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Dal mondo

Ocse: stop a utilizzo strumentale
interessi e pagamenti finanziari

Pubblicato un nuovo Report in cui sono indicate le regole per contrastare l’erosione della base imponibile

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La mobilità e la fungibilità del denaro rende i finanziamenti intra-gruppo un utile strumento di pianificazione fiscale aggressiva. In linea con il criterio direttivo sancito dall’Action 4 del progetto Base erosion and profit shifting (BEPS), l’Ocse, il 5 ottobre 2015, ha pubblicato il Final Report n. 4 intitolato “Limiting Base Erosion Involving Interest Deductions and Other Financial Payments“ (regole per limitare l’erosione della base imponibile realizzata tramite  la deduzione di interessi passivi e di altri pagamenti di natura finanziaria equivalenti agli interessi).
A differenza degli altri Final Report, il documento in questione non si limita a raccomandare l’adozione di contromisure antielusive ad hoc, ma delinea delle regole  di ampio respiro cui la normativa degli Stati aderenti dovrebbe conformarsi.
Lo scopo del Report, come chiarito nella parte introduttiva, è contrastare le seguenti condotte:
  • utilizzo degli interessi passivi per spostare artificialmente i profitti dai paesi con un’alta pressione fiscale a quelli con regimi impositivi più miti;
  • utilizzo dei prestiti intra-gruppo per dedurre un ammontare di interessi passivi superiore a quello che il gruppo, su base consolidata, corrisponde a soggetti esterni;
  • deduzione degli interessi passivi relativi a finanziamenti utilizzati per sovvenzionare attività, od operazioni, che generano proventi esenti, o esclusi, da imposta.  
Prima di esaminare il Best Practice Approach proposto dall’organizzazione, si presentano brevemente alcune delle regole attualmente in uso negli Stati aderenti ed i motivi che spingono a ritenerle insufficienti per risolvere le problematiche sopra elencate.
 
Valore di libera concorrenza
La regola in rubrica si sostanzia nel consentire la deduzione degli interessi passivi intra-gruppo solo qualora gli stessi siano corrispondenti, in termini quantitativi, a quelli che sarebbero stati negoziati tra parti indipendenti; in sostanza, si tratta di un approccio di transfer pricing.
Tale regola, isolatamente considerata, non permette di risolvere le problematiche evidenziate poiché: non consente di evitare che gli interessi passivi siano dedotti a fronte di proventi non tassati; non permette di verificare se esiste proporzionalità tra esposizione debitoria e attività svolta; nei rapporti intra-gruppo i finanziamenti possono essere strutturati, tramite ad esempio clausole di postergazione nel rimborso, in modo da giustificare un alto tasso di interesse.
Per i motivi esposti, la regola del valore di libera concorrenza può essere usata solo a completamento del Best Practice Approach.
 
Ritenute sugli interessi corrisposti a soggetti non residenti
L’utilizzo delle ritenute non è idoneo a risolvere le problematiche connesse all’erosione della base imponibile per diverse ragioni. In particolare: non consente di evitare che gli interessi passivi siano dedotti a fronte di proventi non tassati; considerato che le aliquote delle ritenute sono generalmente più basse rispetto all’aliquota dell’imposta sul reddito delle società, e sono ulteriormente ridotte grazie al network di convenzioni contro le doppie imposizioni, lo spostamento artificiale di utili verso paesi a bassa fiscalità, anche se meno conveniente, rimane sempre possibile; non permette, considerata l’automaticità della sua applicazione, di distinguere tra finanziamenti genuini ed artificiosi. Anche le ritenute alla fonte possono, però, essere utilizzate a completamento del Best Practice Approach.


Grafico esemplificativo





Limite fisso alla deducibilità degli interessi passivi e dei pagamenti economicamente equivalenti
Alcuni Stati consentono di dedurre gli interessi passivi, ed i pagamenti economicamente assimilati, solo fino a concorrenza di un determinato importo.
Tale regola, di scarsa diffusione, oltre a non risolvere nessuna delle problematiche sopra esposte, rischia di compromettere il corretto esercizio delle attività economiche poiché provoca un generalizzato incremento del costo del denaro.
 
