Articolo pubblicato su FiscoOggi (https://fiscooggi.it/)

Dal mondo

Usa: la Corte suprema apre
il mercato dell’e-commerce al fisco

Una importante sentenza configura una serie di novità nella tassazione delle vendite con il commercio elettronico

Thumbnail
Niente di fatto. Tutto qui. È bastato un semplice pronunciamento, o non pronunciamento, della Corte Suprema degli Stati Uniti, riunita in sessione ordinaria, per aprire un varco giurisprudenziale senza precedenti nella tassazione delle vendite realizzate tramite e-commerce da parte dei diretti interessati, ovvero, ogni singolo Stato a pieno titolo parte integrante della federazione con capitale Washington. In pratica, la più alta autorità in materia si è espressa non a favore, ma ha rispedito al mittente, un’Associazione che riunisce e rappresenta gli interessi degli operatori di mercato online, la richiesta formulata di bloccare, o in gergo tecnico, “imbavagliare”, una legge ad hoc varata di recente dall’assemblea del Colorado che impone diversi obblighi ai rivenditori internet. In particolare, quello di “segnalazione”. La finalità del nuovo adempimento voluto espressamente dai rappresentanti dello Stato del Colorado, è in realtà un tentativo di convincere i clienti, esercitando pressioni indirette tramite i rivenditori stessi, a pagare le imposte sulle vendite da essi dovute per gli acquisti finalizzati online.
 
Il contenuto del ricorso contro il nuovo obbligo di segnalazione – In dettaglio, i giudici, ad ampia maggioranza, 100%, hanno in sostanza rigettato il ​​ricorso promosso da un gruppo di commercio al dettaglio del settore internet che aveva sfidato la misura varata dal Colorado etichettandola come una palese violazione della Costituzione degli Stati Uniti. Il caso ha finito per sollevare domande e quesiti che, di fatto, rimandano ad una sentenza della Corte Suprema stessa risalente al 1992. All’epoca, i Giudici intimavano espressamente, e senza franchigie istituzionali, scappatoie, ai singoli Stati di sottoporre i commercianti al vincolo o obbligo di riscuotere le tasse, quindi di farsi riscossori per conto delle autorità, Stato o Contea, a meno che le entità commerciali non avessero una presenza fisica nello Stato.
 
Dalla pronuncia del ’92, 23 miliardi l’anno di minori entrate per le casse degli Stati – Successivamente alla decisione della Corte Suprema, quindi a partire dal 92, e in coincidenza con il boom dell’e-commerce, all’epoca ancora in fasce, le perdite nette che gli Stati andarono via via accumulando riguardo le vendite online furono quantificate in $ 23 miliardi ogni anno in tasse sulle vendite via Web o tramite cataloghi internet non riscosse, questa almeno l’ultima stima elaborata dalla Conferenza Nazionale delle Legislature Statali degli Stati Uniti, sorta di organismo collegiale ove siedono i rappresentanti di tutte le assemblee elette dei singoli Stati. In realtà, dati più recenti, elaborati, per esempio, dalla stessa Fed, Banca Centrale Usa, indicano in 40miliardi la perdita netta per gli Stati, questo dato però è riferibile non lungo il periodo 92-2012 ma dal 2010 ad oggi. Dunque, quest’ultima rilevazione prenderebbe in esame il periodo di massimo boom dell’e-commerce negli Usa.
 
Come funziona la normativa vigente – In realtà, la norma di per se è piuttosto scivolosa nel suo stesso impianto di base. Infatti, essa stessa prevede che i consumatori siano tenuti spontaneamente a pagare le tasse dovute in relazione agli acquisti effettuati. Risultato della “spontaneità” prescritta è che, in assenza totale di obblighi formali i di adempimenti, oltre alla semplice indicazione, pochi lo fanno, a meno che non sia lo stesso rivenditore a farsi carico di raccogliere la quota di denaro extra pari all’importo della tassa sulle vendite, differente a seconda dello Stato e della stessa Contea ove l’acquisto avviene. Ricordiamo che sono, negli Usa, almeno 3 mila le entità ordinamentali con potere di applicare, variare o disapplicare le imposte indirette sulle vendite. E altro ancora.
La novità della legge del Colorado - La nuova legge varata dall’assemblea del Colorado invece richiede espressamente ai rivenditori internet di consegnare alle autorità fiscali i nomi, gli indirizzi e gli importi relativi agli acquisti effettuati dai clienti residenti, riguardo ai rispettivi obblighi fiscali, entro i confini del Colorado. I commercianti, inoltre, devono anche informare i consumatori del loro obbligo di pagare le tasse e di fornire una sintesi o profilo di acquisto per le persone che spendono più di $ 500 in un anno. Su questo punto particolare, l’Associazione che ha avanzato reclamo alla Corte Suprema, ha anche sostenuto, senza successo, che la legge viola la cosiddetta “clausola di commercio” della Costituzione perché si applicherebbe esclusivamente alle aziende fuori dai confini dello Stato, visto che quelle che in esso hanno la loro sede ne restano esenti, venendo automaticamente coinvolte dagli obblighi di legge ordinari in merito al pagamento delle tasse dovute. Naturalmente, i tecnici dell’Amministrazione del Colorado hanno esortato la Corte Suprema ha non accogliere il reclamo.
 
L’appiglio usato, con successo, dal Colorado per aggirare il reclamo – In dettaglio, lo Stato del Colorado, attraverso i suoi rappresentanti ha invitato i Giudici a non aprire alcun fascicolo riguardo il reclamo visto che, se proprio avessero ritenuto opportuno farlo, allora essi, cioè la Corte, avrebbero dovuto prendere in considerazione di passare oltre la sentenza del 1992, riaprendo dall’inizio la questione dell’e-commerce, dato che non ha più senso quel pronunciamento vista la crescita delle rivendite tramite Web. Il richiamo a rivisitare e riscrivere il pronunciamento attualizzato del ’92 era già noto ai Giudici stessi. Infatti, nel 2015, in un caso diverso, ma con larghe faglie di collateralità normativa,  la Corte stessa aveva scritto un parere “separato” per dire, e quindi prendere atto del fatto che i Giudici avrebbero dovuto ad un certo punto rivisitare il caso 1992. In sostanza, posti di fronte alla riapertura tout court della questione dell’e-commerce o al semplice rifiuto del reclamo, i Giudici hanno optato per un semplice “non rispondo”, dato che l’e-commerce rappresenterà la prossima sfida decisiva della Corte Suprema, decisiva anche per il mercato e per l’economia Usa e, come effetto domino, per tutte le economie dei Paesi ad essa direttamente o indirettamente connessi.
 
URL: https://www.fiscooggi.it/rubrica/dal-mondo/articolo/usa-corte-suprema-apre-mercato-delle-commerce-al-fisco