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Dal mondo

Usa: dai tax haven strategia
a due vie per battere il Fisco

L'obiettivo è fermare la stretta antievasione messa a punto dalle varie organizzazioni internazionali

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Niente da fare, le giurisdizioni a bassa tassazione, centri della finanza offshore e paradisi fiscali tradizionali, ordinari o di nuovo conio, non mollano. Il segreto bancario, e più in generale la riservatezza, non possono essere né liquidate né sacrificate in nome della stretta globale pianificata da Ocse, Unione europea e Fondo monetario e diretta a togliere ossigeno ai volumi monetari che da decenni alimentano il fenomeno dell’elusione fiscale.
 
Illusionismi fiscali, perdite tributarie materiali - Un trend questo che non teme le crisi economiche e che ogni anno, con puntualità contabile, finisce per sottrarre ai Paesi più o meno ricchi all’incirca 10mila miliardi di dollari. Il risultato è una perdita netta per le Amministrazioni tributarie internazionali pari a circa 2000/2500 miliardi di dollari l’anno, naturalmente da ripartire per ciascuno Stato a seconda dei rispettivi volumi e dei transiti finanziari ed economici che attrae o che alimenta direttamente. Inutile sottolineare che il Paese leader nel gap derivante dall’elusione fiscale sono gli Stati Uniti che, secondo l’ultimo rapporto della Commissione finanze del Congresso, registra una perdita di quasi 1.000 miliardi di dollari l’anno grazie a molteplici abusi di istituti di diritto, o di norme e dispositivi specifici, legittimi. Legittimità che viene meno nel momento in cui queste piattaforme giusnormative sono utilizzate e sacrificate, nei loro principi fondativi e d’indirizzo, per un solo obiettivo, quello del risparmio fiscale a ogni costo, cioè pagare meno tasse e imposte che sia possibile sempre e comunque.
 
Doppia strategia per battere il Fisco globale – Due le risorse messe in campo dai centri offshore per arrestare la sfida lanciata dai paesi del G20. La prima arma interessa un vero e proprio boom di sottoscrizioni di accordi sulla doppia imposizione e sullo scambio di informazioni. Si tratta, a oggi, di decine di trattati. In realtà, le controparti sono, in gran numero, gli stessi paradisi fiscali che, in una sorta di alluvione normativa, corrono a siglare con i loro cugini dell’offshore mutui accordi e intese che, in realtà, non saranno mai utilizzati. Il loro obiettivo, infatti, è soltanto offrire alle organizzazioni internazionali e ai controllori della finanza mondiale l’immagine di elenchi infiniti di giurisdizioni che, formalmente, accettano le nuove regole. Una accettazione formale. La realtà, naturalmente, è che decine di giurisdizioni continueranno la loro corsa a sedurre i miliardi in fuga soprattutto dai Paesi industrializzati, cioè ricchi. La seconda puntare sulla comunicazione per rivendicare, con affetto contabile, e fiscalmente corretto, le proprie ragioni.
 
Quando decine di paradisi fiscali parlarono a 70 parlamentari Usa  – “E’ ipocrita, indiscriminato, economicamente scorretto e persino razzista privare queste piccole giurisdizioni del loro appeal, rischiando così di regalare sprint al mercato globale delle notizie e dei dati riservati, determinando magari un vero e proprio leaks-boom, con profili e notizie riservate su multinazionali e grandi manager vendute e rivendute al migliore offerente”. Questo, in sintesi, era il messaggio che gli emissari di decine di micro-Stati, territori o semplicemente gestori di mega-piattaforme telematiche, consegnarono ai parlamentari Usa anni or sono, a Washington, proprio a due passi da Capitol Hill, la sede del Congresso Usa, per rivendicare, con affetto contabile, e fiscalmente corretto, le loro ragioni. Ad ascoltarli, questo il dato che generò maggiori preoccupazioni, ben 70 membri autorevoli del Congresso, democratici e repubblicani. Il risultato? Semplice, negli anni a seguire le leggi inizialmente dure, senza mediazioni, dirette alla demolizione dell’offshore, furono gradualmente ridimensionate. E così oggi, dopo almeno 3 anni, le cose non sembrano affatto mutate. Lo strumento che all’epoca venne messo in campo dai paradisi fiscali fu di rivolgersi, dietro lauto compenso, ai big del lobbismo mondiale che, in poche settimane, organizzarono l’incontro e ciò che ne venne successivamente. Una vittoria, che insegnò ai centri offshore come elaborare le strategie future.
 
Fleishman-Hillard e Aura Financial, lobby e comunicazione a difesa delle roccaforti offshore – Il cambiamento fu storico. Per la prima volta i paradisi fiscali s’affidarono, mani, piedi, e portafoglio, ai giganti della comunicazione e del lobbismo professionale. Per comprendere di chi si parla, Fleishman-Hillard e Aura Financial hanno gestito complessivamente nel corso della loro lunga attività di lobby clienti e aziende dal peso equivalente a quasi 400miliardi di dollari. Decine di uffici in tutto il mondo, centinaia di dipendenti e un’arma ben collaudata: la comunicazione creativa unita alle attività di lobby. In pratica, è questo lo strumento che, in aggiunta alla doppiezza nella sottoscrizione degli accordi fiscali del tutto formali con altri centri offshore, sarà messo in campo con una lunga strategia. Le carte? Ancora da scoprire.
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