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Dal mondo

Usa: vigilanza speciale
sulle vendite effettuate in rete

Gli Stati dell’Unione spingono per una tassazione delle attività e nel mirino sono finiti i colossi del settore

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Un vero e proprio boom è oggi rappresentato in tutto il mondo dal mercato del commercio elettronico che si è affermato nel tempo con una velocità inarrestabile, travalicando i confini nazionali. La stessa velocità che consente oggi ai consumatori di effettuare acquisti a distanza con il vantaggio e la comodità di poterli controllare, in tempo reale, grazie a un computer e all’accesso a internet. Il fenomeno presenta, però, anche altri aspetti che rischiano di danneggiare il commercio dei negozi tradizionali e, fatto non trascurabile, minare anche i bilanci degli Stati. Il tradizionale rovescio della medaglia che, negli Usa, ha indotto gli Stati dell’Unione ad assumere iniziative legislative.
 
Le leggi fiscali - In California dall’autunno scorso è in vigore una legge che tassa anche le vendite on line con una aliquota del 9,75%, tra le più alte degli Usa. Lo stato della California ha stimato un aumento di gettito di circa 200 milioni di dollari all’anno, dei quali almeno 80 derivanti da uno solo di questi giganti delle vendite on line, e ha programmato l’assunzione di 30 esperti fiscali per il controllo dei versamenti dovuti.  Per anni i colossi delle vendite on line si sono difesi in base a una sentenza del 1992 della Corte suprema, la quale proibiva agli stati di imporre tasse alle società senza presenza fisica sul territorio, per cui la responsabilità della corresponsione della tassa era a carico dei singoli consumatori, cosa che storicamente avviene in misura minima.
 
La posizione di uno dei colossi del settore - In California il più importante tra i giganti delle vendite on line aveva sempre sostenuto di non avere sedi o magazzini ma la nuova legge si basa su una diversa definizione di ciò che costituisce una presenza nello Stato, includendo anche i collegamenti con le attività delle aziende affiliate, anche se queste non vendono direttamente il bene da tassare, adottando un principio che si basa su una regola analoga relativa agli agenti di vendita. Nel caso di questa società, tra le aziende collegate ve ne è una che ha progettato uno dei più famosi lettori di libri digitali “e-book”.
 
Gli effetti positivi - Oltre alla California ci sono altri Stati in cui si è deciso di tassare, dopo lunghe negoziazioni, le vendite on line. Tra questi Texas, Pennsylvania e New York, in cui il più importante dei giganti delle vendite on line ha deciso di installare centri logistici, cosa che aveva evitato di fare fino a quando erano in corso dei contenziosi fiscali.  Ciò permetterà alla società consegne più veloci, in alcune aree metropolitane addirittura nella stessa giornata nella quale è stato effettuato l’ordine, il che era assolutamente impossibile con magazzini distanti migliaia di chilometri dall’acquirente, come nel caso di quelli nel Nevada e nell’Arizona che gestivano le consegne in California. Un’altra delle conseguenze positive si otterrà sull’occupazione, con centinaia di nuove assunzioni, effetto auspicato in particolare dai californiani che hanno il terzo più alto tasso di disoccupazione degli USA. Il colosso delle vendite sta comunque cercando, attraverso una azione di lobbying sul Congresso, di avere una legislazione unica per tutti gli Stati Uniti. 
I negozi tradizionali sperano che la nuova tassazione porti ad una minore competitività dei prezzi offerti dalle società basate sulle vendite web, riducendo la pratica dello “showrooming”, cioè l’abitudine di toccare e provare dal vivo i beni nel negozio fisico e poi acquistarli su internet.
 
Altre nuvole all’orizzonte - Le questioni fiscali della più importante multinazionale delle vendite on line comunque non si chiudono qui: è infatti in corso un contenzioso con la IRS, l’Agenzia fiscale statunitense, che nello scorso novembre ha contestato al gigante delle vendite on line un importo di 230 milioni di dollari di tasse non pagate per il biennio 2005 – 2006, in base a presunte scorrette pratiche di transfer pricing che hanno permesso alla società di ridurre la tassazione negli Usa.
La multinazionale sostiene che l’IRS ha utilizzato una stima imprecisa per calcolare le imposte sul transfer pricing ed ha sovrastimato le proprietà intangibili (software, marchi registrati), e punta ad una decisione favorevole come è accaduto, per analoghe contestazioni. Le questioni aperte col fisco sono però più rilevanti, in quanto in un documento depositato presso la SEC nel 2011, la multinazionale ha dichiarato di dover fronteggiare una richiesta complessiva di 1,5 miliardi di dollari di maggiori tasse federali per il periodo 2005-2012.
 
Anche l’Europa segue l’esempio - Sulla scia degli Usa sono state predisposte alcune importanti iniziative politiche anche in Europa per valutare le posizioni fiscali delle altre grandi compagnie che operano nel web. In Gran Bretagna alla fine dello scorso anno due di queste grandi società sono state messe sotto osservazione dalla Public Accounts Committee, cioè la commissione parlamentare che supervisiona la spesa pubblica ed è garante della trasparenza nelle operazioni finanziarie del governo mentre iniziative analoghe si stanno avviando anche in altri Paesi dell’Unione europea sensibili nei riguardi del fenomeno delle vendite via internet.  
 
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