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Svizzera: canone radio-tv salvo
ed entrate garantite fino al 2035

Con due referendum il popolo elvetico ha respinto la proposta “No Billag” e approvato il Nuovo ordinamento finanziario

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La Svizzera non cambia. Nelle case elvetiche i cittadini continueranno a vedere i programmi tv finanziati dal canone pubblico, mentre l’Imposta sul valore aggiunto e l’Imposta federale diretta (Ifd) continueranno a fluire nelle casse della Confederazione ancora a lungo.
Gli elettori hanno, infatti, detto no al 71,6% alla proposta “No Billag” di abolire il canone radiotelevisivo e hanno confermato, con l'84,1% dei sì, il potere della Confederazione di continuare a incassare l’Iva e l’Ifd per il quindicennio 2021-2035.
Queste scelte popolari sono state espresse in due referendum, che si sono svolti domenica 4 marzo.
                 
Il Canone Radio Tv è promosso
L'iniziativa, respinta a larga maggioranza (71,6%) dal popolo svizzero, intendeva cancellare il canone radiotelevisivo, ma non solo. Sostenuta da formazioni politiche fautrici di una riduzione della presenza dello Stato nell'economia, la proposta chiedeva, inoltre, alla Confederazione di rinunciare alla gestione di canali radio e tv propri "in tempo di pace" e di eliminare le sovvenzioni alle emittenti radiofoniche e televisive. Il no del popolo è andato di pari passo al parere negativo espresso dal Consiglio federale prima della consultazione. Il voto ha ribadito l’utilità del canone -  che ammonta a una cifra equivalente a circa 400 euro all’anno per utenza - come strumento per  garantire a tutte le regioni della Confederazione la possibilità di fruire di un’informazione ampia, completa e plurilinguistica. “In Svizzera – si può leggere nel dossier curato dall’amministrazione elvetica per presentare l’iniziativa referendaria –  è impossibile finanziare soltanto con la pubblicità e le sponsorizzazioni programmi di qualità che offrano un’ampia gamma di contenuti e si rivolgano a tutto il Paese”. In particolare, secondo uno degli argomenti del Consiglio federale a difesa del canone riscosso dalla società Billag, nelle regioni periferiche svizzere gli introiti pubblicitari non sarebbero sufficienti “a coprire gli elevati costi fissi di produzione delle trasmissioni”. Se avessero vinto i sì avrebbero inoltre rischiato di perdere il posto di lavoro i circa 6mila collaboratori della Società svizzera di radiotelevisione, un sistema di sette canali televisivi e 17 stazioni radiofoniche che produce programmi in lingua italiana, tedesca, francese e romancia. Nei mesi scorsi il dibattito sul finanziamento pubblico delle reti radio e tv svizzere ha scosso la Confederazione, con alcuni sondaggi – smentiti a suon di voti dalle urne elettorali – che addirittura davano in leggero vantaggio i favorevoli alla cancellazione del canone (ad esempio lo scorso dicembre una rilevazione del quotidiano d’informazione 20 Minuten assegnava il 51% ai sì). 

Via libera al Nuovo Ordinamento Finanziario
Ancora più ampia è stata la maggioranza dei cittadini elvetici (84,1%) che ha dato il via al Nuovo ordinamento ffinanziario, ossia alla possibilità per la Confederazione di continuare a incassare l’Iva e l’Imposta Federale Diretta per altri quindici anni. Alla base della questione sta un meccanismo fiscale molto particolare, che potrebbe definirsi a orologeria: secondo la Costituzione federale, infatti, la Confederazione ha mandato di incassare queste due imposte per un periodo limitato, tradizionalmente di 15 anni. Il referendum ha approvato Il Nuovo ordinamento finanziario 2021 che ha programmato un nuovo conto alla rovescia, dal 2021 al 2035. Una vittoria del no al referendum avrebbe rappresentato un colpo mortale per le casse dello Stato svizzero, considerato chel’Imposta sul valore aggiunto e l’Imposta federale diretta rappresentano insieme quasi il 66% delle entrate confederali complessive, per un ammontare di circa 43,5 miliardi di franchi svizzeri nell’anno fiscale 2016.  Si tratta di entrate – il referendum lo ha chiarito senza equivoci  – che oltre l’83% dei cittadini svizzeri continua a ritenere indispensabili per il finanziamento di alcune delle voci di spesa pubblica più importanti: la formazione, le politiche sociali, i trasporti e la difesa.
 
 
 
 
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