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Dal mondo

Ocse, il punto sulle imposte green
nel Taxing energy use 2019

Il report dell’Organizzazione di Parigi analizza la tassazione sull’energia e sulle emissioni inquinanti a livello globale

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I livelli di tassazione dell’energia a livello globale non sono ancora sufficienti per incidere significativamente sulla lotta al cambiamento climatico. Eppure la leva fiscale, se usata di più e meglio, può realmente modificare i comportamenti degli operatori e dei consumatori, contribuendo al raggiungimento degli obiettivi segnati dall’accordo di Parigi. Sono le conclusioni contenute nel Taxing energy use 2019, il report dell’Ocse che analizza la tassazione sull’energia e sulle emissioni inquinanti nel mondo. Il rapporto di quest’anno, pubblicato recentemente, analizza la situazione fiscale aggiornata al 2018 di 44 Paesi tra Ocse e G20, specificando, le tipologie di tassazione su combustibili e prodotti energetici applicati a livello aggregato e Paese per Paese.

I dati principali del rapporto
Il report evidenzia che nella maggior parte dei Paesi del mondo la tassazione dell’energia non è strutturata seguendo logiche che favoriscono forme di produzione energetica più pulite. In tutti i Paesi considerati, infatti, le accise sui carburanti sono la forma di tassazione dell’energia largamente più diffusa, mentre non dappertutto, e comunque con un peso impositivo decisamente inferiore, è presente un’esplicita carbon tax, vale a dire una tassazione direttamente correlata al peso delle emissioni nocive. In altre parole, le imposte non vengono generalmente usate in funzione dell’inquinamento prodotto dai diversi tipi di prodotto energetico o di combustibile: se si considera il peso della tassazione sulle emissioni di Co2 prodotte, infatti, nel caso del carbone la cifra è globalmente prossima allo zero (0,73 euro per tonnellata di Co2 prodotta), benché si tratti del combustibile più inquinante utilizzato nella produzione industriale, mentre il valore cresce per tutte le altre tipologie di carburanti, anche quelle meno dannose come i biocarburanti, con un “peso fiscale”, tra accise e carbon tax, che non supera comunque i 12 euro. Fanno eccezione solamente diesel e benzina, soprattutto impiegati nel settore dei trasporti e colpiti in larga parte da accise, per cui il peso è molto più sostanzioso, fino rispettivamente a 73,76 euro e di 85,83 euro per tonnellata di Co2 prodotta.

Le tendenze principali nel campo della tassazione dell’energia e dei carburanti
In sostanza, dice il report, al di fuori delle emissioni prodotte dal trasporto su strada, che comunque rappresentano il 15% delle emissioni globali, il resto della produzione di Co2 è pressoché non tassata, né tantomeno è colpita da un’imposizione strutturata scientemente per favorire forme energetiche meno inquinanti: per esempio, solo quattro Paesi, Danimarca, Paesi Bassi, Norvegia e Svizzera tassano oltre i 30 euro a tonnellata di Co2 l’energia utilizzata per scopi diversi dal trasporto su strada, mentre le emissioni derivanti dalla mobilità aerea e marittima per tratte internazionali non sono pressoché tassate e non sono soggette al sistema di scambio delle quote come accade, per esempio nell’Unione europea, per le emissioni da produzione industriale o per la produzione di energia elettrica. Anche quando presente, inoltre, la carbon tax normalmente viene applicata come un’accisa, senza una diretta correlazione alla quantità di emissioni prodotte.
Oltre a un’esplicita carbon tax a contrastare la produzione di gas serra intervengono le accise sui carburanti, la tassazione sul consumo di energia elettrica e i sistemi di scambio delle quote di emissioni, come quello europeo. Tuttavia, dice il report, il prezzo dell’inquinamento non è ancora così alto da funzionare da deterrente: anche considerando queste forme di intervento, infatti, il “costo” delle emissioni nocive non è sufficiente per generare negli operatori un incentivo forte a investire in forme produttive più pulite e, dall’altra parte, a suscitare nei consumatori un interesse effettivo a ridurre lo spreco di energia.

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