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Dal mondo

Usa, record per l’evasione fiscale.
Toccata la quota di 600mld

A indicarlo sono gli ultimi report e i saggi che sono stati elaborati e diffusi da centri di ricerca specializzati

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L’economia statunitense stenta, la disoccupazione s’ingegna, la Casa Bianca strilla e, per finire, il Congresso sgoverna e i cittadini, per reazione alle volte personale ma sempre più spesso collettiva e a sfondo socio-economico, s’allontanano dalle istituzioni. Risultato, l’evasione, e l’elusione fiscale, brindano. Secondo gli ultimi report, e saggi, diffusi da centri di ricerca specializzati ed esperti, infatti, ora il tax gap, cioè il differenziale immotivato tra le entrate fiscali effettive e i redditi reali prodotti nel corso dell’anno d’imposta da quasi 140milioni di contribuenti, persone fisiche e società, avrebbe superato il tetto dei 600miliardi di dollari, in euro 422 miliardi. In pratica, si tratta d’un vero e proprio salasso contabile continuativo, e per di più in tempi di crisi, quando la Locomotiva mondiale statunitense inizia a mostrare segni evidenti d’invecchiamento. Ma ciò che colpisce maggiormente dalle conclusioni stilate dalle Università, e dai rispettivi studiosi, e sulle quali, forse per la prima volta, tutte sembrano convergere, riguarda le cause di questo boom inatteso registrato da analisti e da ricercatori nel corso del triennio passato.   La crisi ispira l’evasore – In pratica, l’incedere della crisi, con il suo corollario segnato da una disoccupazione che riprende vigore, con un brusco stop al Pil pro-capite, lo sbandamento sia del Governo che del Congresso e, per finire, il raffreddamento delle relazioni tra privato e pubblico, ebbene queste dinamiche in crescita sarebbero all’origine, anzi, le vere e proprie ispiratrici, se non istigatrici, dell’impennata esibita soprattutto nel biennio passato dall’evasione fiscale made in Usa. In realtà, sostengono in molti, il dato scaturito da decine di analisi non rileva niente di nuovo. Piuttosto, la dinamica che sembra sorprendere di più è quella relativa ai controlli e alle misure antievasione condotte dall’Agenzia delle Entrate statunitense, cioè l’Irs. In pratica, pur non avendo abbassato la guardia e, al contempo, avendo realizzato e lanciato sul mercato dei contribuenti decine di nuovi servizi oramai fondamentali per decine di milioni di lavoratori americani, il risultato effettivo, in termini di tax compliance, non sono affatto migliorati. Al contrario, si sta assistendo ad un progressivo peggioramento e, nei casi più estremi, ad una sorta di svilimento anche delle norme migliori. Dunque, si chiedono e ripetono in molti, anche in Congresso, cosa fare?   Come tagliare l’ispirazione dell’evasore? – Su questo argomento le voci sono discordi, ma su di un punto sembrano tutti ritrovarsi, anche gli studiosi e i professoroni più distanti. La ricetta magica capace di tagliare ossigeno all’evasore si chiama riforma fiscale. Dagli studi, e dalle ricerche, infatti, emerge che ripetutamente, e in modo quasi matematico, quindi invariabilmente anche in tempi di crisi, l’elaborazione prima, e il varo d’una riforma fiscale a seguire funzionano sempre come freno, o per alcuni come elisir antievasione. In realtà, l’impatto positivo si evidenzia, ma un vero, reale e concreto ritirarsi dell’evasione e una seria inversione dell’ispirazione che fa da motore all’evasore è soggetta a due condizioni ben definite: la norma riforma fiscale deve esprimere chiaramente un impatto e una finalità ceteris paribus, cioè il suo impatto non deve interloquire con altre variabili, ma restare ancorata su di una sola dinamica. In secondo luogo, la riforma si deve slegare in modo chiaro, esplicito, dal vecchio ordinamento, non in maniera ambigua, nascondendo una sorta di “vogliamo ma non possiamo”. Questi due elementi, nella loro assenza, lascerebbero il tasso di evasione e di infedeltà dei contribuenti inalterato.   Il mistero dell’elusione fiscale – Mentre l’evasione fiscale, il tax gap, negli anni ha ispirato economisti ed esperti nella elaborazione di sistemi e di calcoli, anche matematici, che si avvicinano con sempre minore approssimazione al territorio confinante col dato reale, sul versante dell’elusione fiscale, cioè del reddito oscurato grazie alla pratica dell’abuso ripetuto di istituti giuridici e di norme legali, la metrica contabile elaborata è ancora distante dalla precisione. In questi ultimi studi, la stima minima che coglie l’elusione fiscale negli Usa la fissa all’incirca sulla linea dei 1000miliardi di dollari, in stretta commistione con l’economia informale, e con l’evasione fiscale. Ciò che colpisce però è il dato relativo all’uso del pianeta offshore, sorta di regno contabile delle multinazionali statunitensi che vi spostano, ogni anno, centinaia di miliardi di dollari a scopo elusivo, cioè con l’obiettivo di versare, e quindi di risparmiare, ma indebitamente, le imposte dovute al fisco. Una pratica tanto diffusa che sono oramai centinaia le grandi compagnie in cui i bonus e i premi per i rispettivi dirigenti risultano legati a un fattore chiave, ovvero, più profitti si veicolano al riparo dall’Agenzia delle Entrate, usando il condotto delle’elusione che corre offshore, e migliori sono le prospettive di balzi in avanti dei compensi e delle retribuzioni. Insomma, la qualità contabile prevale su quella del prodotto e dei servizi immessi e lanciati sui mercati a favore dei consumatori. Strana inversione delle leggi fondamentali dell’economia.  
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