Best Practice Approach consigliato dall’Ocse
Per ovviare agli inconvenienti presenti negli approcci tradizionali, l’Ocse raccomanda una best practice così strutturata:
  • calcolo dell’importo degli interessi deducibili in percentuale rispetto ad una grandezza di bilancio espressiva del livello di attività economica svolta dall’impresa;
  • utilizzo di valori fiscali e non di valori contabili, in modo da non consentire la deduzione di interessi passivi cui corrispondono proventi non tassati;
  • in via opzionale, consentire ai singoli membri di un gruppo di dedurre un maggiore importo di interessi passivi tenendo conto dell’esposizione finanziaria del gruppo nei confronti di soggetti esterni.
Per comprendere a fondo la raccomandazione indirizzata agli Stati aderenti, passiamo ad analizzare l’ambito soggettivo, l’ambito oggettivo e le regole di funzionamento del Best Practice Approach.
 
Ambito soggettivo
I soggetti cui dovrebbero essere elettivamente applicate le nuove regole sono i membri dei gruppi con attività internazionale. Tali soggetti, infatti, interagendo con diverse giurisdizioni fiscali, possono proficuamente avvalersi delle strutture di pianificazione fiscale aggressiva.
Per quanto riguarda, invece, i componenti dei gruppi nazionali, l’Ocse, alla luce del minor rischio fiscale che li caratterizza, non li individua come destinatari obbligati del nuovo approccio.
La loro inclusione è, però, consigliata per due ordini di ragioni:
  • l’applicazione di regimi fiscali diversi ai gruppi multinazionali e nazionali potrebbe essere vista come una ingiustificata disparità di trattamento lesiva, oltretutto, del principio di libera concorrenza;
  • i gruppi nazionali potrebbero intrattenere rapporti finanziari con soggetti non residenti che, seppur non in possesso dei requisiti per essere considerati membri del gruppo, possono essere legati al gruppo da rapporti economici/commerciali tali da qualificarli come parti correlate. In tale evenienza, un gruppo nazionale presenterebbe la stessa capacità di erosione della base imponibile di un gruppo internazionale.
Da ultimo, viene valutato l’inserimento soggettivo delle società che non fanno parte di un gruppo.
Tali soggetti presentano, normalmente, un rischio fiscale quasi nullo.
Per tale motivo gli Stati membri sono, essenzialmente, liberi di inserirli o meno tra i soggetti cui applicare il Best Practice Approach.
In caso di applicazione delle nuove regole anche alle società non appartenenti ad un gruppo, l’Ocse consiglia di introdurre una soglia monetaria al di sotto della quale gli interessi passivi, ed i proventi assimilati, sono liberamente deducibili. In tal caso, però, con riferimento ai gruppi, la soglia dovrebbe essere unica per tutti i membri del gruppo residenti in uno stesso Stato onde evitare indesiderati effetti moltiplicativi.
 
Ambito oggettivo
Le nuove misure sono volte principalmente a contrastare l’indebita deduzione degli interessi passivi. Viene, però, rilevato che l’evoluzione della tecnica finanziaria permette alle imprese di soddisfare il proprio fabbisogno di denaro utilizzando strumenti alternativi ai classici finanziamenti, cui sono connessi elementi negativi di costo non qualificabili come interessi ma sostanzialmente assimilabili agli stessi.
A titolo esemplificativo vengono citate le seguenti fonti di finanziamento alternative a quelle tradizionali:
  • obbligazioni convertibili;
  • finanza islamica;
  • finanza mezzanina;
  • strumenti finanziari derivati.
Per rendere le nuove regole non aggirabili e per evitare di rendere alcune strutture di finanziamento fiscalmente più convenienti di altre, l’Ocse consiglia di adottare una definizione ampia di interessi passivi che comprenda tutti i pagamenti connessi a rapporti caratterizzati da una causa finanziaria.
Viene, inoltre, chiarito che nell’ambito oggettivo rientrano gli interessi capitalizzati nel costo degli attivi, gli interessi impliciti e gli interessi collegati ad operazioni di locazione finanziaria.
Viene, infine, precisato che per evitare fenomeni di doppia imposizione gli interessi passivi, e i pagamenti assimilati, vanno assunti al netto degli interessi attivi e proventi assimilati: tassare per intero i proventi attivi e limitare la deducibilità dei componenti passivi produrrebbe, specie all’interno dei gruppi, fenomeni di doppia imposizione a cascata.
Nel prosieguo, pertanto, parlando degli interessi passivi ci si riferisce agli interessi passivi netti, cioè alla differenza tra interessi passivi e attivi.
 
