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Dal mondo

Paradisi offshore, conti ai minimi
grazie allo scambio d’informazioni

Dal 2008 ad oggi 1.000 miliardi di dollari in meno nei caveaux dei paradisi fiscali

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Negli ultimi anni s’è registrata una crescita significativa d’interesse per le iniziative, elaborate sia in ambito OCSE ed UE sia unilateralmente dagli Stati Uniti, basti pensare alla normativa FATCA - Foreign Account Tax Compliance Act - riguardanti l’implementazione e l’attuazione su di un piano globale dello scambio automatico di informazioni tra le Amministrazioni finanziarie dei singoli Stati. Questa procedura, basata principalmente su accordi multilaterali e/o bilaterali che consentono di inviare e ricevere elevate quantità di dati e informazioni a scadenze prefissate, si affianca a mezzi di cooperazione preesistenti, quali lo scambio a richiesta e lo scambio spontaneo. In un tale contesto, ricco di strumenti dedicati al contrasto all’evasione e all’elusione fiscale, l’interrogativo principale è comprendere ed isolare l’efficacia reale di questi strumenti al fine di migliorarne l’applicazione, le procedure, le linee strategiche. Ed è proprio a questo obiettivo che l’Agenzia delle Entrate statunitense, l’IRS, ha dedicato una sezione dell’ultima edizione del “Bollettino di ricerca 2019”, che raccoglie diversi studi presentati nel corso della Conferenza tenutasi con i rappresentanti del Tax Policy Center (TPC), tra i più autorevoli centri di ricerca statunitensi in materia fiscale. In sostanza, la finalità di questo lavoro è comprendere a pieno le ragioni reali alla base della drastica diminuzione dei conti e dei depositi bancari registrati presso i maggiori centri offshore, nel periodo 2008-18. Qual è stato l’impatto reale dello scambio automatico d’informazioni? Quali altre concause hanno operato in modo parallelo, più sottile?

Nessun dubbio, i depositi offshore non attraggono più
Nonostante le numerose questioni sospese, scorrendo l’analisi emerge un punto solido, senza ombre. Si tratta dei numeri che certificano il crollo, dal 2008 ad oggi, dei conti e dei depositi bancari transfrontalieri aperti presso i centri offshore. Infatti, grazie all’analisi dei dati raccolti dalla Banca dei Regolamenti Internazionali - Bank for International SettlementsBIS -, un’organizzazione internazionale che funge da collante e da nodo di scambio tra diverse banche centrali che ne sono anche le principali azioniste, risulta piuttosto evidente come dal picco raggiunto nel 2008, poco prima della crisi finanziaria, i conti e i depositi offshore transfrontalieri siano progressivamente calati da 2.500 miliardi di dollari a meno di 1.500 miliardi di dollari nel corso di un decennio, perdendo 1.055 miliardi di dollari per l’esattezza, e mettendo a segno un -42% complessivo rispetto al dato di confronto del 2008. Ma per quale ragione questi strumenti che per anni hanno funzionato da collettori per i flussi da evasione fiscale di singoli individui e di aziende, oggi non sono più attrattivi?

Lo scambio d’informazioni, ma non solo
Secondo lo studio presentato nel corso della conferenza dell’Irs e e del Tax Policy Center, sulla riduzione dei conti e dei depositi offshore sembra che non abbia influito solo la rete degli scambi internazionali. In particolare, lo studio isola dal dato generale il caso rappresentato dalle Isole Cayman, dove il calo dei depositi bancari è stato maggiore che altrove. Secondo i ricercatori dello studio, vista la storia delle finanze e dei patrimoni alloggiati sulle Cayman, direttamente dipendenti in massima parte da flussi provenienti da banche e istituti di credito statunitensi, è probabile che l’effetto negativo principale che ha determinato il crollo dei depositi e dei conti registrati presso questo centro offshore non è tanto da collegarsi all’efficacia dello scambio automatico d’informazioni e alla sua entrata in vigore a pieno regime ma, piuttosto, all’adozione da parte degli Stati Uniti di misure fiscal-finanziarie punitive e più stringenti come, ad esempio, il Dodd-Frank Act, che di fatto ha posto sotto monitoraggio continuo la finanza Usa come mai prima, istituendo numerose agenzie di controllo e imponendo regole di trasparenza anche a fondi comuni e hedge fund, e il FATCA, che hanno prodotto l’emersione di 120 miliardi di dollari in conti offshore.  
In effetti, esaminando le statistiche dell’Autorità finanziaria delle Cayman, nel 2013, sui conti bancari erano alloggiati 1.200 miliardi di dollari la cui titolarità era riconducibile a soggetti non residenti. Nel 2018 tali patrimoni erano ridotti a 486 miliardi di dollari. Si tratta di depositi transfrontalieri, cioè esteri.
Il trend registrato sulle Isole Cayman suggerisce che l’impatto reale dello scambio d’informazioni automatico dipenda anche dalle politiche nazionali adottate dai singoli Paesi. Al riguardo, l’impatto dello scambio automatico d’informazioni è maggiore se la regolamentazione interna introdotta da uno Stato è elevata, mentre il beneficio dell’AEOI è inferiore se il Paese che se ne avvale non mostra d’esser disposto ad introdurre norme stringenti in materia di evasione ed elusione.  

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