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Dal mondo

Obama, stop ai contratti pubblici con le imprese “infedeli”

Senza l’ok del Fisco non si potranno più vincere le gare per l’attribuzione di incarichi, appalti o commissioni

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L’agenda fiscal-finanziaria di Barack Obama non sembra soggetta a improvvisi rovesciamenti dettati dall’andamento delle previsioni meteo o alle oscillazioni del calendario della politica. Forse perché le considera inaffidabili, entrambe, come peraltro sanzionato di recente dalla stessa BBC che ha licenziato in fretta, dopo una previsione mancata, la società incaricata d’effettuare le proiezioni meteo. Comunque, ripercorrendo gli esordi in tema di tasse e tributi, e di finanza, il menù dettato dal Presidente degli Stati Uniti sembra davvero essere statico, immutabile. L’agenda fiscale di Obama/Paradisi fiscali, tempo scaduto - Innanzitutto, l’esordio ha coinciso con il varo della stretta sui paradisi fiscali, assiduamente frequentati da decine di migliaia di multinazionali Usa e da centinanti di migliaia di contribuenti facoltosi, con il risultato di lasciare ogni anno il fisco di Washington a corto di circa 100miliardi di dollari. Una stima minima, dato che le proiezioni peggiori del Governo Usa sul volume dell’evasione derivante dalle cattive frequentazioni offshore della Corporate America spesso oltrepassano i 200miliardi di dollari l’anno. Sotto alle banche - A seguire, nei mesi più aspri della Crisi, il Presidente ha deciso prima di assistere con denaro pubblico le banche per poi poggiare la lente del fisco sui loro conti, escluse le più modeste. In altre parole, più tasse sugli istituti di credito dediti, per vocazione e per finalità istituzionale, al commercio e agli investimenti, insomma sulle sigle stranote di Wall Street da cui è sbocciata la Crisi e che, primi tra tutti, hanno incassato il sostegno pubblico, cioè denaro dei risparmiatori statunitensi, per arrestare la progressione del rosso sui loro conti, con il risultato, oggi, che i bilanci delle famiglie statunitensi permangono tinti di rosso, mentre i tesori delle grandi banche d’affari sembrano già rifioriti tanto da convincerle ad offrire bonus magnifici ai loro executive. Ora però, almeno secondo le intenzioni di Obama, una quota consistente delle somme destinate a rinvigorire i bonus delle banche serviranno, a condizione che la norma passi, a rimpinguare le casse del fisco e, per effetto diretto, i capitoli di spesa destinati a favorire lavoratori e disoccupati. E ora tocca alle aziende che non pagano le tasse – L’ultima decisione di Obama riguarda le imprese e i protagonisti del business statunitense che, nonostante abbiano spesso siglato contratti d’oro, per appalti, forniture e consulenze con il Governo federale, direttamente o tramite intese con le diverse Agenzie, risultano essere platealmente infedeli al Fisco. Peraltro, le aziende e le multinazionali protagoniste di questo fenomeno sono, in parte, già ben note all’Agenzia delle Entrate, cioè all’Irs. Ora, secondo quanto contenuto, e illustrato, all’interno dell’ordine presidenziale licenziato oggi, sul versante dell’Amministrazione i responsabili dei diversi uffici, e delle Agenzie, dovranno impegnarsi a garantire che nessun contratto sia sottoscritto, d’ora in poi, con aziende infedeli sia sotto il profilo fiscale sia in riferimento all’inefficienza mostrata già in passato nella realizzazione degli impegni presi. Sul versante del Fisco, invece, sarà intensificato e posto a regime lo scambio d’informazioni tra l’Agenzia delle Entrate e gli altri uffici dell’Amministrazione, al fine di garantire che ogni singola impresa o società privata che sottoscriva un contratto con lo Stato possa effettivamente vantare un bollino di completa correttezza fiscal-finanziaria. Una variante questa che determinerà, se applicata nella sua interezza, un salto di qualità senza precedenti del fisco Usa nella scala e nella graduatoria delle Agenzie statunitensi oggi attive, diverse decine, anzi, forse un centinaio.
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