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Usa: su accordi Apma più del 64%
è nel segno della continuità - 2

La seconda e terza parte del Rapporto, pubblicato dall’IRS, riguarda i dati statistici sul tipo e numero di transazioni

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L’Agenzia delle entrate statunitense (Internal Revenue Service in acronimo IRS) il 31 marzo scorso ha pubblicato il Rapporto sulle attività del programma Advance Pricing and Mutual Agreement (in sigla APMA) del 2015. Il Rapporto è suddiviso in tre parti e due appendici e fornisce informazioni sul programma APMA e sulle procedure, nonché dati statistici relativi agli APA: dal numero di istanze presentate, al numero di accordi stipulati, ai metodi utilizzati.
 
I dati statistici sugli APA conclusi nel 2015
Nella terza e ultima parte del Rapporto, rubricata “General Descriptions of APAs Executed in 2015”, vengono riportati dati tecnico-statistici concernenti gli APA conclusi nel corso del 2015. In primo luogo si riscontra che, nel segno della continuità rispetto al passato, più della metà degli accordi sottoscritti concerne transazioni tra soggetti capogruppo/controllanti non statunitensi e imprese controllate americane (64%). La situazione inversa (controllante statunitense-controllata non statunitense) si riscontra nel 18% degli accordi.
In generale, come suggerisce l’Ocse, il soggetto che viene selezionato in qualità di tested party (in particolare quando si applica il TNMM) è l’impresa associata meno complessa che non apporta contributi unici (non routinari) alla transazione. Nel rispetto del suddetto principio, più della metà dei soggetti testati negli accordi del 2015 rientra o nella categoria dei distributori americani (36%) o in quella dei fornitori di servizi residenti negli Stati Uniti (24%). Solo nel 27% dei casi la tested party è il soggetto estero.
 
Il dato relativo alle operazioni infragruppo
Per quanto concerne la tipologia di transazioni coperte da accordo, circa il 75 per cento delle operazioni infragruppo riguarda beni e servizi materiali. Tuttavia l'IRS ha anche numerosi APA che concernono operazioni su beni intangibili (circa il 24%). 
Per quanto riguarda i metodi di transfer pricing selezionati negli accordi, si rileva che il più utilizzato risulta essere il Comparable Profits Method/ Transactional Net Margin Method (CPM/TNMM), utilizzato nel 79% dei casi, mentre il Profit Split, l’altro metodo reddituale ammesso dall’OCSE, nella versione del Residual Profit Split  è stato utilizzato nel 7% dei casi. Infine il Comparable Uncontrolled Transaction Method  è stato utilizzato nel 11% degli accordi.
Nell’ambito dell’utilizzo del CPM/TNMM, il rapporto tra risultato operativo e vendite è stato nel 62% dei casi l’indicatore di profitto (Profit Level Indicator) utilizzato nelle analisi di benchmark per le operazioni infragruppo concernenti beni materiali e immateriali. Il "Berry Ratio" (il  rapporto tra margine lordo e spese operative) è stato invece utilizzato nel 25% dei casi ed il Return on Assets or il Return on Capital Employed nel 5% dei casi.
 
Il mark up on cost l’indicatore di profitto più utilizzato
Per quanto concerne la prestazione di servizi infragruppo, nei casi in cui si e’ applicato il TNM/CPM, il mark up on cost  è stato l’indicatore di profitto più utilizzato (55%).
Interessanti inoltre sono le informazioni sulle fonti utilizzate per la selezione dei comparabili. Il report indica che per gli APA finalizzati nel 2015 che utilizzano comparabili esterni, la fonte più utilizzata è stata Standard and Poor's Compustat/Capital IQ, in particolare nei casi in cui il soggetto testato è stato l'impresa statunitense. Nel caso opposto (Tested Party non residente) il Rapporto rileva che si è fatto ricorso ad altri database (tra i quali quelli editi da Bureau Van Dijk )
Secondo l’ordinamento tributario statunitense la durata dell’accordo sui prezzi di trasferimento va concordata tra contribuente e Amministrazione fiscale secondo le circostanze del caso, ma non può comunque essere inferiore ai 5 anni. Il contribuente può anche chiedere che l'accordo venga esteso a periodi d'imposta anteriori (cd. Rollback), ma per il 2015 solo il 22% degli accordi ha previsto effettivamente un Rollback. La validità media degli accordi sottoscritti nel 2015 è di sette anni, mentre gli accordi con validità uguale superiore ai 10 anni sono stati soltanto undici.
Per quanto concerne la durata media dell’istruttoria per concludere un accordo, si registrano 23,4 mesi e 41,7 mesi rispettivamente per gli accordi unilaterali e bilaterali, sia di nuova presentazione che rinnovati.
 



La prima puntata è stata pubblicata il 3 maggio 2016
 
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