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Dal mondo

Studio Ue, il patrimonio offshore
nel 2016 va ancora di moda

Una pubblicazione della Commissione europea stima la detenzione offshore dei patrimoni individuali e la correlata evasione fiscale

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7.500 miliardi di euro. A tanto ammonta la ricchezza globale detenuta dalle persone fisiche nel 2016 fuori dal proprio Paese di residenza. Il patrimonio finanziario si attesta al 10,4% del Prodotto interno lordo  globale. Lo rivela uno studio della Commissione europea che prende in considerazione le principali economie del mondo nel periodo compreso tra il 2001 e il 2016. I Paesi dell’Unione partecipano al risultato del 2016 con una quota di 1.500 miliardi di euro, pari al 9,7% del Pil europeo. Numeri, quelli dell'area Ue, che si traducono in 46 miliardi di euro di entrate perse a causa dell’evasione fiscale internazionale. Il vecchio continente però esprime una situazione eterogenea al suo interno, sia in termini assoluti che in relazione al Pil.

Le linee guida dello studio
Stimare l’evasione internazionale collegata al profilo di una categoria di contribuenti non è mai un compito semplice, ma richiede uno specifico approccio metodologico che tenga conto anche del confronto con esperienze di altri studi analoghi. Dinamica rispettata per il report predisposto dalla Commissione Ue, che però introduce alcuni correttivi rispetto all’approccio standardizzato. Il primo obiettivo era quello di stimare il patrimonio (asset finanziari) offshore imputabile alle persone fisiche, cioè quella ricchezza detenuta in un determinato Stato da parte di non residenti. Con l’intento di perfezionare il processo di quantificazione del patrimonio e di definizione del Paese al quale ricondurre la ricchezza offshore (il Paese di residenza della persona fisica), le migliorie introdotte dallo studio Ue hanno permesso di valutare adeguatamente il patrimonio detenuto indirettamente (attraverso schermi societari), nonché la distinzione tra i depositi delle famiglie e quelli delle imprese. Implementazione utile anche per il raggiungimento del principale obiettivo dello studio rappresentato dall’individuazione, rispetto alla sola area dell’Unione europea, della corrispondente evasione fiscale.

L’evoluzione del fenomeno
In relazione alla dimensione temporale, lo studio ha un ampio intervallo di osservazione - gli anni compresi tra il 2001 e il 2016 - che consente di valutare i risultati in relazione alle numerose iniziative di contrasto all’evasione fiscale promosse a livello internazionale da Ocse e Ue nel periodo in questione. I risultati esposti, infatti, devono essere necessariamente interpretati tenendo in considerazione interventi come la Direttiva risparmio (2004/2005), l’introduzione del sistema di scambio di informazioni a richiesta (in occasione del G20 di Londra del 2009) e l’adozione dei protocolli Fatca e Crs (2014). Per quantificare il patrimonio offshore, inoltre, gli autori dello studio hanno utilizzato e combinato, i dati di inchieste giornalistiche come Panama e Paradise Papers.

L’andamento della ricchezza offshore nel mondo
Il primo dato che ci presenta il report Ue è relativo alla quantificazione del patrimonio che le persone fisiche detengono in altri Paesi rispetto a quello di residenza. Nel periodo preso in considerazione (dal 2001 al 2016), è possibile osservare un trend in crescita con flessioni, più o meno marcate, in corrispondenza delle iniziative internazionali di contrasto all'evasione. La ricchezza offshore globale media si è attestata su un valore di 5.800 miliardi di dollari statunitensi all’anno (pari a 4.700 miliardi di euro). Il picco più elevato si è registrato nel 2015 con 8.400 miliardi di dollari statunitensi. Nonostante una diminuzione, anche il 2016 rimane in maniera considerevole sopra la media.

Il comportamento dei residenti nell’Unione europea
Nei Paesi Ue la media dell’intervallo 2001-2016 è pari a 1.200 miliardi di euro l'anno, contro i 1.500 miliardi di euro del 2016. La situazione è molto eterogenea nelle principali economie (Germania, Francia, Uk, Italia e Spagna) che insieme rappresentano il 65% del valore complessivo del patrimonio detenuto all'estero. Eterogeneità che si manifesta anche nel rapporto con il Pil che però rileva ai primi posti le economie deboli dell'area europea (Cipro, Malta, Grecia), con le economie forti che si attestano attorno al valore medio espresso dall'area (pari a 9,7% per il 2016 e 9,8% per l'intervallo 2001-2016). I dati per l'anno 2016 e quelli medi dell'intervallo 2001-2016 mostrano sostanzialmente lo stesso andamento.

Le entrate fiscali perse in Europa
Il gettito fiscale che mediamente (periodo osservato per l’analisi 2004-2016) non è affluito nelle casse dei Paesi europei è stato quantificato in 46 miliardi di euro (valore analogo a quello del 2016). Allocazione della ricchezza per Paese di appartenenza e individuazione del coefficiente di non compliance (pari al 75%) hanno costituito i necessari presupposti per il calcolo. Tre gli aspetti che hanno influenzato la determinazione dell’importo evaso: imposte sui redditi generati dal patrimonio, imposte sul patrimonio (compresa l’imposta di successione) e imposte personali sul reddito utilizzato per costituire il patrimonio.
Tra i Paesi che hanno perso maggior gettito tra il 2004 e il 2016, in linea con le stime sull’origine del patrimonio offshore, ci sono la Germania con una media di 9 miliardi di euro (pari al 19% del totale del periodo) e la Francia con una media di 10,7 miliardi di euro (che corrisponde al 23% del totale). Per quanto riguarda l’Italia, le entrate perse in media tra il 2004 e il 2016 sono state 3,1 miliardi di euro, mentre il dato stimato per il 2016 è di 1,73 miliardi di entrate non riscosse.
Per la maggior parte dei Paesi i picchi si rilevano negli anni passati, mentre negli anni più recenti (2015 e 2016) si nota una generalizzata diminuzione. I risultati aggregati mostrano valori sopra i 50 miliardi di euro per gli anni 2012, 2013 e 2014 (che sfiora i 60 miliardi di euro).

Il sorpasso della Cina
L’ascesa dei Paesi non Ocse nel panorama internazionale è un elemento sottolineato con forza dallo studio, se si guarda alla composizione della ricchezza offshore globale per l’intervallo 2001-2016. Nel 2001 questi  Paesi partecipavano al dato complessivo con una quota del 29% (1.100 miliardi di dollari statunitensi su 3.800), mentre nel 2016 rappresentavano il 58% del totale, pari a 4.600 miliardi di dollari statunitensi.
Rispetto al contesto globale, la situazione europea appare sicuramente più lineare dal punto di vista aggregato. Negli anni è possibile osservare una minore incidenza sul contesto globale. Preoccupante il gettito fiscale perso. Per quanto riguarda, invece, i Paesi che ospitano i patrimoni offshore, lo studio mostra una marcata contrazione della Svizzera, che nel 2010 deteneva il 42,5% del totale, mentre nel 2016 aveva solo una quota del 25%. Stesso percorso per Cayman, mentre si mostrano in crescita Hong Kong e Singapore. Su tutti i Paesi  presi in esame spicca sicuramente la Cina. Il patrimonio detenuto all’estero dai residenti in Cina nel 2001 era 90 miliardi di dollari statunitensi, mentre nel 2016 si attestava su cifre ben più importanti, per un importo che supera i 1.900 miliardi di dollari statunitensi (risultando così il primo Paese). Il caso della Cina evidenzia chiaramente l'esistenza del rapporto tra economica interna e patrimoni offshore.

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