Le regole di funzionamento del Best Practice Approach
Come anticipato, l’approccio consigliato dall’Ocse si articola nei seguenti passaggi:
  • individuazione di una grandezza contabile cui parametrare l’importo degli interessi passivi deducibili;
  • individuazione della percentuale da applicare alla grandezza di cui al punto 1;
  • confronto tra interessi passivi totali ed interessi passivi deducibili.
 
Gli Stati, inoltre, in via facoltativa possono:
  • consentire alle imprese facenti parte di un gruppo di dedurre un importo di interessi passivi maggiori rispetto a quello determinato con riferimento alla singola impresa. Detto maggiore importo va proporzionato all’esposizione finanziaria netta del gruppo nei confronti di soggetti esterni.
  • consentire il riporto in avanti, o all’indietro, degli interessi passivi non dedotti;
  • consentire il riporto in avanti, o all’indietro, della capacità di deduzione degli interessi passivi non utilizzata.
 
Individuazione di una grandezza contabile cui parametrare l’importo degli interessi passivi deducibili
L’Ocse evidenzia che, nel determinare la grandezza contabile di riferimento, alcuni Stati utilizzano l’attivo patrimoniale, altri l’ebitda(Earnings Before Interest, Taxes, Depreciation and Amortization- reddito operativo lordo), ed altri ancora il patrimonio netto.
Benché tutte e tre le misure siano espressive del livello di attività imprenditoriale svolta, l’uso del patrimonio netto e dell’attivo patrimoniale possono presentare varie controindicazioni.
Infatti, il livello del patrimonio netto può essere agevolmente manipolato tramite conferimenti infruttiferi.
L’attivo patrimoniale, oltre ad essere manipolabile, si presenta anche difficile da misurare, soprattutto con riferimento ai beni immateriali.
L’ebitda, invece, si presenta facile da calcolare e difficile da manipolare: le imprese potrebbero anche incrementare artificialmente l’ebitda, ma questo, oltre a consentire di dedurre maggiori interessi, aumenterebbe anche il reddito imponibile.
Per tali motivi, la grandezza di riferimento scelta è l’ebitda.
Onde evitare che le imprese possano dedurre interessi passivi a fronte di componenti di reddito esenti da imposizione, l’ebtida deve essere, però, calcolato secondo una dimensione fiscale e non contabile. In sostanza, va determinato l’ebitda imponibile.
 
Percentuale da applicare e determinazione dell’ammontare di interessi deducibili
L’Ocse non ha determinato una misura percentuale fissa ma ha delineato un intervallo che va dal 10% al 30%. Gli Stati devono collocarsi in detto intervallo, tenendo presente una serie di fattori tra cui, a titolo esemplificativo, si ricordano:
  • la situazione macroeconomica;
  • l’esistenza di altre regole che limitano la deducibilità degli interessi passivi;
  • la possibilità di riporto in avanti, o all’indietro, degli interessi non dedotti e/o della capacità operativa non utilizzata;
  • l’introduzione di regole che permettono di dedurre un maggiore importo di interessi in base alla posizione finanziaria netta del gruppo.
Calcolato l’ebitda fiscale, e determinata la percentuale di deducibilità, l’importo degli interessi deducibili si calcola con una semplice moltiplicazione dei due valori. Da ultimo, qualche breve cenno merita la facoltà concessa a gli Stati di permettere alle imprese che sono parte di un gruppo di dedurre una quota maggiore di interessi passivi rispetto a quella determinata in via individuale. L’Ocse ha definito questo approccio Group Ratio Rule.
 
