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Dal mondo

Ue, nel Tp uno standard comune per
l’applicazione del metodo profit split

Il nuovo documento del Joint Transfer Pricing Forum europeo prosegue nel percorso di chiarimento e semplificazione avviato dall’Ocse

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Da metodo residuale a quello più appropriato in base alle circostanze. È questa, in sintesi, l’evoluzione storica con la quale è possibile descrivere l’applicazione del metodo PSM o profit split method, al quale è dedicato il rapporto pubblicato a marzo dal Joint Transfer Pricing Forum dell’Unione europea (“The application of the profit split method within the Eu”).
Il profit split è uno dei cinque metodi, descritti nel Capitolo II delle OECD Transfer Pricing Guidelines (TPG), utilizzabili per verificare se le condizioni applicate nelle transazioni che coinvolgono società consociate residenti in Paesi diversi rispettano il principio di libera concorrenza (arm's lenght principle). Osservando i numeri, però, è emerso uno scarso ricorso al PSM, per via delle difficoltà incontrate dagli operatori nell’interpretazione degli elementi fondamentali che lo contraddistinguono.
L’esigenza di chiarimenti era già stata manifestata dall’Ocse con l’Action 10 del progetto OECD/G20 BEPS. Dando seguito a questo impegno, nel mese di giugno dello scorso anno l’organizzazione di Parigi aveva pubblicato uno studio (vedi l’articolo “Ocse: aggiornate le linee guida sul transfer pricing”). Il documento conteneva l’aggiornamento delle linee guida, che hanno sostituito integralmente le indicazioni contenute nelle TPG 2017.
Anche l’Eu Joint Transfer Pricing Forum (JTPF) aveva rilevato la necessità di dedicare particolare attenzione a questo argomento inserendolo nella programmazione per il periodo 2015-2019. Una maggior chiarezza, accompagnata laddove possibile, da una standardizzazione delle procedure, potrebbe avere effetti benefici per amministrazioni fiscali e contribuenti  riducendo i costi della compliance, semplificando i controlli ed aumentando il grado di certezza.

Gli obiettivi del report del JTPF
Le principali motivazioni che hanno spinto la comunità internazionale ad intraprendere iniziative volte a chiarire e semplificare l’utilizzo del metodo profit split sono relative alle direttrici dell’integrazione del business e della globalizzazione dei mercati.
Le criticità principali del metodo in questione, riconosciute anche dall’Ocse, riguardano la misurazione dei ricavi e dei costi derivanti dalle imprese consociate che partecipano alla transazione e l’individuazione dei criteri di ripartizione (splitting factors). Il report del mese di marzo del Joint Forum inizia facendo il punto sull’applicazione del PSM all’interno dei Paesi membri dell’Unione europea. Nella seconda parte offre importanti indicazioni per affrontare le questioni operative.
Un sondaggio condotto dal JTPF tra i Paesi membri in merito all’applicazione del PSM ha infatti rilevato un limitato utilizzo di questo metodo, dovuto principalmente alla mancanza di una metodologia comune. Le difficoltà principali emerse sono riconducibili alla scelta di appropriati criteri di ripartizione del profitto e all’attribuzione agli stessi della rilevanza (o peso). Il documento pubblicato dal JTPF si propone, quindi, di offrire utili spunti in merito ai seguenti aspetti: quando utilizzare il metodo (sezione 3) e come ripartire il profitto (sezione 4). Le considerazioni riportate nel documento sono da interpretare a complemento e supporto degli ultimi chiarimenti forniti dall’Ocse.

I criteri di ripartizione del profitto
L’obietto del PSM è quello di suddividere il profitto (il risultato economico) della transazione considerando una base economicamente valida, al fine di giungere al risultato che parti indipendenti avrebbero ottenuto in circostanze comparabili. Per l’Ocse, l’individuazione di appropriati splitting factors deve riflettere i fattori chiave che contribuiscono alla creazione di valore nella transazione nonché il contributo di ciascuna parte coinvolta. Non conta chi detiene la proprietà legale di un bene (es. intangibile) ma chi sostiene i rischi e svolge le funzioni strategiche (es. sviluppo, implementazione, manutenzione). Per questo nella sezione 4 il JTPF individua una lista non esaustiva e non gerarchica di splitting factors raggruppati nelle seguenti categorie: risorse umane (organico o retribuzione dei soggetti che si occupano di funzioni rilevanti); cost-based (costi di marketing, ricerca e sviluppo, spese operative, ecc.); vendite (ricavi o volume di vendite); asset-based (asset finanziari, intangible, tasso royalty); altri fattori (attribuire un peso alle varie fasi della catena del valore sulla base dell’analisi funzionale o di benchmark esterni). Per ognuna delle categorie il report fornisce alcuni suggerimenti. Ad esempio gli splitting factors della categoria “vendite” si prestano ad essere utilizzati in combinazione con altri fattori di ripartizione che riflettono gli sforzi compiuti in funzioni strategiche (es. vendite, distribuzione, marketing, R&D, qualità, ecc.). I criteri della categoria “asset-based”, invece, possono essere utilizzati quando il fattore unico e di valore utilizzato è rappresentato da un intangible asset

1 - continua
 

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