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Web tax per i giganti del digitale.
La Francia prova a “battere cassa”

Un disegno di legge punta a recuperare almeno 500 milioni di euro l’anno con un’imposta al 3% su tre tipi di attività online

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Semplice, mirata, efficace. Così il ministro dell’Economia e delle Finanze francese, Bruno Le Maire, ha definito la web tax francese, oggetto di un disegno di legge presentato il 6 marzo in Consiglio dei ministri. Con un’aliquota “secca” al 3%, l’imposta colpirà i big del digitale con giro d’affari mondiale di almeno 750 milioni di euro e 25 milioni in Francia. Tre i settori interessati: pubblicità online, vendita dei dati degli utenti per scopi pubblicitari e intermediazione tramite piattaforme online. La Francia prova così a muoversi in autonomia, in attesa che “si trovi la quadra” a livello Ocse: il gettito atteso dall’introduzione della misura è, infatti, di almeno 500 milioni di euro l’anno.

“Non rimprovereremo mai ai giganti del digitale i loro successi - ha detto il Ministro - e sono convinto che dobbiamo eliminare tutti gli ostacoli a livello nazionale ed europeo in modo da creare i nostri campioni nel contesto mondiale”. Ma dobbiamo anche agire contro gli effetti negativi di questo sviluppo, ha aggiunto Le Maire, poiché un quadro regolamentare e fiscale ha consentito loro di crescere senza alcun limite e senza alcun controllo. I punti fermi della web tax francese sono un’aliquota al 3% sul volume d’affari realizzato nel Paese dalle imprese che realizzano un volume d’affari pari ad almeno  750 milioni di euro nel mondo e a 25 milioni di euro in Francia. L’imposta riguarderà 3 settori di attività: pubblicità online, vendita di dati a fini pubblicitari e servizi di intermediazione tramite piattaforme online. In relazione a quest’ultimo settore, Le Maire ha tenuto a spiegare che la vendita online di prodotti non sarà interessata dalla misura. Per esempio, nulla cambia per un’impresa che vende tramite il proprio sito internet i prodotti che realizza , che siano ad esempio delle lavatrici o dei televisori. “Viceversa, se l’azienda facilita una transazione mettendo in contatto un venditore e un acquirente, in questo caso la transazione sarà soggetta a imposizione”.

Il dossier del ministero dell’Economia sottolinea come oggi siano i dati a produrre valore, mentre il sistema di tassazione esistente si basa ancora sulla presenza fisica. Ciò provoca una tassazione iniqua: per le imprese europee, infatti, l’aliquota fiscale media si aggira intorno al 23,2%, mentre le web companies operanti in Ue versano in media il 9,5%. Tutto questo a fronte di 750 milioni di ricerche e 150 milioni di post pubblicati ogni giorno. Le Maire ha tenuto a precisare che si tratta di un’imposta provvisoria. La misura, infatti, è destinata a essere sostituita nel momento in cui sarà introdotto un sistema di tassazione a livello internazionale, perché - ha detto il ministro - “il nostro obiettivo, con il presidente della Repubblica, resta quello di ottenere un accordo internazionale in sede Ocse sulla tassazione del digitale”.

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