Group Ratio Rule
Alla base dell’approccio di gruppo risiede la circostanza che i diversi settori economici richiedono diversi livelli di indebitamento. Pertanto, imprese appartenenti a gruppi operanti in diversi settori possono, al di là di ogni scopo erosivo, presentare un diverso ammontare di interessi passivi.
Stante l’impossibilità di prevedere una percentuale di deducibilità diversa per ogni settore, l’Ocse suggerisce di calcolare una percentuale di deducibilità riferita alla posizione finanziaria netta del gruppo da confrontare con quella dei singoli membri.
Nel caso in cui la percentuale di gruppo sia superiore di quella individuale, all’impresa dovrebbe essere consentito di dedurre una maggiore quota di interessi passivi.
Entrando nel dettaglio, il Group ratio si calcola come segue:
  • calcolo dell’ebitda consolidato;
  • calcolo degli interessi passivi che il gruppo, su base consolidata, corrisponde a soggetti terzi;
  • calcolo del rapporto percentuale tra interessi passivi ed ebitda di gruppo.
Tutte le grandezze devono essere calcolate su base consolidata, cioè elidendo le operazioni intra-gruppo.
Per questioni di certezza e verificabilità, l’Ocse limita tale approccio ai soli gruppi che redigono il bilancio consolidato e con esclusivo riferimento alle imprese che sono consolidate al 100%; non possono avvalersi del Group ratio le imprese consolidate in via proporzionale né quelle rappresentate nel bilancio consolidato con il metodo del fair value o del patrimonio netto.
Il rapporto percentuale tra interessi passivi di gruppo ed ebitda di gruppo viene poi moltiplicato per l’ebitda fiscale del singolo partecipante onde determinare una nuova franchigia di deducibilità degli interessi passivi.
Per comprendere il funzionamento del Best Practice Approach e della Group Ratio Rule, nonché le relative interazioni, si propone il seguente semplice esempio.
 
Esempio
Aco è un’impresa che fa parte di un gruppo multinazionale.
Aco, nell’anno x, ha sostenuto interessi passivi netti per € 100 ed ha realizzato un ebitda fiscale di € 300.
Lo Stato di residenza di Aco ha fissato la percentuale di deducibilità in misura pari al 30%.
Per quanto detto, Aco può dedurre un ammontare di interessi passivi pari a € 90 = 30% x € 300.
Il gruppo cui appartiene Aco, nell’anno x, presenta, su base consolidata, un ebitda di € 500 ed interessi passivi netti pari a € 300.
Pertanto, il group ratio di Aco è pari a 300/500= 60%.
Applicando tale misura all’ebitda fiscale di Aco, l’importo di interessi deducibili diviene pari a € 180= 60% x € 300.
Pertanto Aco è legittimata a dedurre tutti gli interessi passivi sostenuti.
 
Le conclusioni
Il Final Report brevemente delineato fornisce a tutti gli Stati membri utili indicazioni per preservare la propria base imponibile. Nell’ambito dell’Unione europea, peraltro, i contenuti del Report sono stati fedelmente trasfusi nella direttiva 2016/1164/UE il cui recepimento dovrà avvenire entro il mese di dicembre dell’anno 2018. Guardando poi la normativa nazionale, e in particolare l’articolo 96 del DPR 22 dicembre 1986, n. 917 (TUIR), si può pacificamente affermare che l’Italia, da molti punti di vista, è già in linea con le raccomandazioni sovranazionali.
Unica significativa differenza è rappresentata dal fatto che la norma nazionale prevede l’uso di valori contabili e non fiscali e, pertanto, una seppur piccola opera di adeguamento sarà sicuramente necessaria.
 
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