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Dal mondo

Regno Unito: l’Imu britannica
la pago o la salto a piè pari?

A porsi la curiosa domanda fu William Shakespeare personalità cosmopolita e noto per il dubbio amletico

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Dribblare l’imposta sulla proprietà, con il corollario di tasse e balzelli che seguono, o più serenamente pagare il dovuto ai collettori di Re, nobili e quant’altro? Questo è il dilemma. Nell’Amleto l’interrogativo sconfina nel caso di coscienza filosofico, quasi riflessivo, ma in realtà il dubbio shakespeariano è, e rimase, sempre il medesimo: “Essere o non Essere un Contribuente Onesto?”.
 
La tassa sulla proprietà della casa - E scendendo nel dettaglio, “L’imu britannica la pago o no?”. Dunque, un dilemma contabile più vicino ai numeri sonanti, monete accidiose, piuttosto che agli strumenti della poesia di prassi. Un lato oscuro di Shakespeare che si rivelò nel 1613 quando, ritiratosi dalle scene, e dalle sue maschere teatranti, s’apprese che il suddito con maggiori diritti di proprietà, con la titolarità più estesa del possesso di fondi, residenze e aree rustiche a Stratford upon-Avon era proprio lui. La notizia, già all’epoca destò meraviglia. Anche negli ufficiali del fisco di Sua Maestà che, come tanti Amleto, iniziarono anch’essi a porsi un interrogativo analogo, ma letto su di un versante opposto “Non è un nobile di lignaggio, né di patronaggio e nemmeno un cavaliere d’armi o un uomo d’affari uso a traffici o un ricco ereditiere. Quindi, da dove provengono le disponibilità reali e sonanti di cui dà mostra?”.  
 
L’imposta sulla proprietà, la vera maledizione di Shakespeare – Troppe proprietà, un eccesso di possedimenti, di beni immobili. Tutto di tutto. La motivazione? Il timore di non riuscire a vivere con i guadagni derivanti dalle opere che proponeva. Una sorta di sfiducia non nelle proprie capacità poetiche o creative, piuttosto nelle dinamiche del tempo piuttosto restie ad aprirsi a tutto ciò che comportasse un movimento in avanti in territorio culturale, rappresentativo, di scena. Una rigidità che spingeva Shakespeare a reinventarsi uomo d’affari, e come tutti gli uomini d’affari dell’epoca impermeabile al saldo dei debiti, chiuso ai doveri fiscali e dedito all’accumulo delle proprietà. 
 
Shakespeare attore di se stesso businessman - Il doppio volto della maschera shakespeariana è raffigurato, in modo piuttosto esplicito, tra le pagine d’un saggio – Reading with the Grain: Sustainability and the Literary Imagination -  realizzato dai ricercatori dell’università di Aberystwyth, nel Galles, tra le più floride di studi sia su temi letterari che filosofici, nonché europei, almeno nel variopinto panorama universitario britannico che, nel corso della decade passata, s’è sottoposto a un profondo restyling accademico e contenutistico. In pratica, l’istantanea con la quale il saggio fissa una nuova immagine della personalità di culto forse più cosmopolita tra quelle residenti all’interno dell’Atlante britannico, ridisegna i contorni d’un uomo che fuori dal palcoscenico ha indossato, per decenni, i panni d’un tipico uomo d’affari del XVII secolo. In altre parole, amante fervente delle rispettive entrate, dei propri guadagni e geloso dei profitti raccolti, tanto dal considerare nient’affatto “ordinario” il dare richiesto periodicamente da chi era deputato alla riscossione delle tasse nell’intera contea di Stratford.
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