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L’Europa scettica sulla proposta della Francia

L'alternativa degli accordi industriali non convince gran parte dei Paesi dell'Unione

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La recente proposta del presidente francese, Nicolas Sarkozy, di imporre una tassa sulle importazioni di prodotti industriali dai Paesi più inquinanti ha incontrato un certo scetticismo tra i rappresentanti dell’Unione europea. La soluzione alternativa che incontra più opinioni favorevoli è legata agli accordi di settore per ridurre le emissioni di Co2.

L’alternativa degli accordi industriali
L’Unione europea si allontana dal progetto di istituire una tassa sui prodotti importati dai Paesi che non rispettano il protocollo di Kyoto, presentato dal presidente francese Nicolas Sarkozy, e spinge per i facoltativi accordi industriali di settore. Alla Conferenza dell’Alto gruppo di lavoro sulla competitività, energia ed ambiente "Verso un’economia globale a basso contenuto di carbonio" tenutasi a Bruxelles il 27 novembre, il vicepresidente della Commissione europea, responsabile per le imprese e l’industria Gunter Verheugen ha sottolineato il fatto che l’Europa vuole tornare agli accordi industriali di settore affinché possano indicare concrete soluzioni per ridurre le emissioni dell’energia. L’Unione europea quindi, per ridurre le emissioni di Co2, punta ora agli accordi di settore che come afferma Gunter Verheugen "possono imprimere un’accelerazione allo sviluppo di un mercato globale a basso contenuto di carbonio".

Le motivazioni del cambio di rotta
Il cambio di approccio europeo alla soluzione energetica e climatica è avvenuto perché la proposta francese suscitava perplessità per il possibile contrasto con le regole del World Trade Organization, l’Organizzazione del commercio mondiale. Questa soluzione scelta da Bruxelles è un duro colpo per la Francia che, con la proposta di tassare di più chi inquina, vuole proteggere le industrie europee produttrici di beni industriali che affrontano i costi extra imposti dall’Emissions Trading europeo (Ets), il mercato dei permessi di emissione di Co2 europeo che si traducono in uno svantaggio competitivo rispetto ai paesi che non hanno ancora ratificato il Protocollo di Kyoto come gli Stati Uniti e l’Australia.
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