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Dal mondo

Usa: l’aumento delle aliquote fiscali
non frena gli investimenti

Ad affermarlo è stato nei giorni scorsi un imprenditore e manager tra i più ricchi del mondo, Warren Buffett

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Warren Buffett, l’ottantaduenne imprenditore e manager che la rivista economica Forbes negli ultimi anni ha sempre collocato ai primi posti della speciale classifica dei più ricchi del mondo, terzo nel 2011 con un patrimonio stimato di 47 miliardi di dollari, in un recente articolo su un noto quotidiano americano, ridimensiona il mito delle aliquote fiscali basse. Il miliardario americano sostiene infatti che, nella sua lunga carriera, non gli è mai capitato di incontrare persone che abbiano rinunciato a un investimento soltanto in base all’aliquota fiscale in vigore per la tassazione delle plusvalenze. I ricchi, e gli “ultra rich” come lui, saranno sempre pronti a cogliere opportunità di investimento e un aumento della tassazione, scrive Buffett, non li farà certo scendere in piazza per scioperare né li indurrà a mettere i soldi sotto il materasso.    Due visioni differenti – Nell’articolo apparso sul quotidiano newyorchese, Warren Buffett ironizza nei riguardi di uno dei lobbisti repubblicani più influenti, Grover Norquist, fondatore e presidente dell’associazione Americans for Tax Reform, che promuove la “Taxpayer Protection Pledge”, cioè una promessa scritta che impegna i candidati ai ruoli elettivi federali e statali ad opporsi all’istituzione di una qualsiasi nuova tassa o ad un aumento della pressione fiscale.  Soltanto nella sua immaginazione, scrive Buffett, esiste la possibilità che un aumento della tassazione induca a non investire, privilegiando gli interessi sui conti correnti che rendono meno dell’1%. Norquist ha immediatamente replicato che il ragionamento è sciocco, in quanto se il governo porta via al popolo americano un dollaro, o un trilione, questo denaro non potrà comunque essere risparmiato e investito.      Nella polvere - Quest’anno il cosiddetto Forbes 400, cioè il gruppo degli individui più facoltosi degli Stati Uniti, ha stabilito un nuovo record di ricchezza, pari a 1700 miliardi di dollari, il quintuplo del livello raggiunto nel 1992, lasciando il ceto medio americano nella polvere, come letteralmente espresso da Buffett con il suo linguaggio schietto e poco incline a eufemismi. Il salario orario di questo gruppo equivale a circa 97mila $ all’ora, eppure la metà di loro ha pagato meno del 20% di imposte tra quelle sul reddito e quelle federali, usufruendo dei tagli fiscali voluti dall’amministrazione Bush per i contribuenti di alto reddito.   Più tasse per pochi – Il miliardario americano giudica oltraggioso l’attuale sistema e appoggia la proposta del presidente Obama di eliminare questi privilegi fiscali. Chiede inoltre al Congresso di introdurre al più presto una tassa minima sui redditi più elevati, ipoteticamente un’aliquota del 30% per i redditi compresi tra 1 e 10 milioni di dollari e del 35% per quelli superiori. Invita poi i legislatori a riflettere avanzando l’esplicita richiesta di correggere immediatamente queste iniquità senza aspettare un cambiamento complessivo del sistema fiscale statunitense. Soltanto l’adozione di una regola semplice e chiara può bloccare gli sforzi dei lobbisti e degli avvocati che premono continuamente sui membri del Congresso per il mantenimento dello status quo. L’obiettivo del governo, prospetta Buffett, dovrebbe essere quello di riavvicinare i capitoli dei ricavi e delle spese del Bilancio, che nel 2011 sono stati rispettivamente del 15,5% e del 22,4% del PIL. Tutta l’America attende che il Congresso offra un piano realistico e concreto per tornare a un miglioramento del percorso fiscale. Per l’oracolo di Omaha, come spesso viene soprannominato, nulla di meno può essere accettato.   
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