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Dal mondo

Usa: il 2014 è l’anno dei primati.
Per il Fisco e per i Paperoni

Un vero e proprio record doppio è quello che gli Stati Uniti hanno raggiunto sul versante fiscale e finanziario

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Il 2014 è l’anno dei primati fiscali e finanziari. Per la prima volta l’Irs, cioè l’Agenzia delle Entrate statunitense, ha incassato più di 2mila miliardi di dollari di imposte e tasse, una somma senza precedenti che, con l’aggiunta dei contributi previdenziali e assicurativi versati dai lavoratori, si ferma poco oltre i 3mila miliardi di dollari. In pratica, una somma equivalente a 3 volte quanto incassato in forma di gettito annuale nel 2000. Ma tra questi record che si rincorrono ne figura uno che ha finito per oscurare gli altri, il primato dei paperoni d’America, cioè dei super-ricchi con redditi annuali che oltrepassano il fatidico milione di dollari. Troppi, per alcuni, troppo pochi, per altri.

2015, l’anno del boom dei Paperoni d’America – La cifra calcolata e monitorata dagli esperti dell’Irs è la seguente: 574mila. È il numero dei contribuenti che nel 2014 hanno riportato in dichiarazione redditi che oltrepassano il milione di dollari. Equivale, in percentuale, allo 0,3% del numero totale dei contribuenti statunitensi.

Perché ricchi? Questione di reddito – In totale, il reddito sottoposto a imposizione dichiarato dai milionari americani è stato pari a 1.820 miliardi di dollari, ovvero, somma che corrisponde al 13% dei redditi complessivi dichiarati da 170milioni di contribuenti. In pratica, il reddito medio dei Paperoni Usa è di 3,1 milioni di dollari, un dato questo 64 volte più grande rispetto a quanto guadagnato, in media sempre, da un lavoratore statunitense. Dunque, la ricchezza nella disponibilità dello 0,3 per cento dei contribuenti Usa cresce, ma allo stesso tempo s’allarga la forbice che separa i guadagni medi d’un lavoratore da quelli di un contribuente milionario. Una distanza questa che non rassicura i consiglieri economici della Casa Bianca che, al contrario, avrebbero preferito annotare un trend statistico che cogliesse una riduzione della forbice tra chi è milionario e chi non lo è.

Chi paga? E soprattutto, quanto? – L’istantanea scattata dal fisco Usa sul dato disaggregato del gettito dell’imposta sui redditi delle persone fisiche può esser letta da due diversi punti di osservazione. Ciò che è evidente, nell’immediato, deriva dal fatto che i milionari versano quasi 500miliardi di imposte sui redditi individuali, all’incirca il 37% della somma complessiva pagata dal totale dei contribuenti. Una quota questa che cresce e che mostra come i ricchi paghino una fetta sostanziale dell’Irpef statunitense. Un dato rassicurante che confligge con il calcolo dell’aliquota media che i milionari pagano, il cui tasso è pari al 27% dell’imponibile. Troppo poco, per alcuni, il giusto, per altri. Resta il fatto che se dal reddito imponibile si passa a quello lordo, ante imposta e ante deduzioni, crediti e detrazioni fiscali, allora il gap tra il contribuente medio e il contribuente milionario è difficilmente spiegabile. Infatti, il reddito imponibile dei ricchi in genere viene ridotto quasi del 70%, prima di applicarvi l’imposta e calcolare la relativa aliquota. Al contrario, il reddito imponibile d’un contribuente medio, dedotte le varie voci e detratti i crediti disponibili, appare si ridotto, ma per una percentuale del 30,35%. Al dunque, se venisse calcolata l’aliquota dell’imposta versata dai ricchi e quella pagata da un contribuente medio in riferimento ai rispettivi redditi lordi, i primi risulterebbero pagare un’imposta pari al 14% dei reddito cumulativo, mentre i secondi pagherebbero un’aliquota pari al 19-18% del totale. È questa la ragione per cui i tecnici della Casa Bianca stanno mettendo a punto un sistema che comunque impedisca a un individuo molto ricco, un milionario, di applicare un’imposta sui rispettivi redditi lordi, con una aliquota inferiore a quella che sugli stessi redditi applicherebbe un contribuente appartenente alla fascia media dei lavoratori. Il progetto è in progress, ma molti scommettono che difficilmente troverà la via del Congresso.
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