprietà, a partire dal '91 nel caso dell'India, e fin dal lontano 1980 per la Mongolia. In realtà, l'imposta non si dovrebbe applicare, in virtù di quanto disposto dal Foreign Sovereign Immunities Act, che disciplina una vasta serie di aree di esoneri e dispense riservate alle sedi che ospitano missioni e rappresentanze straniere. Ma nel caso dei due Paesi, gli ispettori del fisco e gli amministratori locali hanno rivelato che il personale e i membri di entrambe le rappresentanze non utilizzano gli edifici soltanto per svolgere il loro lavoro ma vi risiedono e vi soggiornano. In pratica le sedi ospitano le rispettive abitazioni dei diplomatici, oltre ai loro uffici. Si tratta quindi di una violazione delle norme che consentono lecitamente, nei confini di New York, ad oltre 294 sedi di rappresentanza di non versare nemmeno 1 dollaro d'imposta su un imponibile di 539 milioni di dollari. Ma India e Mongolia sostengono che, secondo il diritto internazionale e in base agli accordi che gli Usa a suo tempo hanno sottoscritto, il versamento dell'imposta sulla proprietà non può essere richiesto, nonostante gli edifici in questione siano utilizzati nel contempo da ufficio e da residenza per il personale. Nel frattempo, due corti distrettuali hanno già dato ragione alla città di New York, anche se India e Mongolia ne rifiutano il giudizio ritenendo la questione non di competenza di organi federali ma, eventualmente, oggetto di decisioni da parte della Corte Suprema. E così, il caso, nato tra le vie di New York, è approdato sulle scrivanie della Corte che dovrà dirimerlo, direttamente o rinviandone la soluzione ai competenti organi federali. Naturalmente, il Dipartimento di Stato si è già espresso in favore di India e Mongolia, anche se per una questione analoga già posta in precedenza, la Turchia aveva accettato di saldare il conto dell'imposta evasa versando nelle casse dell'erario di New York ben 5 milioni di dollari, in realtà molto meno rispetto alla somma effettivamente dovuta. Peraltro, la stessa crociata pro-imposta di proprietà, con motivazioni simili, era stata intrapresa del Governo della Grande Mela anche con riguardo a Libia e Ungheria, ma senza alcun risultato. 

Grande Mela, giardino scarsamente seducente per le aziende
Peraltro, considerando che New York, costituendo un'eccezione rispetto al panorama urbano statunitense, incassa anche una specifica imposta sui profitti e sui redditi delle persone fisiche, il business environment che domina tra le vie della città risulta affatto incline ad accogliere aziende e investimenti privati, anche se i professionisti, i manager e i lavoratori autonomi che vi operano quotidianamente sono circa 700mila. Questa ambiguità di fondo, è confermata anche da uno studio recente realizzato dal Milken Institute, uno dei più autorevoli think tank nordamericani. In pratica, raffrontando l'inclinazione e l'apertura al business di oltre 200 grandi aree metropolitane, la posizione di New York è risultata derubricata in fondo alla graduatoria, per l'esattezza al 169° posto. E ben si comprende la mancanza di goliardia di New York nel sedurre le società, dato che l'imposta sui profitti, sommata a quella stabilita dallo Stato di New York, rasenta il 18% mentre quella sui redditi delle persone fisiche si ferma al 12, anch'essa una volta sommata all'aliquota sorella riscossa a livello statuale. A tutte questa tasse si deve poi aggiungere l'imposizione ordinaria relativa al fisco federale.

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